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Anna Maria Farinato
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L’appuntamento era sempre verso metà mese, all’«ora della polpetta», così la chiamava, quel momento tra le 13 e le 14 da dedicare, in teoria, ad alimentarsi, ma più spesso sfruttato per lavorare in santa pace. Quando il frastuono dell’open space della redazione in via Mancini si placava, i telefoni si azzittivano e il fax era finalmente libero. Ricordare Maurizio di Puolo, me ne rendo conto adesso, è ricordare un’epoca di archeolavoro editoriale, pre Internet e pre cellulare, fatto di carta (tanta. Ma come facevamo?) e lunghe conversazioni, che dalle incombenze quotidiane scivolavano facilmente in racconti di vite e amori, attaccati a telefoni con cornetta e prefissi 06 e 011.
Maurizio, per me MdP, scomparso a Roma qualche giorno fa a 84 anni (ne avrebbe compiuti 85 a fine maggio), era un polimate: architetto, docente universitario, allestitore di mostre e musei, scrittore, fotografo (grandissimo), viaggiatore e MoltodiPiù. Amico di lunga data di Umberto Allemandi (di recente abbiamo scoperto delle loro spensierate foto giovanili in cui sembrano divi del cinema anni ’60), aveva collaborato con lui a «Bolaffi Arte».
Io però posso solo testimoniare quella fetta di vita, tra i primi anni ’90 e i primi anni Duemila, in cui mensilmente ci mandava una «Lettera da Roma», per la sua rubrica intitolata «Caput Mundi». Allora, da giovane redattrice, avevo l’incarico di curare le pagine di Opinioni. L’invio del pezzo era preceduto da una sua chiamata: era il segnale. Mi piazzavo davanti al telefax, sperando che «sputasse» senza intoppi il suo testo. Quasi mai andava liscia: tra fischi e sibili il più delle volte divorava righe intere, o restituiva ventagli plissettati di carta termica, fogli goffrati, orrendamente attorcigliati o sbranati dai meccanismi dentati dell'infernale macchinetta. Altra telefonata: «Rimanda, si è mangiato tutto». Finché non si compiva il miracolo. Una cartella su carta intestata dello Studio Metaimago (fondato con Maurizio Fagiolo dell’Arco), scritta con la Olivetti Lettera 32, perfetta, pronta per essere composta e messo in pagina. Il giorno dopo arrivava via corriere Ciucci una scatola della carta fotografica Ilford con le immagini (tutte scattate da lui, bellissime) scelte a corredo dell’articolo.
La «Lettera da Roma» spaziava liberamente tra temi, luoghi e persone: dagli allestimenti delle mostre allo strapotere della tecnologia (e ancora non avevamo visto niente!), alla grande bellezza, e grandi magagne, della Capitale, a ricordi di amici, viaggi, libri... A volte andava fuori tema, ne parlavamo, ci pensava su e magari rimandava un nuovo contributo. Sempre intelligente, acuto, fuori dagli schemi, pieno di humour e di umanità. Scriveva con una velocità strabiliante, su qualunque argomento. Un giorno lo sfidai: mi scrivi un racconto che contenga le parole «giunto cardanico», «rocchetto di filo» e «borotalco»? Accettò la sfida e ne venne fuori una storia crepuscolare e struggente, ambientata a Berlino Est, con echi dell’«Angelo Azzurro». Aveva stravinto.
Marcello Fagiolo sul «manifesto» ha pubblicato un affettuoso ricordo di Maurizio, sottolineando, tra l’altro, come fosse «tre volte “gen”: gentile, generoso, geniale». Sottoscrivo tutto. Una volta mi aiutò a sbloccare presso un’ambasciata estera una questione burocratica per me cruciale. Dietro un’aria compassata e aristocratica era capace di grandi slanci. Le telefonate con lui partivano con grande serietà e tono professionale (mi chiamava per cognome, come a scuola) e immancabilmente finivano in sonore risate. Sapendo di un mio prossimo viaggio a Roma, un giorno mi disegnò una mappa dettagliatissima del suo studio, stanza per stanza. Quando finalmente lo vidi dal vivo, fu come entrare in una «Casa del Mago», zeppa di libri, riviste, progetti, fotografie, oggetti disparati, dipinti, macchine fotografiche. Un patrimonio che spero vivamente non andrà disperso.
L’ultimo suo messaggio che ho ritrovato, ormai in era WhatsApp, riguardava l’uscita del suo ricordo di Paolo Portoghesi: «Grazie!!! Come ai vecchi tempi... solo più complicato... Voglio la coccoina!!! Besos, MdP». Tra tutti i suoi articoli in archivio, mi piace ripensare a lui con un sorriso rileggendo «Viva la Lettera 32!» del 1996.
Ciao MdP, Mago delle Parole.
Viva la Lettera 32!
La mia fotocopiatrice è anoressica, la segreteria telefonica soffre di Alzheimer, anche sulla virilità del mio fax c’è da ridire
Sto pensando, parlottando tra me, e scrivendo sulla Olivettina portatile 32; volendo posso seguitare sulla Olympia spider (la capote copritasti è saltata dopo una caduta) detta «la mangianastri» e copiare poi in bella sulla Xerox elettrica che cancella gli errori (apposito nastrino) e va anche a capo da sola. Per me siamo alla fantascienza. Ogni tanto questi deliziosi animali meccanici trovano il modo di farmi usare il cacciavite: nella Olivetti per un prolasso a baffomoscio della leva del carrello, nella Olympia per convincerla che il nastro non è un anello di Moebius e che quindi ha una fine ed un principio e nella Xerox per medicare, come per Cocciante, i suoi problemi con la margherita. Non c’è distanza fra i pensieri e la carta, non mi si chiede ogni volta che carattere voglio usare e non mi viene dichiarato, fra una clessidra e l’altra, il pedigree della macchina o le generalità di Adriano Olivetti o i copyright di Nizzoli.
Può saltare la luce e tutto funziona lo stesso e se non mi vergognassi un po’ potrei scrivere queste note sul volo Roma-Milano senza preoccupazioni per l’Infrared Landing System o i sistemi di navigazione di bordo. Alla faccia della Ibm posso, spostando una levetta, scrivere in rosso (cosa che vi sfido a trovare nel più sofisticato dei computer) oppure lasciare così com’è un articolo a metà e riprenderlo il giorno dopo senza spegnere o accendere alcunché; possono togliere energia di colpo a tutta la città e non verrà persa una virgola.
L’Olivetti è autosalvante, e se devo avere una copia di quanto prodotto posso interporre una carta argentata Palladium Kores (con il delizioso frammento di tempio diruto caro a Turcato in tante sue opere) ed ecco una copia identica all’originale: anche sulla zattera della Medusa. Ovviamente in studio abbiamo un fax ma il nostro è di dubbia virilità (forse prodotto a Casablanca): se lasciato da solo riesce in un weekend a produrre un buon metro di «plissé» che provvede poi a comprimere al suo interno. In compenso la fotocopiatrice è anoressica ed entra in crisi all’offerta del vassoio colmo di extrastrong: va alimentata un foglio per volta, lentamente e dopo un sufficientemente lungo periodo di riscaldamento.
La segreteria telefonica denunzia gravi sintomi che fanno pensare a un Alzheimer precoce: confonde i giorni e recita messaggi urgentissimi di qualche mese prima «contemporaneamente» (e qui è la follia) a quelli di ieri. Il videorecorder dello studio per ora funziona mentre quello di casa crede nella edibilità e nella dissoluzione delle cassette Vhs: una volta infilate cerca di digerirle come un pitone. Lo scaldabagno va bene. Ma ora c’è Internet. Bisogna risettare tutte le colf filippine addestrate da anni al classico: «No, Dottole non c’è, lasciàle nome» per «Dottole sta navigando», che fa il paio con «cercarlo sul cellulare» che originò, tempo fa, tante storielle nell'intorno di mani pulite. O anche la fortuna o nuova giovinezza della parola «sito» o «cliccare» o «schermata» che si legano nella vecchiaia della novità con «scendere in campo» degno figlio della «misura in cui».
Se poi da studioso del design e dell’architettura volessi fissarmi sull’oggetto computer, mi risulta insopportabile (a livello gestaltico) un prodotto che non ha una faccia propria: se ci pensate l’unica cosa che ha una fisionomia nuova è il mouse mentre tutto il resto è un collage fra una macchina da scrivere e un televisore e il cui unico tentativo di comunicazione unitaria è dato dal colore beige-grigino differente dal nero tv. Un oggetto, il computer, che può essere paragonato a un’automobile ottenuta saldando insieme due motociclette. Certamente funziona, certamente è impossibile farne a meno (si sta stringendo sempre più il cerchio intorno ai «non usanti» come me). Però è senza faccia. La navigazione in Internet diventa (così mi è stato fatto vedere) un brancolare in una infinità di materiali altrui, elenchi, registri, biblioteche dai confini labili e virtuali: Bouvard et Pécuchet abitano di nuovo qui, dopo Chavignolles, e come nelle loro infinite raccolte e passioni momentanee tutto viene citato e non elaborato. «Siamo su Internet», mi ha comunicato con aria estatica un tale col quale lavoro non rendendosi conto che già esistono le Pagine Gialle e la Guida Monaci e il fatto di apparire in qualche «sito» dà solo l’idea di aver fatto qualcosa di reale. Con l’altrettanto utopico e sbagliato concetto di non poter più operare altrimenti.
Non è vero: si pensi, ad esempio, che nel 1665 Samuel Pepys, soprintendente ai servizi logistici della Marina al tempo della guerra contro l'Olanda, mandò in mare e organizzò tutti i problemi di 10mila marinai da un ufficetto con due uomini e un ragazzo (Thomson, 1957); per non parlare di Eiffel che disegnò e prefabbricò ogni pezzo della sua Torre senza AutoCad 12 e senza 3D-Studio.
I francesi molto giustamente chiamano l’apparecchio «ordinateur» perché in effetti è insuperabile nel sistemare elenchi e catalogazioni di una noia infinita mentre sul piano creativo ho i miei dubbi. Leggevo che negli Usa sono fortemente preoccupati per alcune modifiche comportamentali degli assatanati da Internet: pare che crolli la socializzazione, il desiderio di uscire all’aperto e l’interesse per la realtà delle cose.
Come il famoso «l’ha detto la televisione» che sanciva anni fa la bontà di una notizia, oggi si può credere in uno sterminato abbecedario la cui verità potrebbe risiedere solo in un certo numero di pixel per pollice quadrato, ed il concetto di «porcellino salvadanaio» che è alla base di ogni processo computerizzato (tanto ho messo dentro e solo quel tanto, comunque elaborato, potrà uscirne) sembra scomparso con Internet. La rete infatti partorisce per conto suo milioni di notizie: è come frugare, in senso buono, in una discarica, con una navigazione alla ricerca dei «segni» dei prodotti.
Qualche accenno di punizione divina per l'eccesso di virtualità si comincia a vedere: a Rimini in una discoteca hanno chiuso una poveretta in un cubo di vetro con buchi e guanti di gomma tipo incubatrice e il colto pubblico, infilando la zampa nel guanto, può «toccare con mano» le parti della cubista (filetto, controfiletto, punta, ecc). Altro che tutina virtuale: qui siamo al sognaccio realizzato di un bel film di Polanski («Repulsion», 1965) misto a sangue romagnolo e a muccapazza.
Un sano colpo di freno per la cibernetica eccessiva che prelude a strumenti d'ingegneria raffinatissimi ed ecologici, come il tecnigrafo Galliano a molle invece dei costosi «plotters», a marchingegni importati dalla Cina per far di conto e, nella quiete domestica, piccole e ondulate assi di legno invece delle ingombranti lavatrici, in una riscoperta del tempo libero, del fitness (salvo il ginocchio della lavandaia) e della energia pulita, http/mdp: sta/teve buono.
Maurizio di Puolo
(In «Il Giornale dell’Arte», n. 146, lug.-ago. ’96, p. 19)
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