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Mostre

Al Metropolitan gli splendori del Sahel

Un mosaico di antiche e influenti realtà

L'entrata del Metropolitan Museum a New York. Foto da Wikipedia | © Arad | CC BY SA 3.0

New York. Come un grande mare, a partire dal primo millennio dopo Cristo il deserto del Sahara ha visto la nascita lungo i suoi bordi di leggendarie civiltà e vasti imperi. Focalizzata sulle terre che si affacciano sui margini meridionali del deserto, corrispondenti agli attuali stati del Senegal, Mali, Mauritania e Niger, la mostra «Sahel: arte e imperi sulle sponde del Sahara» (dal 30 gennaio al 10 maggio) studia per la prima volta questo mosaico di antiche e influenti realtà, connesse da una ramificata rete commerciale alla scala regionale e internazionale di cui reca testimonianza la preziosa mappa in pergamena realizzata nel 1413 dal cartografo maiorchino Mecia de Viladestes, attualmente conservata alla Bibliothèque Nationale de France di Parigi.

Con la cura di Alisa LaGamma e Ceil e Michael E. Pulitzer e la collaborazione di Yaëlle Biro, gli imperi di Ghana (300–1200), Mali (1230-1600), Songhay (1464-1591) e Segu (1640-1861) sono rappresentati da oltre 200 oggetti che comprendono sculture in legno, pietra, terracotta e bronzo; oggetti preziosi; tessuti e manoscritti miniati provenienti, oltre che dal Met, da importanti istituzioni africane ed europee.

Al centro della mostra non solo l’evoluzione e la caduta di questi influenti imperi, ma anche lo sviluppo urbano, l’architettura monumentale e il rivoluzionario avvento dell’Islam nell’XI secolo. Molte opere sono esposte per la prima volta negli Stati Uniti, come un raro pettorale in oro del XII secolo, tesoro nazionale senegalese proveniente dalla collezione dell’Institut Fondamental d’Afrique Noire a Dakar, o i manoscritti di Timbuctù conservati nella Biblioteca Mamma Haidara del Mali.

La mostra si apre con una scenografica galleria dedicata alla scultura in cui un megalite di tre tonnellate a forma di lira (VIII secolo) proveniente da Wanar, in Senegal, viene affiancato da un torso femminile di pochi centimetri noto come la Venere di Thiaroye. Tra le 14 diverse figure di guerrieri a cavallo, presentate insieme, spicca la splendida scultura equestre in terracotta (III-XI secolo) trovata nella necropoli di Bura nel 1985 e conservata all’Institut de Recherches en Sciences Humaines dell’Università di Niamey, in Nigeria, oltre al cavaliere scolpito da un maestro Bamana del Mali come allegoria del potere.

Risultato di un lungo, interdisciplinare e internazionale lavoro di équipe durato quattro anni, che ha visto collaborare studiosi specializzati in tradizioni orali e Islam, archeologi, filosofi e storici dell’arte, la mostra prosegue l’attenzione dedicata dal Met alle civiltà africane fin dal 2007 grazie a tre grandi mostre sul Congo, la scultura e l’area centrafricana.

Elena Franzoia, da Il Giornale dell'Arte numero 404, gennaio 2020



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