Ci curiamo meglio da soli

Nicolas Bourriaud, guru dell’estetica relazionale, vara il «Pirr» in soccorso di una categoria un po’ in crisi e non soltanto a causa del Covid-19. Il «Piano internazionale di ripresa e resilienza» per curatori è la cooperativa Radicants

Un'opera della serie «The blind leading the blind» (2008-) di Peter Buggenhout, artista che sarà presente nella prima mostra curata da «Radicants» a Venezia»
Franco Fanelli |

Nicolas Bourriaud, guru dell’estetica relazionale, vara il «Pirr» in soccorso di una categoria un po’ in crisi e non soltanto a causa del Covid-19. Il «Piano internazionale di ripresa e resilienza» per curatori è la cooperativa Radicants, parafrasi del titolo di un saggio dello stesso Bourriaud, «Radicant. Pour une esthétique de la globalisation».

Se ne accenna nel profilo di Hans Ulrich Obrist pubblicato in questo numero di «Il Giornale dell’Arte». L’articolo fa parte della serie dedicata ai primattori dell’arte contemporanea, ed è stato scritto con qualche dubbio circa il fatto che il principe dei curatori sia ancora il mattatore di qualche anno fa. A mettere in discussione il suo ruolo e quello dei suoi colleghi non è, ripetiamo, soltanto la maledizione della pandemia e delle conseguenti limitazioni ai viaggi abbattutasi su un curatore la cui autorevolezza si deve a un’insaziabile bulimia visiva, nutrita con un moto perpetuo da una parte all’altra del mondo. 

Si direbbe che più insidiosi del virus siano i soggetti sino a ieri bisognosi di «cure», anzi di curatela, gli artisti, diventati sempre più agguerriti nel campo un tempo dominato dai curatori, vale a dire la teoria dell’arte, la musa ispiratrice delle grandi mostre di gruppo, nonché in possesso di quella rete di agganci importanti e altre relazioni indispensabili in ogni mestiere imprenditoriale.

Curatori mattatori erano Harald Szeemann e Achille Bonito Oliva, non a caso bersagli, in anni passati, di alcuni artisti che non ne contestavano la competenza bensì l’invadenza: in prima fila dovevano starci loro, i creatori, e non i pensatori dell’arte. Oppure erano padri padroni come Germano Celant e il fatto che non siano note azioni intraprese contro di lui da artisti di una qualche autorevolezza è cosa un po’ inquietante. Obrist (come i suoi omologhi odierni), confrontato a quella generazione, è un curatore amico e complice degli artisti, attivo nell’era in cui è diventata una moda chiamare questi ultimi a fare essi stessi da curatori guest-star.

Il fenomeno non è recentissimo. Maurizio Cattelan, nel 2014, ha «firmato» la mostra «Shit and Die» a Torino in occasione di Artissima; Francesco Vezzoli, nel 2017, ha curato da par suo una monografica su de Chirico per la galleria Nahmad a Londra. Dai e dai, gli artisti hanno capito che tante cose che fa un curatore, tra cui decidere chi debba esporre e chi no, possono essere fatte da loro, magari d’intesa con i galleristi e i collezionisti più potenti. Damien Hirst e Banksy, tra gli altri, attuano da tempo questa strategia. Allo stesso modo, su un piano più raffinato, sarebbe quanto meno limitativo definire soltanto come «artista» una personalità come Theaster Gates.

Sarà una coincidenza, ma la cooperativa curatoriale fondata da Bourriaud insieme ai colleghi Kuralai Abdukhalikova, Cyrille Troubetzkoy e Barbara Lagié, spunta quando per i curatori tradizionali gli spazi sembrano restringersi. Se la Biennale di Venezia si affida ancora alla tradizione con Cecilia Alemani, documenta a Kassel quest’anno è diretta dai ruangrupa, un collettivo di Giacarta che incarna alla perfezione la figura dell’artista curatore, critico, teorico e chissà che cos’altro ancora, un po’ alla Tosatti, insomma, direttore artistico della Quadriennale di Roma.

Radicants esordirà il 20 aprile in una primavera caldissima, a Venezia, presso Palazzo Bollani, in concomitanza con la Biennale che precederà Art Basel e documenta. La prima mostra è «Planet B: Climate Change & the New Sublime» e riunirà 30 artisti. Ma al di là delle mostre, la partita si giocherà sul terreno dei libri, dei cataloghi, della comunicazione (la cooperativa è anche casa editrice) e, soprattutto, del mercato, il cuore del sistema dell’arte. Oltre a una sede espositiva permanente a Parigi, Bourriaud dichiara apertamente (infrangendo l’ormai insostenibile e ridicola omertà del mondo curatoriale) che Radicants si occuperà anche di produzione e di vendita di opere.

Insomma, tutto ha l’aria di un colpo di coda della casta dei curatori, che non ci stanno a finire relegati nel ruolo di semplici galoppini degli artisti. Anche perché, in ogni caso, la griffe sembra mantenere un suo fascino. Le fiere d’arte vogliono essere «curate» per darsi un tono non solo commerciale (Artissima, dopo Ilaria Bonacossa, ha scelto Luigi Fassi, non certo un tecnico del mercato), anche se si sa benissimo che a decidere sono sempre i galleristi che occupano i comitati organizzatori. E Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, per festeggiare il trentesimo compleanno della sua Fondazione con l’apertura di una nuova sede veneziana sull’isola di San Giacomo, si affida a un grande curatore. Obrist, who else?

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