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Opinioni

Conservation scientists per il Mibac

I professionisti devono poter disporre di tecnologie e strumenti di ricerca adeguati

Al lavoro nel Laboratorio di restauro tele e tavole del Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale

Cinque anni or sono (legge 22 luglio 2014, n. 110) veniva introdotta un’integrazione all’art. 9 del D.L. 22 gennaio 2004, n. 42 (il cosiddetto Codice Urbani). «Gli interventi operativi di tutela, protezione e conservazione dei beni culturali nonché quelli relativi alla valorizzazione e alla fruizione dei beni stessi [...] sono affidati alla responsabilità e all’attuazione [...] di archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi, antropologi fisici, restauratori di beni culturali e collaboratori restauratori di beni culturali, esperti di diagnostica e di scienze e tecnologia applicate ai beni culturali e storici dell’arte, in possesso di adeguata formazione ed esperienza professionale».

Avrebbero dovuto essere creati appositi elenchi, anche se gli stessi non avrebbero costituito «sotto alcuna forma albo professionale e l’assenza dei professionisti di cui al comma 1 dai medesimi elenchi» non avrebbe precluso «in alcun modo la possibilità di esercitare la professione».

Quanto ai restauratori, è già stato compiuto un percorso a parte, del quale abbiamo abbondantemente detto su queste pagine; per le altre sette categorie identificate nel provvedimento, in data 20 maggio 2019 è stato emanato dal Mibac un Decreto ministeriale, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 29 maggio successivo, corredato del Regolamento relativo e di otto Allegati con le specificità di ciascun profilo.

Sono dunque stati creati i profili professionali ufficiali e sono stati definiti i percorsi per iscriversi negli stessi, sempre tenendo conto (art. 9) della condizione già dichiarata nel 2014 e ripetuta adesso nel decreto, che gli elenchi «non costituiscono sotto alcuna forma albo professionale» e che l’assenza dai medesimi non avrebbe inibito l’esercizio della professione.

Questo è un punto che a me produce delle perplessità: se gli elenchi non hanno valore legale, la loro redazione assume dunque un valore unicamente filosofico-teorico, per rispondere a domande esistenziali del genere «chi sono io?»? Oppure la formulazione non esclude che in un eventuale futuro concorso per l’ingresso nei ranghi degli organismi del Mibac l’inclusione negli elenchi possa essere richiesta come requisito?

Comunque sia, le sette professioni usufruiscono oggi di una declaratoria che in maniera perfino puntigliosa ne specifica le caratteristiche; articolando le competenze in tre fasce o livelli, a seconda dei percorsi formativi compiuti. Questi ultimi seguono prevedibilmente lo stesso modello già praticato per i restauratori, vale a dire la considerazione da un lato del curriculum degli studi, dall’altro delle competenze professionali maturate. Ognuno potrà leggersi le 169 pagine degli allegati, in cui naturalmente molte parti sono comuni a tutte le professioni, sempre definite «di elevato contenuto intellettuale e di notevole complessità, che si svolgono sia presso enti pubblici e privati che come lavoro autonomo».

Fermo restando che se una persona fisica dovesse davvero possedere tutte le competenze che gli vengono attribuite come tipiche della professione gli affiderei volentieri il governo dell’Universo, e richiamato che probabilmente le descrizioni aiuteranno a capire meglio alcune nomenclature dei profili che a me personalmente, per mia ignoranza, destavano interrogativi (che cos’è un antropologo «fisico»?), segnalo in particolare l’ufficializzazione tardiva e non scontata dei «conservation scientists», come è uso internazionale denominarli.

Accolgo con soddisfazione il loro inserimento a pieno diritto nei compiti di tutela dei beni culturali, ancor più tenendo conto che nel concorso per 500 posti nel Ministero che si è concluso recentemente per loro non erano previsti posti.

Auspico soltanto che gli scienziati sperabilmente inseriti nel Mibac siano messi in condizioni di lavorare per davvero, usufruendo di laboratori adeguati non solo alle operazioni standard di diagnostica ma alle attività di ricerca che ciascuno volesse intraprendere secondo le proprie inclinazioni.

E che la loro partecipazione alle attività di tutela non risulti una stanca ripetizione di operazioni di default da eseguire in automatico, ma una componente ineliminabile e paritaria del progetto globale di conservazione e restauro.

Giorgio Bonsanti, da Il Giornale dell'Arte numero 400, settembre 2019


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