Andrea Carandini, un borghese sopravvissuto

Il celebre archeologo, profondo conoscitore della storia di Roma e presidente del Fai, racconta la sua storia eccezionale

Andrea Carandini da bambino a cavallo nel Castello di Torre in Pietra
Guglielmo Gigliotti |

In L’ultimo della classe. Archeologia di un borghese critico (Rizzoli), Andrea Carandini (Roma, 1937) racconta la sua vita di uomo e di archeologo. Docente universitario emerito, direttore di scavi fondamentali, tra cui quelli relativi alla fondazione di Roma, autore prolifico di libri di metodologia di scavo, di storia antica, ma anche di meditazioni sulla vita, ha presieduto il Consiglio Superiore dei Beni culturali, e ora è al vertice del Fai, Fondo per l’Ambiente Italiano.

Professor Carandini, che cosa l’ha spinta a ripercorrere la sua esistenza e il suo mondo?
È un’idea che covavo da tempo, anche perché in tutti i miei scritti c’è sempre stato un elemento soggettivo; io infatti non ho mai creduto all’oggettività pura, ma solo al vero... Così, giunto agli 80 anni mi sono detto: ora o mai più. Due sono state però le molle essenziali: la prima è stata la volontà di trasmettere alle generazioni future una testimonianza di un mondo sparito, quello della borghesia critica, colta e liberaldemocratica, di cui mi sento, appunto, «l’ultimo della classe»; la seconda molla è stata quella di capire il senso della mia vita. L’identità è qualcosa che non hai una volta per tutte, ma la costruisci in tutte le fasi della vita, è un prodotto della mente. Ed è venuto fuori un aspetto che non sospettavo, è cioè che io, in fondo, sono un abusivo del mio tempo, essendo sopravvissuto alla mia stessa biografia.

L’autobiografia è stata allora un altro modo di perseguire il «Conosci te stesso»?
Sì, anche se non è facile conoscere sé stessi, soprattutto in ciò che non va. E infatti sono stato autocritico per cose che non amo di me.

Considerata l’analogia di Freud tra archeologia e scavo interiore, l’aver scoperto le vere origini storiche di Roma ha corrisposto in lei anche al reperimento dell’origine perenne delle cose, ripercorrendone la circolarità metatemporale, con spirito quasi proustiano?
Proust, nel Tempo ritrovato fa le affermazioni più importanti, anche se in genere sottovalutate, della sua immensa opera: sono quelle relative agli elementi atemporali, considerati come l’essenza della realtà. Così pure Freud, quando scorge nell’atemporalità sostanziale dell’inconscio la condizione che lega tra loro le esperienze profonde della mente, compresi quegli elementi primigeni che vivono nella metamorfosi della vita, i nostri ricordi.

Lei parla in questo senso della Colonna Traiana.
Sì, perché nell’arrotolarsi spiralico dei rilievi si nasconde il simbolo della vita, che torna sempre su sé stessa, ma a un livello superiore, cioè non è solo un tornare, ma un tornare salendo, con sempre maggiore consapevolezza.

E allora, per rimanere in linea con l’analogia di Freud, si può arrivare a dire che, in fondo, l’archeologia scava nell’inconscio del mondo?
Scava nel conscio e nell’inconscio, perché scava in ciò che era inconscio agli stessi antichi.

Lei fa risalire la sua vocazione archeologica a due sogni che ebbe da bambino. È assurdo ritenere che c’è un impulso inconscio all’archeologia?
Assolutamente no! Quella verso l’archeologia è una pulsione primaria, forse animale.

Lei apre la sua autobiografia con una citazione da Marco Aurelio che esorta a «scavare dentro». E recentemente ha scritto un libro su Antonino Pio e Marco Aurelio. Vede nell’imperatore filosofo un padre spirituale?
Marco Aurelio è stato il pensatore più grande della romanità, assieme ad Epitteto: il primo un imperatore, il secondo uno schiavo, poi liberato. Fa riflettere...

A proposito di padri, il libro reca in copertina e in quarta di copertina fotografie di lei con suo padre Nicolò. Nel libro lei parla spesso dell’assenza di suo padre. Questo libro segna il definitivo perdono?
Sì. E poi ho capito quanto sono stato insopportabile con lui, povero papà! Ero terribile, sempre bastian contrario (anche se lui me lo diceva in piemontese), e anche rivale in amore, considerato il mio marcato Edipo. D’altronde gli devo anche la scelta archeologica: quando c’è un padre mancante, si cercano altri padri. Prima sono ricorso ai nonni, poi ai maestri e infine all’antichità. L’archeologia sopperisce al padre mancante. Oggi sono tutti più soddisfatti, ma non felici, perché per la felicità bisogna colmare la parte mancante che ti fa soffrire. Oggi porto un anello che era di mio padre. È il simbolo della mia riconciliazione, perché io ho bisogno della densità simbolica.

Lei ha 83 anni: che cos’è rimasto in lei dell’Andrea bambino?
Moltissimo. È l’unica cosa di cui non toccherei una virgola. Ci sono stati momenti di disperazione nella mia vita, in cui mi sarei potuto suicidare, ma non l’ho fatto, perché c’era quel bambino vitale in me.

Il libro è dedicato alla sua nipotina Lea, due anni. Per di più, Lea possiede ora anche l’orsacchiotto Franzi, con cui lei giocava da bambino.
È il primo reperto della mia vita. Lo abbiamo anche fatto restaurare, è giunto a mia figlia Greta, e ora a sua figlia Lea. Questo senso del durare lo trovo bellissimo! Ora vige il culto del piacere presente, ma il valore della vita, anche nel suo significato atemporale, te lo dà il senso della lunga durata.

Che cos’è allora la vecchiaia, in verità?
È un’età straordinaria, se la prendi per il verso giusto, perché ti porta a sorridere di molte cose, a una relazione fondata sul distacco e la consapevolezza. Ma questo avviene soltanto se hai cercato dentro di te.

Quale rapporto ha con la meraviglia?
Un rapporto perenne. Io sono spaventosamente curioso, la curiosità è la mia ossessione, mi metterei anche a indagare sulla mia morte. Pensi che bello sarebbe capire il trapasso! La curiosità in me è fondante, è pulsione indagatrice che nasce dal corpo, quindi dalla materia, e giunge alla conoscenza. A un incontro recente con una giovane archeologa sulla Villa di Pompeo ad Albano, ad esempio, ho provato l’entusiasmo del mio primo scavo.

Le sue scoperte sulle pendici settentrionali del Palatino di tracce stratigrafiche di mura dell’VIII secolo hanno dato ragione alla datazione trasmessa dalla leggenda di Roma, creando un ponte tra storia e mito. Come andò?
Andò da sé. Cercavo le case dei consoli della Repubblica, poi sono giunto alle mura della rifondazione urbana dei Tarquini del VI secolo, proseguendo incontro mura dell’VIII secolo, con tanto di deposito di fondazione presso la Porta Mugonia, e lì sotto residui capannicoli del Septimontium protourbano del IX secolo, di cui parla Varrone.

La datazione è stata possibile grazie al metodo stratigrafico, di cui lei è in Italia il maggiore propugnatore e attuatore, accanto alla tipologia e alla topografia. Per quanto sia un approccio oggettivo e scientifico, ha trovato in passato anche oppositori tra i colleghi. E oggi?
Le dico solo che il mio rigore metodologico non è in uso in molti casi, e che il Centro per l’Archeologia, che pure il Ministero della Cultura (MiC) istituì su mio auspicio, in verità, oltre a non coordinare le attività di scavo, che vengono lasciate al caso, non stabilisce neanche linee guida generali, o di metodologia di ricognizione e catalogazione. Non a caso, è diretto da uno storico dell’arte antica e non da un archeologo.

Nell’autobiografia lei ricorre sovente al principio dell’«antinomia ben temperata» (a cui ha dedicato anche un recente libro) come guida alla vita saggia. In questa prospettiva, la rivalità tra archeologi può essere considerato uno sprone?
Senza lotta non sarei stato quello che sono stato. Crea la tensione giusta. Devo quindi anche ringraziare Filippo Coarelli, mio compagno di università e ora mio ostinato avversario. Avrei adorato essere amico suo, lo vorrei anche adesso, ma c’è anche una prevenzione sociale, lui non mi ha mai perdonato la dimensione di privilegio nel quale ho mosso i primi passi. A volte il pregiudizio è in senso contrario...

E gli studenti? In quasi 50 anni di docenza universitaria, lei ha dato molto a loro. Loro che cosa hanno dato a lei?
Tutto! A cosa serve una falce, se non c’è la pietra sulla quale affilarla? Lo studente affila la falce del maestro e il maestro falcia l’erba.

Lei indica come secondo maestro Ranuccio Bianchi Bandinelli, ma come primo, il cuoco della sua infanzia, Giovanni.
Giovanni è stato il classico uomo del popolo che sa tutto della vita. Come il Platon Karataev di Guerra e Pace. È stata la mia finestra sul mondo dalla mia postazione di recluso privilegiato.

Quale consiglio darebbe a un giovane archeologo?
Che deve indagare la vita e non solo l’arte, che deve occuparsi del tutto, l’«holon», che a sua volta comprende l’arte. L’«holon» sfugge sempre, come un uccello, ma lui dovrà salire sulle montagne più alte e lì continuare a cercare il tutto.

Oggi la sua montagna è il Fondo per l’Ambiente Italiano, che presiede dal 2013.
Si ha una bella vista da lì. Ho sempre lavorato per lo Stato, e non mi ero reso conto del potenziale del privato. Il Fai è stato il completamento della mia maturazione.

È vero che per riposarsi suona Bach al clavicembalo?
Non più tanto al clavicembalo, che va continuamente accordato. Ora suono l’organo. Bach è una dimensione correttiva della vita, è un resetting di me stesso.

Ha raccontato che a scuola non brillava e che davanti alla prima divisione ha gridato: «Sciopero!». Lo griderebbe ancora?
Certo! Io non so ancora fare le divisioni. Non me ne vanto, ma è così. Sciopero!


L’ultimo della classe,
di Andrea Carandini, 792 pp., ill.b/n, Rizzoli, Milano 2021, € 28

© Riproduzione riservata Andrea Carandini nel 2018 Il salone del Castello di Torre in Pietra (Rm) con affreschi del 1725 Il padre Nicolò Carandini con Alcide De Gasperi alla metà degli anni Quaranta Andrea Carandini mentre dipinge forme astratte intorno al ’57
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