Dietro la maschera di Ensor ci sono nature morte

Il Mu.Zee di Ostenda apre le celebrazioni per i 75 anni della morte dell’artista belga con una mostra su un genere che costituisce un quarto della sua produzione

«La mangiatrice di ostriche» (1882), di James Ensor (particolare), Anversa, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten. Foto © Rik Klein Gotink
Anna Maria Farinato |  | Ostenda

Nel 1840, mosso dal desiderio da diventare il più grande dei pittori, Antoine Wiertz (1806-65) realizza un meticolosissimo e verosimigliante «ritratto» di una carota. L’ortaggio, un po’ avvizzito, è adagiato su una superficie lignea tra fili di paglia, e immortalato in primo piano, in tutte le sue rugosità, imperfezioni e sfumature terrose. In un cartiglio dipinto nella parte inferiore destra del quadro si legge: «Fatto dal sig. Paziente, dopo 15 lezioni di pittura, seguendo il procedimento del Pazientotipo».

La carota di Wiertz, nelle collezioni dei Musées Royaux des Beaux-Arts du Belgique, apre, in effigie (l’originale è rimasto a Bruxelles), la mostra «Rose, Rose, Rose à mes yeux! James Ensor e la natura morta in Belgio (1830- 1930)», allestita fino al 14 aprile nel Mu.Zee di Ostenda, a cura di Bert Verschaffel, Sabine Taevernier e Stefan Huyebaert. La rassegna dà il via alle celebrazioni per il 75mo anniversario della morte di Ensor, che nella città affacciata sul Mare del Nord era nato il 13 aprile del 1860 e aveva trascorso tutta la sua esistenza, fino alla morte, a 89 anni (il 19 novembre 1949). L’intento di Wiertz, come spiega Verschaffel nel saggio in catalogo (Mercatorfonds), era dimostrare che per dipingere una natura morta bastava prendere qualche lezione di pittura e avere un sacco di pazienza. In un’ipotetica scala, era un genere che occupava per lui l’ultimo piolo. E non era il solo a pensarlo. Nel XIX secolo la natura morta era fuori moda, pittura decorativa, da praticare in una sfera privata, al massimo buona per le donne.

Ensor (che aveva cinque anni quando Wiertz morì) coltivò invece il genere per tutta la vita tanto che le sue circa 200 «still lifes» occupano quasi un quarto della sua produzione, un capitolo tutt’altro che marginale della sua pratica artistica. L’artista si sbarazza delle convenzioni di genere e dell’ostentazione borghese di luccicanti status symbol per concentrarsi sulla luce e il colore. In mostra a Ostenda, ed è la prima volta, ce ne sono una cinquantina, dal precoce «Porta-abiti», eseguito a 16 anni, ai primi dipinti in studio, nella soffitta della casa di famiglia, come «Il cavolo» (1880) o «La razza» (1880), un soggetto ittico che Ensor rimaneggerà più volte. Del 1882 è «La mangiatrice d’ostriche»: non una natura morta in senso stretto, ma una in cui gli oggetti hanno un ruolo di primo piano, disposti per vibrare nella luce proveniente dalla finestra, mentre la «mangiatrice» del titolo (la sorella di James, Mitche) in secondo piano è avvolta da una solitudine e una malinconia tipicamente simboliste.

Intorno ai 25 anni lo stile dell’artista si fa più luminoso e morbido, i colori non diluiti. Entrano in scena motivi presenti anche nel suo capolavoro, «L’entrata di Cristo a Bruxelles nel 1889», figure grottesche, creature fantastiche e soprattutto le maschere e i teschi. A queste si aggiungono conchiglie, cineserie, bottiglie, vasi, figurine Tanagra, ventagli, materiali che l’artista accumulava in abbondanza nel suo atelier, attingendo al sottostante negozio di souvenir della madre. E nel ritratto del 1915 «Ma mère morte» si stenta quasi a scorgere la figura della genitrice defunta, dietro una trincea di bottiglie e di flaconi di medicinali.

Provenienti da collezioni pubbliche e private, e in molti casi mai esposte in pubblico in precedenza, le nature morte di Ensor sono accostate alle circa 100 di precursori e contemporanei belgi. Pilastri della pittura decorativa, come Hubert Bellis, Frans Moortelmans o Henri de Braekeleer, che Ensor apprezzava molto; altri caduti nell’ombra, nonostante il successo conosciuto un tempo, come Jean-Baptiste Robie, David de Noter o François Huygens; folta la schiera di talentuose artiste, anch’esse perlopiù dimenticate, da Berthe Art ad Alice Ronner, Louise De Hem, Marthe de Bièvre, Georgette Meunier, Marthe Donas o Anna Boch (di cui il Mu.Zee ha appena ospitato un visitatissima retrospettiva). È di una delle glorie belghe, René Magritte, una delle ultime opere in mostra «The Red Model» (1953), due piedi-scarponcino in uno scambio di ruoli tra l’elemento morto e l’elemento vivo, mentre la solitaria, decontestualizzata «Tazza blu» (1907) di Léon Spillaert sembra dipinta ieri.

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