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Libri

I «miracoli del pennello» di Procaccini

La prima opera consuntiva su un grande protagonista del Seicento

Autoritratto di Giulio Cesare Procaccini, Montichiari, Museo Lechi

I cataloghi sistematici dei grandi pittori italiani sono sempre particolarmente graditi agli studiosi e ai cultori della materia poiché permettono di cogliere tutto l’arco di lavoro di un artista, la sua evoluzione e la sua produzione minore e maggiore. Il sontuoso catalogo (in lingua inglese) su Giulio Cesare Procaccini Life and work, appena edito da Allemandi/Voena, va proprio in questa direzione.

Si tratta di un denso libro a quattro mani, opera di Hugh Brigstocke (nella foto), che è stato fra 1968 e 1983 il curatore della pittura italiana, spagnola e francese della National Gallery di Edimburgo ed è esperto di livello internazionale sulla pittura italiana e francese del XVII, e la giovane Odette d’Albo (nella foto), studiosa specializzata in arte lombarda del Seicento con al suo attivo pubblicazioni internazionali e un ottimo libro sui pittori Giovanni Stefano e Giuseppe Montaldo. A Odette d’Albo abbiamo rivolto alcune domande sul volume.

Innanzitutto chi era Giulio Cesare Procaccini?
È un pittore, nato a Bologna nel 1574 e morto a Milano nel 1625. Sebbene il suo nome oggi non sia molto noto al grande pubblico, è uno dei maestri più importanti del primo Seicento in Italia. Dopo aver iniziato la carriera come scultore scopre il suo vero talento e diventa, con Cerano e Morazzone, uno dei maggiori maestri di Milano. Il suo stile unisce la grazia di Correggio e Parmigianino (di cui era ritenuto l’erede) alla spettacolarità della pittura di Rubens. Oltre che a Milano, Procaccini è molto attivo a Genova, patria del suo maggiore committente, il patrizio genovese Giovan Carlo Doria. Nel libro emerge la sua dimensione nazionale e internazionale e sono messi in luce i rapporti con le corti dei Savoia a Torino, dei Gonzaga a Mantova e dei Medici a Firenze, ma anche con quella dei governatori spagnoli di Milano, che portarono nella loro madrepatria molte sue tele. Testimonia l’apprezzamento per il suo operato il gesto di Cosimo II de’ Medici, che gli donò una medaglia, come segno di riconoscenza per un suo dipinto.

Come mai avete pensato con Bringtocke di scrivere questo libro?

Il volume nasce per coprire un vuoto negli studi. Fino ad ora non era mai stato realizzato un catalogo completo dei dipinti di Procaccini. Giacomo Berra, nel 1991, aveva studiato la sua attività di scultore, Nancy Neilson nel 2003 aveva pubblicato il catalogo dei disegni. Sui dipinti, fino ad oggi, il testo più completo era il catalogo della mostra «Procaccini in America», curata da Hugh Brigstocke, alla fine del quale erano presentate le foto dei dipinti ritenuti autografi, una sorta di primo atlante delle opere.

Come mai avete deciso di scrivere il libro a quattro mani? Non è consueto e neanche facile.

Hugh e io ci siamo incontrati grazie a Procaccini. Io ho scelto di studiare il pittore per la mia tesi di dottorato: sapevo che era un grande maestro ancora bisognoso di approfondimenti. Per me è stata una vera e propria esperienza di vita, le opere dell’artista sono in tutto il mondo ed è stata una straordinaria occasione per viaggiare e studiare. Quando la tesi era ormai in fase di ultimazione, Brigstocke ha manifestato il desiderio di lavorare alla monografia e ci hanno presentati perché unissimo le nostre forze. È stato un progetto complesso, ma avevamo una visione comune del pittore che ci ha permesso di collaborare proficquamente nonostante lo scarto generazionale e alcune divergenze sulle attribuzioni.

Ci sono novità importanti?

L’aspetto di maggior rilievo è senz’altro la possibilità di avere una visione d’insieme dell’operato di Procaccini. Già soltanto sfogliando il repertorio fotografico delle opere, che abbiamo ordinato formulando una proposta cronologica, si ha la percezione della qualità dei suoi dipinti, già nel Seicento definiti «miracoli del pennello». Oltre alle schede sui quadri, i saggi affrontano lo stile dell’artista, la sua tecnica pittorica, la fortuna critica, il rapporto con committenti e collezionisti suoi contemporanei.

Il libro apre nuove prospettive
di studio?
Penso che un aspetto da affrontare sia rileggere Giulio Cesare in rapporto alla famiglia e ai fratelli. Credo che la dinastia dei Procaccini sia da approfondire in un’ottica più ampia, anche in relazione al contesto, lombardo e italiano, in cui si mossero. Sul fronte delle committenze e del collezionismo, ancora denso di novità potrebbe rivelarsi l'insieme dei legami di Procaccini con la Spagna attraverso le figure dei governatori e di persone a loro connesse, di fatto un ambito ancora poco indagato. Due sono i campi della produzione del maestro che emergono ma che non riusciamo a cogliere ancora pienamente: le sue opere di soggetto profano, attestate nei disegni ma anche in alcuni dipinti straordinari, e l’attività ritrattistica, attestata dalle fonti e in gran parte ancora da rintracciare, ma che conosciamo grazie a qualche raro esempio come il dipinto in copertina, che ritrae molto probabilmente l'attrice Orsola Cecchini, in arte detta «Flaminia», una celebrata diva del teatro italiano del primo Seicento.

Giulio Cesare Procaccini. Life and works, a cura di Hugh Brigstocke e Odette d'Albo, 504 pp., 375 ill., Allemandi, Torino 2020, € 200

Arabella Cifani, da Il Giornale dell'Arte numero 409, agosto 2020


  • Particolare della copertina di «Giulio Cesare Procaccini. Life and Work» edito da Allemandi/Voena

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