Il bilancio e il futuro di Ilaria Bonacossa

La direttrice è al termine del mandato. Dopo Artissima? «Torino mi piace. Come i musei»

Ilaria Bonacossa. Foto Giorgio Perottino
Franco Fanelli |  | Torino

Artissima ritorna in presenza dal 5 al 7 novembre, ma non si disconnette dal digitale: all’Oval sono allestite le quattro sezioni «storiche» dell’unica fiera al mondo interamente dedicata all’arte contemporanea: la Main Section, «New Entries» (gallerie giovani), «Dialogue/Monologue» (stand monografici o in dialogo tra due artisti), «Art Spaces & Editions» (grafica, multipli e spazi non profit). Sulla piattaforma digitale (dal 4 al 9 novembre) va invece in scena Artissima XYZ, con le sezioni «Present Future» (artisti emergenti), «Back to the Future» (artisti storicizzati da riscoprire) e «Disegni», che però hanno anche una «proiezione» in presenza. 154 le gallerie partecipanti. Ne parliamo con Ilaria Bonacossa, giunta alla sua quinta edizione come direttrice e quindi al termine del suo contratto.


I galleristi sostengono che, nonostante le chiusure imposte dal Covid-19, hanno comunque venduto moltissimo online, risparmiando le spese delle fiere. Il potere contrattuale delle fiere si è indebolito?

Le gallerie hanno venduto molto online il primo anno di pandemia, quando tutti erano chiusi in casa, quindi erano veramente cambiati i paradigmi. E vedere cultura e fruirne anche per il collezionismo era il passo verso la libertà. Quando si sono riaperte mostre in presenza, la percentuale di persone che ha fruito del digitale si è normalizzata. Magari vedono l’arte online, ma poi vogliono vederla anche dal vero. Il primo «anno Covid», il 2020, è stato un anno buono per le gallerie perché hanno molto ridotto le spese, hanno messo il personale in cassa integrazione, non hanno prodotto mostre perché comunque i musei non le facevano e hanno continuato a vendere le opere in magazzino.

Più difficile è stato il 2021 perché l’attività è ripresa ma il mercato, volendo essere ottimisti, comunque è partito solo a giugno. Quindi sul 2021 ci sono delle incognite. Io penso che i nodi verranno al pettine nel 2022: chi davvero pagherà questo 2021, quando gli aiuti statali non ci saranno più, quando il costo del denaro sarà più alto ecc.? Penso che ci sarà un minimo di affaticamento e qualche player magari smetterà di giocare. Sicuramente la qualità è tornata a essere una delle cose che fa la differenza.

È vero che vendi online, è vero che esiste anche il signor Nessuno che non sai chi è che vede l’opera online e ti scrive «Buongiorno sono Francesco, vorrei comprare il suo Vezzoli», ma è anche vero che l’80% è costituito da persone di cui tu, gallerista, hai già il contatto in mailing, collezionisti con cui già lavori. E qui torno al tema delle fiere: forse per un po’ potranno farne a meno le gallerie che hanno una clientela solida e artisti già famosi. Però senza fiere come faranno a farsi conoscere fuori dalle loro città le gallerie giovani che non hanno ancora un nome? E dall’altra, i collezionisti se non vedono dal vero le opere degli artisti giovani difficilmente le comprano. Anche le gallerie solide potranno incontrare difficoltà se non parteciperanno alle fiere, perché in realtà c’è come un ciclo della vita del collezionista, pochi collezionisti continuano a comprare tutta la vita allo stesso ritmo.



E questo che influenza avrebbe sulle fiere?

Le gallerie hanno necessità di far crescere una nuova generazione di collezionisti. Ed è più difficile nutrirli, educarli senza delle occasioni fisiche di incontro con l’arte. Poi sicuramente alla lunga servirà un altro paradigma, perché il modello della fiera è tutto sommato ottocentesco. Ma al momento questo famoso paradigma alternativo non c’è, perché il mondo digitale è un’altra cosa.


Un altro fenomeno di questi due anni è l’ingresso nel secondo mercato di gallerie di tendenza come Perrotin. Perché?

Girano tanti soldi. Per far andar la macchina hai bisogno di tanti soldi. E quindi tu, Perrotin, sei vicino a un sistema e ti occupi anche di aste, di rivendite. Perché comunque l’asta ha questa idea di trasparenza che rassicura molto chi non è dentro al mondo dell’arte. Questo da una parte è vero; però non è vero che il gallerista al collezionista ricco faccia un prezzo più alto, anzi gli fa quello più basso perché così si fidelizza un cliente per 10 anni. E dall’altra parte, alle aste devi capirne tanto per beccare il pezzo buono.


Parliamo del pubblico. Che cosa risponderebbe a una persona che ha approfittato dei lockdown per leggere buona letteratura, ottimi saggi di storia dell’arte, un po’ di poesia, vedere qualche film d’autore, ascoltare buona musica e che però, forse a causa di tutto quanto ha letto e imparato, non vuole più saperne di arte contemporanea?

A questa persona risponderei così: caro amico, una volta c’era un solo mondo dell’arte contemporanea: c’era chi giocava con tanti soldi, chi con pochi soldi, ma era un mondo dell’arte. Secondo me dal 2017, l’anno in cui, in concomitanza con la Biennale di Venezia, c’è stata la mostra di Damien Hirst a Palazzo Grassi e a Punta della Dogana, è diventato chiaro che i mondi dell’arte erano due. C’è un mondo dell’arte che è diventato Hollywood e c’è un mondo dell’arte che è rimasto il Sundance Festival, per usare una definizione cinematografica. Bisogna decidere dove giocare. Gagosian è Hollywood e la galleria che apre magari domani a Torino è il Sundance.

Questo ti aiuta a capire le regole del gioco: Hollywood prevede spese enormi per la produzione, ritorni enormi di denaro; che siano capolavori o meno è un fatto secondario. Il Sundance scrive la storia del cinema. Se noi accettiamo il fatto che di mondi dell’arte ce ne sono due, non ci arrabbiamo per le cose che costano milioni di euro, che ti sembrano una c…ta. Perché non ci arrabbiamo per la borsa che costa 3mila euro, che magari è fatta di plastica in Cina? Perché c’è una legge di mercato, la gente le vuole pagare così, c’è dietro una filiera produttiva che spinge. Io con Artissima non mi metto a inseguire Gagosian o Hauser & Wirth; noi siamo il Sundance Festival. Però so che tutti i loro bravissimi artisti hanno cominciato giocando nel Sundance.



Guardi che anche nel Sundance Festival dell’arte contemporanea di schifezze se ne vedono un bel po’. Anche quelle contribuiscono al disamore.

Il numero di persone che vogliono fare il curatore o l’artista è altissimo. Bisogna scremare. Bonami racconta che quando faceva il pittore fu il suo gallerista, Enzo Cannaviello, a dirgli: «Francesco, è meglio se smetti»... Adesso un gallerista all’equivalente di un Bonami pittore magari non gli direbbe smetti, lo porterebbe avanti venducchiandolo. Il mercato ha bisogno di talmente tanta produzione che non ferma i valori medi.


Quali aspettative ripone su quella che, salvo sorprese, dovrebbe essere la sua ultima Artissima come direttrice?

Ottime. Continuano a scriverci collezionisti per camere d’albergo. Abbiamo in questo momento 400 collezionisti confermati e continuano a scrivere e tra un po’ non so più dove metterli, perché poi non abbiamo un budget per pagare alberghi a tutto il mondo e la ricezione alberghiera a Torino resta sempre quella che è, non così ampia per un livello di clientela alto.


Avrete collezionisti stranieri?

Italiani, francesi, svizzeri... C’è il collezionismo europeo.


E le gallerie?

Nelle application hanno mandato dei bei progetti, coraggiosi, perché a differenza di altre Artissima non è una fiera costosa. Qui le gallerie possono divertirsi, proporre delle installazioni, allestimenti curati.


Mettiamo che io non abbia nessuna voglia di vedere Artissima. Che cosa mi perderei?

Uno: si perderebbe venticinque new entries, cioè 25 gallerie aperte meno di tre anni fa che sicuramente non conosce e che può scoprire solo lì; due: non vedrebbe degli stand molto belli, di gallerie importanti che portano un distillato di lavori, gallerie internazionali, quindi davvero un po’ una visione di che cos’è la ricerca contemporanea nel mondo dell’arte. Tenga presente che la maggior parte delle opere sono datate dal 2020 in poi.


Dopo cinque anni ad Artissima qual è il suo bilancio personale?

Eccellente. Per me, che ero scettica di andare a lavorare in una fiera dopo otto anni in un museo, è stata un’esperienza bellissima. Questo, almeno per metà, è dovuto alle persone che lavorano nel team. Nella qualità del lavoro quotidiano avere accanto persone di questa caratura e dedizione fa una differenza totale.


Ci sono state delle aspettative mancate?

Ogni tanto l’amministrazione pubblica, nel suo insieme, sembra non capire quale straordinaria e funzionale macchina per la cultura abbia in città. Quest’anno avremmo dovuto produrre una nuova opera per Luci d’artista finanziata dalle finali ATP di tennis, ci abbiamo perso mezza estate, e poi gli ATP si sono tirati indietro.


E che colpa ne ha la città?

Se ci fosse una persona forte alla Cultura questo non sarebbe accaduto. E ancora. Durante la mia direzione ad Artissima abbiamo perso FCA come partner. D’accordo, siamo riusciti ad avere la Jaguar. Ma a noi è spiaciuto perdere FCA. La sindaca, forse, nel momento dell’addio della FCA poteva lottare per ottenere delle cose in una fase difficile per la città.


Si aspetta un segno di gratitudine per avere lavorato in tempi difficilissimi per Torino?

Prima di parlare di me parliamo ancora della città. Parliamo delle gallerie che continuano a chiudere. Di fatto, incontro un sacco di persone che mi tessono le lodi di Artissima, gente con un trend di vita decisamente alto e che però non compra nulla in fiera.


Perdoni il luogo comune: Torino non è Milano.

Uno degli elementi di forza di Milano è avere una classe giovane di imprenditori, persone intorno ai 40-45 anni, che fanno gli architetti, i designer, i notai, che hanno dei buoni stipendi e che magari una cosetta in fiera se la comprano. Torino questo non ce l’ha. Però se anche quelli benestanti non aprono il portafogli, non ci siamo proprio.


Quindi l’acquisto d’arte non è entrato nella mentalità del giovane.

Nei giovani sì. Il problema è che non è entrato nella mentalità dei cinquanta-sessantenni. È vero. Finché c’è stata la Fiat a Torino viveva una generazione, oggi settantenne, di dirigenti e di imprenditori dotati di buon reddito. Questo settore si è contratto. In più sono pochi i figli e i nipoti di quella generazione che hanno ereditato quella passione verso la cultura. In generale in Italia siamo meno colti dei nostri nonni. Poi Berlusconi ha sdoganato il fatto che il presidente del Consiglio poteva cantare con Apicella e non andare alla prima della Scala e da lì... liberi tutti: essere ignorante è diventato un valore. Prima chi occupava un certo ruolo sociale era tenuto a essere colto, volente o nolente, perché la società si aspettava che la classe dirigente avesse il compito di fare cultura e di essere colta.


Quanto pesano le fondazioni bancarie nella produzione culturale a Torino?

Sono un patrimonio importante, sono un assessorato alla cultura ombra, cruciale. E sono una forza che poche città hanno: cioè avere due fondazioni bancarie solide, importanti, interessate alla cultura è la vera forza di Torino e da lì può e deve ripartire tutto il progetto culturale della città.


Che cosa farà dopo Artissima?

Detto fuori dai denti: a me piacerebbe continuare a lavorare a Torino. È una città che ha tante carte da giocarsi. Ci ho lavorato una prima volta (come curatrice alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Ndr), ci sono tornata. Con tutti i suoi difetti resta una città che mi piace. In che forma, in che modo non lo so bene, dipende, è sempre una questione di opportunità e occasioni. Bisogna capire che cosa succede un po’ nella città, perché comunque Carolyn Christov-Bakargiev va in pensione tra due anni e però è in scadenza di mandato. Io penso che non ci sia alternativa a confermarla, perché chi si prende la briga a due anni dalla pensione di cacciare un direttore che ha una visione, una reputazione internazionale?


Carolyn Christov-Bakargiev altri due anni a Rivoli e Ilaria Bonacossa alla Gam: che ne dice?

A me piacerebbe molto lavorare alla Gam. È un posto che mi piace, ha una collezione straordinaria, curatrici di grande qualità come Elena Volpato e Arianna Bona. Però è una questione anche di regole d’ingaggio. Mettiamola così: io a Torino, ripeto, lavorerei volentieri e tornare in un museo è nei miei obiettivi.

Speciale Artissima 2021

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