Documentite cronica

Documenta sempre più ostaggio di un «marchio» ereditario, secondo il quale l’arte, le mostre e le loro sedi sono soprattutto atti politici. Nulla di male, se proponesse qualcosa di più rispetto alla pura e spesso noiosa catalogazione a sfondo sociale, antropologico ed etnologico, con l’ossessione del passato e una cattiva coscienza tedesca tanto perenne quanto ostentata

Franco Fanelli |  | Kassel

Potrà mai esserci una Documenta finalmente «disimpegnata», sgravata cioè dalla politica e dal sociale? La risposta è no, perché l’«impegno» è uno dei marchi di fabbrica di questa rassegna fondata nel 1955 da Arnold Bode anche per restituire alla Germania il suo ruolo di cuore della cultura europea, dopo essere stata il centro propulsore di un’immane tragedia, e per risarcire l’arte contemporanea in una nazione dove essa subì sanguinosi oltraggi. Togliere la politica e la storia da Documenta sarebbe come privare la Biennale di Venezia dei Padiglioni nazionali. Nonostante la quinquennale rassegna abbia avuto in passato direttori votati alla visionarietà e a una sperimentazione nella quale l’atto politico era insito nell’atto formale  (Szeemann, Fuchs, Hoet), nelle ultime edizioni l’opera d’arte come veicolo (e non più pilota) di un contenuto politico è stata la guida concettuale di
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