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Camera con vista | II. Un tableau parfait

Quale racconto più appropriato da leggere in quarantena che il «Voyage autour de ma chambre» di Xavier de Maistre?

Giovita Garavaglia (da Bernardino Luini) «Salomé con la testa del Battista» Acquaforte e bulino. New York, The Metropolitan Museum of Art, Acc. No: 41.97.87, Gift of Harry Shaw Newman, 1941.

«Le stampe e i dipinti di cui ho appena parlato, impallidiscono – ma che dico – scompaiono, quando l’occhio casca sul quadro che segue; nemmeno le opere immortali di Raffaello, Correggio e di tutta la Scuola italiana, potrebbero reggere il confronto. Quindi me lo tengo sempre per ultimo, come sorpresa, quando viaggio in compagnia di qualche curioso. E vi posso assicurare che, quando ho mostrato questo quadro sublime a conoscitori o persone ignoranti, gente di mondo, artigiani, donne e bambini o persino ad animali, ho sempre colto nello sguardo di ciascuno, ognuno a modo suo, espressioni di piacere e di stupore, tanto in esso è la natura mirabilmente resa».

Così Xavier de Maistre (1763-1852) ci conduce per mano nel capitolo XXVII del suo Voyage autour de ma chambre (1794), il diario di «viaggio» tenuto per scansare la noia durante la sua detenzione a Torino, durata quarantadue giorni (pressappoco quanto, se ci va bene, durerà anche la nostra quarantena).

Il lettore incuriosito si starà chiedendo quale fosse mai il dipinto cui si riferiva il de Maistre, mirabile al punto di oscurare persino Raffaello e Correggio (a quel tempo in vetta alla hit parade dei mostri sacri del Rinascimento). E qui l’arguto ufficiale savoiardo si prende burla di noi, perché il «tableau» di cui parla altro non è che uno specchio! Uno specchio, direte voi? Proprio così; e sappiate che «nessuno finora ha mai osato criticarlo», si affretta a precisare. Dopotutto, bisognerà ammettere che, «per tutti coloro che lo guardano, è [ma bisognerebbe dire: riflette] un’immagine perfetta, sulla quale non c’è niente da ridire».

Alzi la mano chi di voi, «quando entra in un appartamento», resiste alla tentazione di lanciare il primo sguardo a questo «quadro»; sappiate, allora, che siete proprio come quelle damigelle che si dimenticano dei loro amanti (c’è poco da sorridere) per rimirare, con marcato compiacimento, questa immagine incantevole, anche nel turbinio d’una scatenata controdanza, ammonisce l’ufficiale-gentiluomo.

E il pensiero corre allora svelto alla mazurka del Gattopardo, ambientata nel salone di palazzo Valguarnera-Gangi, pieno di specchi alti fino al soffitto, sopra consoles dorate, che riflettono all’infinito l’immagine della Cardinale, talmente incantevole che, come le ricordava il principe di Salina, «nessun Tancredi [Alain Delon, da togliere il fiato anche coi baffetti] avrebbe resistito alla sua bellezza».

A questo punto, con un vago senso di colpa, i miei occhi si alzano dalle pagine del Voyage e compiono un rapido periplo della stanza, senza rilevare insidiose superfici riflettenti. Andrà ricordato che sono pur sempre in una casa in collina, e che l’ultimo dei pensieri di chi l’ha arredata era quello di farsi bello. Meglio così, mi dico, rassicurato dalla vista degli scarponi infangati in un angolo.

Però, a proposito di occhi, c’è quella stampa, appesa sopra la porta della cucina, che cattura ogni volta la mia attenzione. Mostra una giovane donna che volge la testa alla fantesca alle sue spalle, mentre con la mano tende verso un elemosiniere. La scritta, in basso, recita «S. Lucia», e si suppone che quel piatto di metallo luccicante (un ‘elemosiniere’, appunto) contenga gli occhi della martire cristiana (protettrice della vista, dall’etimo latino del suo nome, Lux, Luce = Lucia).

Lucia? A me ricordava un’altra storia. Quella truculenta di una vera e propria «spoiled brat», come direbbero gli inglesi, ossia d’una perfida mocciosa viziata, che volle servita su un piatto d’argento la testa di Giovanni il Battista: Salomè (nota ai più per la «danza dei sette veli», per capirci). Infatti, scopro che la stampa che sorveglia dall’alto chi accudisce i fornelli, copia la metà di un’acquaforte che il pavese Giovita Garavaglia (1790-1835) trae da una tavola di Bernardino Luini (1481 ca-1532), oggi agli Uffizi. Altro che vergine siracusana.

Chi la incide ricalca le figure del Luini, ma omette il braccio del carnefice che tiene sollevata la testa mozzata, così che la coppa su cui sta per «servirla» appaia come un piatto, sul quale tradizionalmente stanno gli occhi di Lucia, suo attributo distintivo. Ecco servito l’inganno, buono per cavarne una stampa devozionale, da vendere nella sagrestia d’una parrocchia. Però, ora che ci faccio caso avendola sottomano, mi vedo riflesso nel suo vetro, e penso: non sarà ora di scorciare la barba? E un brivido corre lungo la schiena, come a una damigella all’invito ad un ballo; mi affretto a riappenderla al chiodo, girando lo sguardo.

CAMERA CON VISTA
Capitolo I. Albert e Charlotte
Capitolo II. Un tableau parfait
Capitolo III. La prima comunione in quarantena
Capitolo IV. The dinner game

Marco Riccòmini, edizione online, 5 aprile 2020


  • Da Giovita Garavaglia «S. Lucia» Acquaforte e bulino. Da qualche parte sull’Appennino tosco–emiliano

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