Gregory Crewdson: i desideri e le paure del nostro tempo

In occasione della mostra a Gallerie d’Italia - Torino, il fotografo americano racconta il dietro le quinte della sua famosissima «staged photography»

«Woman at Sink» (2014) dalla serie «Cathedral of the Pines» di Gregory Crewdson © Gregory Crewdson
Rica Cerbarano |  | Torino

Conosciuto in tutto il mondo per l’abilità di creare immagini costruite nel dettaglio, attraverso il suo lavoro Gregory Crewdson (1962, New York) offre, a chi guarda le sue «mise-en-scène»sospese in atmosfere senza tempo, veri e propri momenti di contemplazione.

Lo abbiamo intervistato in occasione della mostra «Gregory Crewdson. Eveningside» a Gallerie d’Italia - Torino, curata da Jean-Charles Vergne (visitabile fino al 22 gennaio 2023), dove è presentata in anteprima mondiale la nuova serie fotografica in bianco e nero dal titolo omonimo «Eveningside», concepita come ultimo capitolo della trilogia in mostra (che include i progetti precedenti «Cathedral of the Pines» e «An Eclipse of Moths»).

È stata da poco inaugurata una grande mostra del suo lavoro a Gallerie d’Italia - Torino. Come si sente a riguardo?
Sono molto entusiasta di questa esposizione. Questo progetto è stato in cantiere per oltre due anni. Antonio Carloni, Vicedirettore di Gallerie d’Italia - Torino, mi ha contattato con l’idea di fare una mostra di ampio respiro, che includesse anche l’anteprima di un nuovo corpo di lavoro. La mostra riflette dieci anni della mia produzione. Ci abbiamo lavorato a lungo, quindi ora è davvero bello poterla presentare al mondo.

Ci può descrivere l’allestimento? Come sono esposte le opere?
Ogni progetto viene presentato in una dimensione e una scala leggermente diversa. Per la serie «Cathedral of the Pines», composta principalmente da ritratti in interni che si affacciano sulla natura, le stampe sono più contenute (sebbene comunque di grande formato) per dare un senso di intimità. Le immagini di «An Eclipse of Moths», comprendono figure più piccole e si sviluppano con un formato panoramico, dunque sono state stampate decisamente più grandi per permettere una fruizione estesa della scena. Infine, per la nuova serie in bianco e nero «Eveningside» abbiamo adottato di nuovo una scala piuttosto ridotta, che richiede un avvicinamento maggiore all’immagine e quindi, di nuovo, un ritorno all’intimità.
«Madeline's Beauty Salon»  (2021-2022) dalla serie «Eveningside» di Gregory Crewdson © Gregory Crewdson
Le immagini in bianco e nero rappresentano una novità per lei, almeno per quanto riguarda le fotografie «costruite». Come è nata l’idea?
Ho visualizzato nella mia testa queste immagini in bianco e nero e c’è stato qualcosa che mi ha spinto a unire l’atmosfera dei film noir all’ausilio di macchine fotografiche digitali di altissimo livello. L’obiettivo era creare una sorta di riferimento al passato con un tocco di contemporaneità, in termini di qualità delle immagini e di estetica. Sono davvero contento di averlo fatto, ne sono molto soddisfatto.

Nelle immagini di quest’ultima serie, si è concentrato su un aspetto inedito finora nella sua produzione: ambienti esterni che forse, più di altri progetti precedenti, conservano una traccia della quotidianità caotica in cui siamo immersi. Mi può dire di più?
Ero interessato alle persone che vivono ai margini e lavorano nei piccoli negozi. Abbiamo messo molta attenzione verso ai i costumi che indossano i personaggi, alle loro uniformi, volendo rappresentare lavoratori di diversi tipi. Ci siamo impegnati molto per creare i nomi delle imprese e realizzare le insegne di questi luoghi immaginari. C’è anche una grande quantità di vetrine, specchi e riflessi…

Nonostante abbiano un’atmosfera a tratti surreale e atemporale, mi sembra che le sue fotografie congelino i desideri e le inquietudini del momento storico in cui sono state scattate. È così?
Alla base di tutte le immagini c’è l’intento di trovare una connessione all’interno di una sorta di mondo isolato. Ed è vero, c’è una contraddizione negli scatti che realizzo: voglio che sembrino al di fuori del tempo (non ci sono elementi che rimandano alla contemporaneità), ma allo stesso tempo che siano psicologicamente rilevanti per il momento, che ne simboleggino l’agitazione, le ansie, le paure.

In questo mondo che corre veloce, secondo lei la fotografia può in qualche modo aiutarci a rallentare?
In senso letterale tutte le fotografie sono attimi congelati nel tempo, è una condizione naturale del mezzo fotografico. In un un mondo così caotico, dove consumiamo così tante immagini in movimento sugli schermi e sui telefoni, c’è qualcosa di pacifico in un’immagine fissa.
«Untitled [46-69]» (1996) dalla serie «Fireflies» di Gregory Crewdson © Gregory Crewdson
Parlando del backstage del suo lavoro, quante persone collaborano con lei?
Dietro ogni scatto c’è un team numeroso che lavora con me da molti anni. In tutte le fasi, sono a stretto contatto con mia moglie Juliane, ma poi, quando ci avviciniamo alla produzione, entrano in gioco il direttore della fotografia e gli addetti alla macchina da presa, il responsabile delle location, il produttore, e un piccolo dipartimento artistico che si occupa per lo più dell’illuminazione (il direttore della fotografia ha un team di circa otto persone solo per le luci). Questo è il modo in cui lavoro da quando ho capito come fotografare.

Come si sviluppa il processo creativo?
È tutto progettato nel dettaglio, ma ogni volta succede qualcosa di inaspettato, ci sono cose che sfuggono al mio controllo (che sia per le condizioni climatiche, o per lo stato della zona in cui scattiamo). Ma tutto questo fa parte del lavoro, anzi questa è la parte più bella: si lavora per cercare di fare tutto esattamente come si deve, ma qualcosa si muove sempre in senso contrario e cambia il risultato. E poi c’è un lungo periodo di post-produzione in cui si lavora per creare l’immagine finale.

Quanto tempo ci vuole per completare un’immagine, dall’idea iniziale all’ultima versione?
Direi circa un anno.
«Starkfield Lane» (2018-19) dalla serie «An Eclipse of Moths» di Gregory Crewdson © Gregory Crewdson
Ho letto che una delle parti più importanti del suo lavoro è la ricerca delle location, è così?
Sì, decisamente. Mesi prima di fare le foto, vado in giro da solo ascoltando podcast in auto, e tornando ripetutamente in certi luoghi che mi hanno colpito. Attraverso questo processo, la storia mi viene in mente, ma all’inizio è molto vaga, perché prima di definirla devi considerare che impegnarsi in una storia è una decisione importante, perché poi da quella dipendono tante altre cose. Ma la ricerca delle location è la parte in cui sono completamente solo con i miei pensieri e percepisco le grandi potenzialità della storia che sta per nascere, in quel momento tutto è possibile.

In questo periodo storico in cui le immagini ci «arrivano addosso» in qualsiasi momento della nostra giornata, quanto è importante per lei esporre le proprie opere in un museo?
Considerando che circa il 95% del mondo entra in contatto con le immagini attraverso i telefoni, abbiamo uno strano rapporto con la fotografia che ci circonda; direi un rapporto usa e getta, istantaneo. Il lavoro dell’artista consiste nel cercare di realizzare fotografie che possano esistere nel mondo reale, che siano permanenti, e in questo senso la mostra fotografica è l’esperienza più diretta che si possa avere. Credo ancora fortemente nell’idea che le immagini fisiche abbiano un significato importante.

La mostra è accompagnata dal catalogo
Eveningside (Ed. Skira), prima monografia italiana sul grande fotografo americano.

L’occhio sulla Torino Art Week 2022

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