Fotografe di guerra

Il racconto di Christine Spengler: quattordici conflitti, dalla Cambogia degli Khmer Rossi all’Iraq con la macchina nascosta sotto il velo. In mostra con celebri colleghe al Musée de la Libération

Christine Spengler,  Il Bombardamento di Phnom Peh, Cambogia, 1975 © Christine Spengler Françoise Demulder, le massacre du quartier de la Quarantaine, Beirut, 1976 © Françoise Demulder, Roger-Viollet Carolyn Cole, Prisonniers irkaiens à Kufa, Irak, 2004 © Carolyn Cole, Los Angeles Times
Luana De Micco |

«Da ragazza studiai letteratura francese e spagnola per diventare scrittrice come Marguerite Duras. Scoprii la fotografia per caso a 24 anni, durante un viaggio con mio fratello in Ciad. Io sono alsaziana di origini, quando avevo 7 anni i miei genitori si separarono e io andai a vivere dai miei zii a Madrid. Mia zia mi portava due volte a settimana al museo del Prado. In Ciad mi tornarono in mente i Disastri della Guerra di Goya.

Nessuno come lui ha mai rappresentato gli orrori della guerra. Io sono autodidatta e posso dire che Goya è il mio solo maestro. Allora, quando presi in mano per la prima volta la macchina fotografica di mio fratello, sapevo già come dovevo impostare le inquadrature. Decisi in quel momento di diventare corrispondente di guerra».

Incontriamo Christine Spengler al Musée de la Libération, mentre oggi, nella giornata della donna, si apre la mostra «Femmes photographes de guerre» (fino al 31 dicembre). Sono allestiti un’ottantina di scatti di otto donne, che in un ambiente spesso quasi esclusivamente maschile e senza vere sempre avuto la stessa notorietà dei colleghi uomini, hanno raccontato attraverso le loro macchine fotografiche le crisi mondiali dalla guerra civile spagnola ai conflitti degli anni 2000, dall’Afghanistan al Kosovo.

Sono: Lee Miller (1907-77), Gerda Taro (1910-37), Catherine Leroy (1944-2006), Françoise Demulder (1947-2008), Susan Meislas (nata nel 1948), Carolyn Cole (nata nel 1961), Anja Niedringhaus (1965-2014) e Christine Spengler, 77enne dal look colorato e gli occhi molto truccati, che ha raccontato la sua carriera nell’autobiografia, Une femme dans la guerre. 1970-2005, uscita in Francia nel 2006.

Alcune di loro hanno perso la vita sul campo. Come Anja Niedringhaus, prima fotografa tedesca a ricevere il Pulitzer nel 2005 per il suo reportage sulla guerra in Iraq, rimasta uccisa il 4 aprile 2014 in un agguato in Afghanistan. Ognuna interpreta con la propria sensibilità la violenza di cui è stata testimone.

Gerda Taro mostra le donne combattenti di Barcellona nel 1936. Lee Miller le francesi a cui nel 1944, dopo la Liberazione, veniva rasata la testa perché avevano cooperato o fatto amicizia con i nazisti. Catherine Leroy coglie tutta la brutalità della guerra del Vietnam. Susan Meislas racconta la rivolta civile in Nicaragua del 1978, non in bianco e nero, ma a colori.

Per la locandina della mostra il museo ha scelto «Il bombardamento di Phnom Penh», una foto scattata da Christine Spengler nel 1975. La fotoreporter aveva all’epoca 30 anni. Le bombe degli Khmer Rossi avevano devastato la capitale della Cambogia: «Questa foto mi fa pensare all’Ucraina oggi, a Kharvik, Mariupol, osserva Christine Spengler. Il ricordo di Phnom Penh, quarant’anni or sono, fa eco all’attualità».

Tra il 1970 e il 2005, la Spengler è stata in Cambogia, Libano, Vietnam, Irlanda del Nord, Iran, Kosovo e ancora Iraq. Ha coperto quattordici conflitti, «probabilmente più di tanti colleghi uomini», precisa.

Christine Spengler, una donna fotografa la guerra in modo diverso da un uomo?
No, non credo esista un modo femminile di fotografare. Catherine Leroy, per esempio, aveva una visione molto frontale della guerra e della violenza. Lei fotografava come un uomo e pur rispettando il mio lavoro, certe volte mi canzonava. Una volta a Beirut, rientrando dalla giornata di reportage, mi chiese: allora, cosa hai fotografato oggi, con il tuo sguardo da donna? Le risposi: ho fatto una foto sconvolgente, ma come faceva Robert Capa, senza una goccia di sangue.

Il suo sguardo sulla guerra è sempre stato pudico, preferisce le vittime ai soldati.
Penso che per mostrare l’orrore della guerra non sia necessario mostrare sangue e cadaveri. Un giorno in Cambogia vidi dei bambini che facevano il bagno nel Mekong. Mi fermai a fotografarli. Due ore dopo i miei colleghi uomini si precipitarono a fare foto di un soldato morto. Il corpo era avvolto in un sacco di plastica ed era stato legato a una barella. Mi dissi che non era questo che volevo mostrare. Si sa che i soldati muoiono in guerra. Non scattai neanche una foto. Poi vidi un bimbo arrivare di corsa. Era uno di quelli che avevo visto la mattina al fiume. Il soldato morto era suo papà. Capii che era quello il momento che volevo immortalare. Discretamente fotografai il bimbo che singhiozzava aggrappato alla barella. La foto mostrava tutto l’orrore, prima e dopo.

Che cosa significava essere una donna fotografa ai sui tempi? Sul campo eravate solo in tre o quattro.
In certi Paesi essere donna può risultare utile. Rispetto alle mie colleghe, avevo la fortuna di essere bruna. In Iraq, Iran, truccavo gli occhi con il kohl, come le donne arabe. Avevo imparato anche a parlare l’arabo, da autodidatta, e me la cavavo piuttosto bene. A differenza degli uomini noi donne possiamo indossare il velo. Persino i talebani non hanno il diritto di toccarci. Sotto il velo nascondevo i capelli, ma anche la macchina fotografica. Ho potuto scattare foto che nessun collega uomo poteva fare.

Che rapporto aveva con le colleghe sul campo, vi aiutavate?
Certo che no. Durante tutta la mia carriera, anche se era pericoloso, partivo da sola e mi muovevo sola, andavo dove non andavano i colleghi, donne e uomini. All’epoca i grandi giornali, «Newsweek», «Paris Match» e «Life», non commissionavano i reportage. Dovevamo vendere i nostri scatti, muoversi da soli era l’unico modo per fare foto uniche. Sul campo eravamo solo tre donne, per forza eravamo rivali. Ho sempre provato un’immensa ammirazione per Françoise Demulder e Catherine Leroy. Quando ci incontravamo a Parigi ci abbracciavano come delle amiche. Ma in reportage tornavamo rivali.

Aveva paura?
No. Né io né le mie colleghe abbiamo mai avuto paura di morire, neanche nei momenti più rischiosi. Una volta a Beirut durante l’invasione israeliana del Libano fui arrestata e rischiai di essere giustiziata perché pensavano fossi una spia. Ho assistito a degli orrori a El Salvador nel 1981. Quando rientravo a Parigi dai miei reportage realizzavo dei montaggi di fotografie a colori, foto d’arte, ritratti di personalità per «Vogue» e «Yves Saint-Laurent». Era il mio modo per esorcizzare il dolore delle guerre, per abolire la frontiera tra vivi e morti. Ma se non ho mai avuto paura è soprattutto perché sono credente.

Il mestiere di corrispondente di guerra è cambiato nel tempo?
Sì, molto. Alla nostra epoca partivamo da soli, a nostro rischio e pericolo, senza il sostegno di un media. Bastava avere coraggio. Per dieci anni ho lavorato senza tesserino stampa. Oggi questo non è possibile, si è molto più controllati.

© Riproduzione riservata Christine Spengler, Iran, 1979 © Sylvain Julienne
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