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I templi megalitici di Malta

Un osservatore privilegiato, Francesco Bandarin, scruta il Patrimonio Mondiale

Il tempio di Ggantija a Malta

Fin dal momento della loro scoperta, nella prima metà dell’800, gli archeologi capirono che i tempi megalitici di Malta erano tra le più antiche costruzioni realizzate dall’uomo. Risalenti al 3600 a.C., questi templi sono di oltre un millennio più antichi delle piramidi d’Egitto e del sito di Stonehenge e testimoniano di una civiltà neolitica tecnicamente e artisticamente avanzata, la cui scomparsa, attorno al 2500 a.C. non ha ancora trovato una completa spiegazione.

Chi erano i costruttori di queste enormi strutture, che sono uniche in ambito mediterraneo, e la cui antichità è solo superata dal sito anatolico di Göbekli Tepe? Un’ipotesi li aveva identificati con una popolazione neolitica, giunta circa 5mila anni a.C. nell’arcipelago maltese dalla Sicilia, che dista solo 90 chilometri e da cui le coste maltesi sono a volte visibili. Nel corso di oltre un millennio queste popolazioni avrebbero gradualmente sviluppato le capacità tecniche necessarie per tagliare e disporre i grandi blocchi di pietra con i quali sono costruiti i templi. Quello che lascia dei dubbi su questa ipotesi, tuttavia, è l’assenza di strutture simili in altre parti del Mediterraneo.

Oggi alcuni archeologi hanno avanzato l’ipotesi che l’arcipelago maltese fosse stato popolato già nell’epoca paleolitica, attorno a 16mila anni fa, quando, verso la fine della grande glaciazione, il livello del mare era molto più basso di quello odierno, e le isole attuali erano collegate alla massa continentale europea (come del resto la stessa Sicilia). Attorno a 14mila anni fa, il livello del mare era cresciuto e aveva gradualmente separato l’arcipelago maltese dalla Sicilia, fino a raggiungere, circa 10mila anni fa, il livello attuale.

Le popolazioni che hanno costruito i templi sarebbero quindi discendenti di questi gruppi paleolitici e il loro lungo e isolato sviluppo potrebbe spiegare le caratteristiche uniche di questi templi megalitici. Tuttavia, nessuna di queste ipotesi ha trovato per ora un riscontro preciso nel dato archeologico. Nelle principali isole dell’arcipelago (Malta e Gozo), si trovano una cinquantina di grandi strutture in forma di templi o santuari, di cui la metà sono ancora conservati. I più importanti tra questi (Ġgantija, Ħaġar Qim, Mnajdra, Ta’ Ħaġrat, Skorba e Tarxien), sono stati iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco.

Gli archeologi distinguono tre fasi di costruzione dei templi. Nella prima fase, detta di Ġgantija (3600-3200 a.C.), dal nome dal sito che si trova nell’isola di Gozo si definirono le forme fondamentali delle strutture architettoniche. Questo sito, il cui nome riflette credenze posteriori, che lo vedevano come costruito da giganti in un tempo mitico, fu il primo a essere scoperto e scavato, nel 1820, dal colonnello John Otto Bayer, comandante delle truppe inglesi dopo la fine delle guerre napoleoniche, che avevano visto la fine della presenza secolare (1530-1798) dei Cavalieri di Malta e la trasformazione dell’arcipelago in una colonia britannica.

La fase successiva, detta di Saflieni (3300-3000 a.C.) dal nome dall’ipogeo di Safal-Saflieni, è considerata di transizione tra i due principali periodi di sviluppo. Infine, la fase di Tarxien (3150-2500 a.C.) prende il nome dall’omonimo complesso di templi, situato nell’isola di Malta. È in questa fase che la cultura neolitica raggiunge il suo apice, come dimostrano le ceramiche e le importanti decorazioni scultoree.

Il tempio sud di Tarxien possiede la più grande concentrazione di sculture megalitiche, mentre il tempio centrale, probabilmente l’ultimo a essere costruito, ha la forma architettonica più elaborata tra tutte quelle esistenti. L’architettura dei templi megalitici presenta, nell’insieme, un modello relativamente uniforme: su un terreno livellato vengono disposti una serie di ortostati (lastre di pietra disposte verticalmente) che delimitano un perimetro di forma circolare, all’interno del quale si trova una corte aperta dalla quale si accede, attraverso un portale d’ingresso, a una coppia di camere di forma absidale.

La principale variazione tra i templi delle diverse epoche è data dal numero di absidi, che possono arrivare a essere fino a sei. La lunghezza dei templi varia notevolmente, dai 6 metri del tempio orientale di Mnajdra fino ai 23 metri del tempio centrale di Tarxien. Il tempio di Hagar Qim, costruito in diverse fasi tra il 3500 e il 2900 a.C. ha strutture davvero colossali: alcune delle pietre misurano 7x3 metri e pesano più di 20 tonnellate.

Le pareti esterne dei templi sono costruite con calcare corallino, una pietra più dura del calcare globigerina utilizzato per la costruzione delle pareti interne. Questo calcare, più tenero, consentiva di realizzare elementi decorativi intagliati, con una varietà di disegni legati al simbolismo vegetale o animale, come motivi a spirale, alberi, piante e animali (capre, tori, maiali).

Le porte e i passaggi sono realizzati secondo il semplice principio del «trilithon»: due ortostati paralleli che sostengono una trave orizzontale. In alcuni casi, le porte d’accesso sono costituite da fori rettangolari scavati nelle lastre di pietra. Quasi certamente le strutture dei templi erano ricoperte da tetti di legno e materiale vegetale, di cui non resta traccia.

È probabile che queste strutture, come del resto molte altre nel mondo neolitico, avessero funzioni connesse all’osservazione astronomica e al calcolo del tempo. Ad esempio, la facciata principale del tempio di Mnajdra è rivolta a est, e durante gli equinozi di primavera e autunno i raggi del sole cadono esattamente su una pietra posta nel muro posteriore di una seconda camera.

La dimensione archeo-astronomica dei siti maltesi è attualmente oggetto di ricerche, che stanno generando interessanti risultati. Nulla sappiamo della scomparsa di questa civiltà neolitica. Si ipotizza che, attorno al 2500 a.C., una crisi, legata all’eccessivo sfruttamento delle risorse locali o a cambiamenti climatici, abbia portato all’estinzione queste popolazioni. Per alcuni secoli, l’arcipelago non fu popolato, e solo verso il 2000 a.C., nell’Età del Bronzo, giunsero nuovi gruppi umani.

Francesco Bandarin è stato direttore del Centro del Patrimonio Mondiale e vicedirettore generale per la Cultura dell’Unesco dal 2010 al 2018

Francesco Bandarin, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019


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