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Camera con vista | I. Albert e Charlotte

Quale racconto più appropriato da leggere in quarantena che il «Voyage autour de ma chambre» di Xavier de Maistre?

Da James Northcote (1746–1831), «I dolori del giovane Werther»

Quale racconto più appropriato da leggere in quarantena che il Voyage autour de ma chambre (1794), scritto da Xavier de Maistre (1763-1852) nei giorni della sua reclusione torinese? (Chi non lo avesse può scaricarlo gratuitamente online, in lingua originale).

Comincerei dal capitolo XX: «Alle pareti della mia stanza [dove mi sono rifugiato] sono appese [pochissime] stampe e dipinti che l’abbelliscono».
Occorre che sappiate che, mentre vi scrivo, osservo un merlo beccare bacche rosse dal ramo tremulo d’un arbusto, trovandomi tra i boschi dell’Appennino.
«Mi piacerebbe molto sottoporli al giudizio del lettore, uno dopo l’altro, per divertirlo e anche per distrarlo lungo il cammino che dobbiamo ancora percorrere per giungere al mio ufficio [che qui è per me una dormeuse Luigi Filippo, un po’ sfondata, ma posta strategicamente accanto al camino]; ma è tanto difficile descrivere un dipinto quanto dipingere un ritratto basandosi solo su una descrizione. Ma quale emozione proverebbe, ad esempio, nell’ammirare la prima stampa che gli si presenterebbe agli occhi! Vedrebbe l’infelice Charlotte che pulisce con mano tremante le pistole di Albert».

La prima stampa che de Maistre descrive della sua «prigione» domestica è, con ogni probabilità, la mezzatinta pubblicata nel 1792, tratta dall’invenzione di James Northcote (1746–1831). Illustra il passo cruciale e tragico de I dolori del giovane Werther (1774) in cui, dopo che il domestico di Werther ha consegnato ad Albert il messaggio in cui gli chiedeva in prestito le sue pistole col pretesto di un «imminente viaggio», «Carlotta [sua moglie, innamorata segretamente di Werther] lentamente si avvicinò alla parete, prese l’arma, ne tolse la polvere, esitò e avrebbe indugiato ancora a lungo se Alberto non l’avesse scossa con uno sguardo interrogativo. Diede al domestico il funesto ordigno senza poter proferir parola, e appena egli fu uscito, piegò il lavoro e andò nella sua stanza in preda a un’incertezza senza fine. Il suo cuore le faceva presagire tutti gli orrori».

E, come sappiamo, ne aveva ben donde, visto che l’infelice amante non corrisposto userà quelle armi per togliersi la vita, un colpo alla testa neanche tanto preciso (morirà, infatti, a mezzogiorno del giorno seguente), come scrive Goethe. Chissà se la bella Charlotte, costretta dalla sua rigida morale a restare fedele ad Albert, si sarà poi pentita di non essere fuggita lontano col giovane Werther.

Seppure di stringente attualità, l’incisione è di qualità un po’ modesta. Lo stampatore era quel «J. P. Cook», nome inglese di fantasia sotto il quale si celava, si pensa, un italiano che tirava stampe «piratate», ossia copiate senza il permesso degli artisti. Non ricordo se Goethe nel suo racconto menzioni oppure no il barboncino dal taglio leoncino che scodinzola allegro nel gruppo di famiglia in un interno o se è licenza poetica dell’incisore inglese.

Fatto sta che il focoso ufficiale savoiardo, agli arresti domiciliari per un duello vietato dal regolamento, la stampa se l’era appesa in camera. Certo, il pit-stop in cui la descrive gli serviva anche per allungare il brodo (diciamo così) di un «viaggio» in una stanza lungo quarantadue giorni, ma resta pur sempre il primo esemplare della sua «quadreria» casalinga.

E, pur essendo il de Maistre uomo dai gusti raffinati, quando ci confessa che molte volte era stato tentato «di rompere il vetro che copre questa incisione, per strappare Albert dal tavolo, farlo a pezzi e calpestarlo sotto i piedi», non lo fa per uno scrupolo di natura artistica. Lo avrebbe fatto (ma non lo fece, per quel che ne sappiamo) per spregio non all’incisore bensì a quell’uomo (Albert) che reagiva al calore del cuore di sua moglie con la sensibilità pari a quella con cui una «roccia riceve le onde del mare» (parole di de Maistre).

Che cuore romantico, quel giovane ufficiale; tutto Sturm und Drang, diremmo oggi. Non sorprende, quindi, se (sospirando) terminava quel capitoletto del suo «diario di bordo» (oggi diremmo «di quarantena») augurandosi di trovare un amico, non come quel noioso di Albert («di cui è pieno il mondo»), ma uno «il cui cuore e la cui mente si armonizzano coi tuoi ... e che non è preda di ambizione o avidità, ma che preferisce l’ombra di un albero al fasto di una corte». Un pensiero condivisibile, specialmente di questi tempi. Per quel che mi riguarda direi che, per cominciare, affacciandomi alla finestra della mia camera, gli alberi non mancano.

CAMERA CON VISTA
Capitolo I. Albert e Charlotte
Capitolo II. Un tableau parfait
Capitolo III. La prima comunione in quarantena
Capitolo IV. The dinner game



Marco Riccòmini, edizione online, 1 aprile 2020



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