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Arbasino, le muse e gli artigianelli

L'intenso e inquieto rapporto tra lo scrittore e l'arte visiva

Alberto Arbasino

Alberto Arbasino, scomparso nella notte del 22 marzo a 90 anni (era nato a Voghera nel 1930), intrattenne da sempre con l'arte visiva rapporti intensi, spaziando da Correggio, cui dedicò una singolare biografia (Mondadori, 2008) all'arte del suo tempo. Vicino alla Scuola di Piazza del Popolo, a Schifano, Pascali, Mattiacci e alla galleria La Tartaruga, ne descrisse i protagonisti con il distacco e l'ironia di sempre («più carini e belli delle loro opere pop») e resta memorabile il suo articolo in morte di Pino Pascali, nel 1968, scritto per «Il Corriere della Sera». Restano indimenticabili le pagine che in Le Muse a Los Angeles (Adelphi, 2000) dedica al Getty Center, al suo incontro con i fogli del Museum Chartaceum di Cassiano dal Pozzo e all'architettura del poco amato Richard Meier, di cui criticò duramente anche il progetto per il Museo dell'Ara Pacis a Roma.

L'arte e i suoi interpreti costellano del resto i Ritratti italiani (Adelphi, 2011), da Giuliano Briganti a Federico Zeri, da de Chirico a Giosetta Fioroni, da De Pisis allo stesso Pascali. Lo stesso Arbasino offriva caleidoscopiche recensioni sulle pagine di «La Repubblica». Si diffonde in un'immaginifica tavolozza dagli accenti gastronomici descrivendo i dipinti di Rothko alla Fondazione Beyeler nel 2020 («L' arancione acrilico delle tute autostradali o netturbine. Il verde scuro e il blu opaco delle carrozzerie Audi e Opel impolverate. Senapi e zafferani, melanzane e primule. Il mandarino e il ciclamino delle crestine punk. Il cinabro dei vecchi muri, il carminio dei rossetti. Il bianco gualcito delle camicie e federe da buttare in lavatrice. Le diverse nuances della mostarda, della cioccolata, della cacca»).

È in queste occasioni che emerge con rinnovata energia e furore la sua identità di «nipotino» dell'amatissimo Gadda. Il suo reportage dalla Biennale di Venezia del 2013 è una sentenza su tanta parte dell'arte contemporanea e su certi vezzi enciclopedici curatoriali: «Di sala in sala prosegue il surrealismo naïf, con le sue anse e giravolte oscure. I manichini giganti. Gli ex-voto anatomici dell'eremo antico. Le foto dall'alto contemporanee o paleo-novecentesche. Le conferenzine televisive impegnate sui problemi dell'Angola o del Vietnam. Esuberanti iconoclasti. Polaroid di mutanti. Fantasmagorie di piovre molto dentate. Predicazioni saccenti. Rivolte, ribellioni, proteste, cortei. Visionari artigianelli. Apocalittici casarecci. Catastrofici rusticani».

Franco Fanelli, edizione online, 23 marzo 2020



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