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Persone

Brian Eno trasportato dal flusso

Il compositore, musicista, produttore e artista visivo si racconta al Giornale dell'Arte

Brian Eno. Foto Shamil Tanna, cortesia Paul Stolper Gallery 2020

«Attribuiamo molta importanza all’autocontrollo, che del resto è la chiave del successo della nostra specie sulla Terra. Ma è quando ci lasciamo andare e accettiamo di essere sedotti che ci capita qualcosa di stupefacente».

Compositore, geniale creatore della «ambient music» per aeroporti o film, musicista che ha attraversato il rock dai Roxy Music degli esordi a una carriera senza eguali per originalità tra esplorazioni di confine e pop, produttore di artisti quali David Bowie, i Talking Heads e gli U2, Brian Eno è una figura pressoché unica. Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno (questo il suo nome completo) dalla fine degli anni Settanta è un riconosciuto artista visivo: crea opere fatte di luci a led, sviluppa paesaggi di colore autogenerati che variano con lo scorrere dei secondi e di solito arricchiti da flussi sonori.

Nato a Woodbridge, in Gran Bretagna nel 1948, Eno ha esposto in un dialogo intimo e denso di suggestioni tre suoi «lightbox» vicino al «Polittico di sant’Antonio» di Piero della Francesca del 1460-70, al Polittico Guidalotti del Beato Angelico del 1447 circa e al «Cristo morto in pietà» del Perugino del 1483-95 alla Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia. Le opere erano riunite nella mostra piccola e intensa aperta nel settembre scorso: intitolata «Reflected», ideata dal direttore Marco Pierini e realizzata con Atlante Servizi, si è purtroppo interrotta a novembre alla chiusura dei musei per le necessarie misure contro la pandemia del Covid.

Pierini sperava di poter proseguire a gennaio ma l’ultimo Dpcm di questi giorni consente ai musei di riaprire se si trovano in una regione identificata come zona gialla mentre l’Umbria per ora resta nella fascia arancione, quindi a rischio elevato di contagio. La mostra è quindi finita e non ripartirà anche per una ragione contingente: a fine gennaio il museo avrebbe comunque chiuso perché iniziano robusti lavori di ristrutturazione che dureranno molti mesi, riaprendo prevedibilmente dopo l’estate.

Ecco cosa ha raccontato l'artista britannico in questa intervista al «Giornale dell’Arte».

Brian Eno, quale rapporto ha voluto instaurare con Piero della Francesca, Beato Angelico e il Perugino? Non ha cercato semplicemente una connessione formale, vero?
No, non ho cercato affatto una connessione formale. Ho invece pensato che se andassi in una chiesa oggi vorrei provare il senso di nutrimento e di stupore che le persone avranno provato quando videro uno di questi dipinti nel XV e nel XVI secolo. Come ricrearlo? Non ho cercato di fare un commento sulle opere ma sul ruolo di questi dipinti nella vita spirituale.

I suoi lightbox richiedono appunto tempo per essere apprezzati. Viceversa, viviamo in una società in cui la lentezza è di norma vista come un difetto e anche l’arte si guarda in fretta. Che cosa prova al riguardo?
Ho la sensazione che se proponi qualcosa di sufficientemente spettacolare, le persone allenteranno il proprio stato di attenzione. Uno degli effetti a cui ambisco è che le persone la prendano con più lentezza, è dar loro la sensazione di vivere più lentamente. Ma tutto ciò ha a che fare con il problema del vivere in una società dagli obiettivi a corto raggio. Ci siamo messi in una posizione in cui tutti i nostri obiettivi e le nostre ambizioni sono molto immediati, sono a brevissimo termine, invece di piantare un orto di olivi e aspettare cinquant’anni prima che produca olive. Vogliamo ogni cosa pronta per domani mattina, anzi a dire il vero vogliamo che ci sia consegnata da Deliveroo questo pomeriggio.

E lei non concorda con questo atteggiamento, vero?
Certo che in qualche misura concordo. Mi faccio consegnare merci rapidamente anche io, non dico che è tutto terribile, ma il fatto di avere un orizzonte talmente limitato non ci permette di pensare e di guardare molto lontano. So che alcuni Paesi stanno creando comitati per il futuro nei quali cercano di pensare in termini più lunghi. In Giappone, per esempio, hanno un consiglio cittadino i cui membri immaginano di vivere a cinquant’ anni di distanza da ora e commentano la legislatura da quel punto di vista. Così quando viene proposta una legge nuova loro dicono: «In cinquant’anni questa legge avrà questi effetti». Abbiamo bisogno proprio di questo, abbiamo bisogno di capire che viviamo in una società in rapido mutamento, ma che ci sarà un futuro e dobbiamo pensarci.

I suoi lightbox sembrano suggerire quiete. Non a caso il suo programma «77 million paintings» e altre sue opere sono stati adottati in alcuni ospedali.
È vero, ho lavorato con diversi ospedali inglesi. Credo che i miei lightbox suscitino un senso di calma e ritengo che talvolta la calma non sia una pessima idea.

Ritiene dunque che abbiano un potere calmante, soprattutto in un periodo di pandemia come quello attuale?
Sì, credo di sì. Naturalmente non sostengo che abbiano un valore medico o cose del genere, ma per esperienza so che persone che hanno visto queste opere negli ospedali hanno provato un grande conforto. Non sto facendo proclami né tanto meno evocando qualcosa di soprannaturale, dico solo che a volte le persone hanno bisogno di un motivo per essere calme e di un posto dove provare quiete.

C’è qualche artista italiano, vivente o del passato, che ama più di altri? In passato ha lavorato con Mimmo Paladino.
Sì, Mimmo è un artista meraviglioso. Beh, direi che Giacomo Balla per me riveste una grande importanza. Di fatto ne potrei citare molti. A mio parere un artista molto rilevante è Francesco Clemente: amo il suo lavoro, mi ha molto impressionato. Andando indietro nel tempo citerei Duccio di Buoninsegna. Del XVIII secolo non c’è qualcosa che davvero mi interessi, almeno non potrei pensare a qualcosa di italiano. Mi piace moltissimo Tiziano per quanto si trova nello sfondo dei suoi dipinti: per me è un grande pittore atmosferico. E amo anche il Bronzino.

Diversi musicisti pop e rock britannici emersi negli anni Sessanta e Settanta avevano frequentato scuole d’arte. Anche lei ha studiato alla Winchester School of Art. Potremmo ricordare David Bowie, John Lennon o Brian Ferry, tra i tanti. Perché?
La musica pop inglese ha sempre riguardato molto le idee, non è solo intrattenimento o il voler creare una hit di successo. La scuola d’arte è stato un posto dove i giovani potevano dimostrare quanto fossero diversi e nuovi, quali eccitanti idee avessero, e se non volevi un lavoro schifoso in Inghilterra quello che facevi era andare in quelle scuole. Per questo mi iscrissi a una scuola d’arte: non volevo un lavoro.

Studiare arti visive stimola davvero le capacità creative?
Totalmente, certo, è naturale. Impari dall’esperienza e l’esperienza si forma anche guardando che cosa fanno gli altri.

Quando si è collegato con la Galleria Nazionale dell’Umbria all’apertura della mostra ha paragonato l’arte al sesso, alla droga e alla religione. In che modo ritiene abbiano delle somiglianze?
In una vita sana dovremmo sapere come tenere le cose sotto controllo e come arrenderci, un verbo che non reputo passivo. Se pensiamo alla maggior parte delle esperienze che consideriamo trascendentali, quelle in cui ci diciamo «mi sta capitando qualcosa di stupefacente», sono le esperienze di resa. Se facciamo un elenco, sarebbero principalmente il sesso, le droghe e la religione. Sono i «luoghi» in cui ci permettiamo di venire sedotti ed essere sedotti significa essere portati da qualche altra parte. La nostra civiltà pone forte enfasi sul controllo e al riguardo siamo molto bravi, come è giusto che sia perché è stata la chiave del nostro successo come specie sulla Terra, ma che cosa dovremmo fare quando ci troviamo in una situazione che non possiamo controllare? La cosa intelligente, allora, è apprendere come arrendersi. Conoscerà quell’espressione che usavano gli hippies, «just go with the flow», lasciati andare con il flusso. Intendo dire che seguire il corso delle cose richiede un vero talento, tanto quanto quello necessario per mantenere il controllo.

Parlando di arte spesso viene citata una frase del principe Miškin ne «L’idiota» di Dostoevskij: «La bellezza salverà il mondo». La bellezza previene il male? I nazisti amavano Beethoven, Wagner, l’arte classica, il Rinascimento italiano eppure costruirono i campi di concentramento.
Non credo che la bellezza salverà il mondo. Se la bellezza potesse salvare il mondo allora Himmler sarebbe stata una delle persone più belle, giacché aveva una ricca collezione d’arte. Ho qualche problema con quell’idea. Ci sono molti artisti che giustificano una mancanza totale di impegno in qualsiasi attività politica e non concordo con questa impostazione, no davvero.

Da cittadino britannico lei si è pronunciato contro la Brexit. Che cosa crede che accadrà?
Il caos assoluto. La Brexit è un’idea davvero davvero stupida e ogni giorno che passa lo dimostra.

Perché?
Anzitutto mi sento più europeo che britannico, se capisce che cosa intendo. Sono più orgoglioso di essere un cittadino europeo che inglese: non che mi dispiaccia ma è più stimolante essere europeo ed è ciò che voglio essere. Quando hanno inventato l’Unione Europea hanno fatto qualcosa di stupefacente. Non c’è stata una guerra per ottant’anni. E se poi penso all’idea secondo la quale l’Inghilterra è un caso speciale, un piccolo Paese meraviglioso che deve isolarsi da tutti quegli stupidi stranieri... È un atteggiamento che a mio giudizio appartiene al passato. Non ne faccio parte. Ma lei deve anche rendersi conto che abbiamo parlato di Brexit per sette fottuti anni e ora l’argomento ci ha completamente stufato. La Brexit è un errore terribile e nessuno di coloro che l’ha voluta lo ammetterà. Nessuno qui ammette mai un errore. Ma ne abbiamo commessi in serie. Il crollo finanziario del 2008 ha avuto molto più a che fare con l’Inghilterra che con l’America, a mio giudizio. Ma come dicevo nessuno si assume la responsabilità di questi errori e così li commettiamo di nuovo.

Stefano Miliani, da Il Giornale dell'Arte numero 413, gennaio 2021

©RIPRODUZIONE RISERVATA
  • Lightbox di Brian Eno davanti al Polittico Guidalotti di Beato Angelico alla Galleria Nazionale dell’Umbria. Foto © Marco Giugliarelli
  • Lightbox di Brian Eno vicino al Cristo morto in pietà del Perugino alla Galleria Nazionale dell’Umbria. Foto © Marco Giugliarelli
  • Lightbox di Brian Eno vicino al Cristo morto in pietà del Perugino alla Galleria Nazionale dell’Umbria. Foto © Marco Giugliarelli
  • Lightbox di Brian Eno vicino al Polittico di Sant’Antonio di Piero della Francesca alla Galleria Nazionale dell’Umbria. Foto © Marco Giugliarelli
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