A proposito dei 250 anni di Caspar David Friedrich

Flaminio Gualdoni parte dalla mostra che la Kunsthalle di Amburgo dedica all’artista per arrivare a considerazioni più generali

«Viandante sul mare di nebbia» (1818), di Caspar David Friedrich (particolare), Amburgo, Hamburger Kunsthalle
Flaminio Gualdoni |  | Amburgo

La Germania è una Nazione ricca di soldi e anche di cultura. Ma, nazionalismi a parte, ha trascorso tutto il Novecento alimentando un complesso di inferiorità nei confronti della Francia tale da far percepire al mondo anche fenomeni strepitosi, dal Bauhaus a Klee, per dire, come accessori di una via maestra dell’arte che veniva tracciata e scritta altrove. Un sintomo evidente che tale complesso d’inferiorità permane anche adesso, perché le istituzioni tedesche hanno pensato di alzare la voce allineandosi agli standard di grandeur quantitativa in voga: le celebrazioni, in questo 2024, dei 250 anni dalla nascita di Caspar David Friedrich (1774-1840) sono ben 160 e più tra mostre ed eventi, nonostante si tratti di un artista che ha prodotto in tutto poco più di 500 quadri, e neppure tutti primari.

Per fortuna Friedrich è un pittore ispido e difficile, ha lo statuto di una figura sacrale e silenziosa, e «poppizzarlo» si rivela impresa pressoché impossibile. Certo, il suo «Viandante sul mare di nebbia» è divenuto un’icona a prescindere, a prescindere anche dal suo stesso autore. E sfido chiunque a citare con sicurezza almeno 5 dipinti del nostro oltre a questo, e a collocarli correttamente in cronologia. Anche se nulla si sa della tradizione sottile della «Rückenfigur», la figura vista da dietro che campeggia sul paesaggio, colpisce lo spettatore il fatto che il soggetto umano sia di schiena e paia affogare nel paesaggio naturale, il quale si rivela ben più importante della figura.

Friedrich non solo è un fanatico del paesaggio, ma concepisce e scrive un’idea di natura che può prescindere dall’uomo, dalla sua arroganza di essere misura delle cose. Intriso di misticismo e di simboli, astratto e visionario, il suo naturale schiude orizzonti diversi, di fatto incompatibili con il mainstream che diverrà per tutti quello degli impressionisti. Non a caso la mostra «Caspar David Friedrich. Arte per una nuova era» che, inaugurata il 15 dicembre alla Kunsthalle di Amburgo, ha dato avvio a una pletora di eventi dedicati all’artista (altra smania tipica di questi tempi è anticipare all’anno prima le cose: essere i primi pare importante, che vuoi mai), rivendica quella di Friedrich come la «Kunst für eine neue Zeit»: il tempo nuovo di autori come Ulrike Rosenbach e soprattutto Olafur Eliasson, esposti tra altri a dire del peso moderno del vecchio romantico.

Il quale vecchio romantico se ne sta lì, appartato e vagamente malinconico ma a piè fermo, «fuori strada» avrebbe detto Cesare Brandi, a dirci di come l’arte tedesca tutta abbia sempre avuto un ruolo determinante nei corsi del moderno, alla faccia delle narrazioni di marca francese che hanno prevalso dall’Ottocento in poi.

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