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Exhibition view, «Zoo, Hat, Bridge, Tree: Architectural Propositions of Onomatopoeia», Richard Avery, Vistamare Studio, Milano, 2021

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Exhibition view, «Zoo, Hat, Bridge, Tree: Architectural Propositions of Onomatopoeia», Richard Avery, Vistamare Studio, Milano, 2021

Benvenuti a Onomatopoeia

Charles Avery costruisce una città immaginifica tra le pareti di Vistamarestudio

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Inutile cercare su Google Maps la città di Onomatopoeia, perché esiste solo nell’atlante immaginario, e immaginifico, di Charles Avery (Oban, Gran Bretagna, 1973; vive e lavora tra Londra e l’isola scozzese di Mull, dov’è nato). Ce la presenta ora, fino al 30 luglio, Vistamarestudio con la mostra «Zoo, Hat, Bridge, Tree: Architectural Propositions of Onomatopoeia», che porta per la prima volta a Milano il suo lavoro.

Sono esposti i lavori degli ultimi cinque anni dell’artista (che, tra altre esposizioni prestigiose, ha rappresentato la Scozia alla Biennale di Venezia del 2007 ed è stato presente con una personale alla Biennale di Istanbul del 2019), tutti disegni ad acquarello su grandi o grandissime carte, e due sculture, in cui la città, capitale di un’isola non meno misteriosa, prende forma sotto i nostri occhi con i suoi ponti, le sue torri, i suoi improbabili edifici.

E con il suo zoo, protagonista dell’opera centrale della mostra, «Untitled (Inner Circle, Onomatopoeia Zoo)», 2016, che esibisce animali spesso ibridi, da bestiario medievale, e visitatori non meno inquietanti, a guardarli da vicino, intenti a muoversi in un’architettura meticolosamente rappresentata, onirica ma al tempo stesso verosimile.

Un cortocircuito che scaturisce dalla visionarietà degli edifici (oltre che dai colori fiabeschi che Avery predilige), rappresentati però con veri, minuziosi progetti architettonici. Perché, spiega l’artista, «disegnare un edificio convincente è come disegnare una persona. Devi capire la sua funzione, dove sono le scale, i tubi, prima di indossare la sua pelle».

Anche gli alberi («Tree N. 1») a Onomatopoeia vivono nella stessa ambiguità: rigidi e artificiali, fatti di ferro, generano frutti anch’essi geometrici, come i solidi platonici di Leonardo per il De Divina Proportione di Luca Pacioli, modellati però nella morbida, biologica cera.

Exhibition view, «Zoo, Hat, Bridge, Tree: Architectural Propositions of Onomatopoeia», Richard Avery, Vistamare Studio, Milano, 2021

Ada Masoero, 13 luglio 2021 | © Riproduzione riservata

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