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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliSede di Berggruen Arts & Culture, Palazzo Diedo a Venezia amplia il programma della collettiva attualmente in corso, «Strange Rules», con «Human Unreadable: Body not included» (2026), la nuova performance del duo statunitense Operator (formato dalla coreografa Ania Catherine, 1990, e dall’artista Dejha Ti, 1985), in programma giovedì 23 luglio nell’ambito della 20ma edizione di Biennale Danza. L’appuntamento, a ingresso gratuito, si terrà dalle 12 alle 14 e dalle 16 alle 18 e consentirà anche la visita alle altre mostre, «Unfinished. Ceal Floyer» e «Kelsey Lu&Yumna Al-Arashi 2026, Penumbra» (tutte fino al 22 novembre).
Inserita nel percorso espositivo curato da Mat Dryhurst, Holly Herndon, Hans Ulrich Obrist e Adriana Rispoli, la performance approfondisce i temi della Protocol Art, centrale nella mostra inaugurata durante la settimana di preview della 61ma Manifestazione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. La neo-corrente, come il nome suggerisce, indaga il rapporto tra Intelligenza Artificiale, sistemi computazionali e produzione artistica, traducendo protocolli e algoritmi in opere d’arte.
L’algoritmo alla base dell’opera, «Human Unreadable», è un’infrastruttura coreografica sviluppata sulla blockchain Ethereum, capace di generare istruzioni di movimento che possono essere prescritte ma non eseguite autonomamente: ogni operazione di minting produce infatti una sequenza coreografica unica, definita da parametri quali ritmo, orientamento ed emotività. A Venezia queste istruzioni vengono interpretate dal vivo dalle danzatrici Giulia Padovan e Valentina Peruch seguendo dei numeri proiettati nello spazio, mentre un lungo rotolo sospeso raccoglie l’archivio delle potenziali performance generate dal sistema. Presentata all’interno dell’installazione site specific «Attention Guild» di Mat Dryhurst e Holly Herndon, in collaborazione con Sub, la performance ha una durata di venti minuti e viene ripetuta ogni ora per un totale di sei repliche, sulle note delle musiche di Amon Tobin e con i costumi di Don Aretino.
Il fulcro dell’opera risiede nel cortocircuito tra protocollo e corpo. Tra i 31 movimenti previsti compare infatti anche «Improv», un comando che affida ai performer un’improvvisazione impossibile da determinare attraverso il codice, rendendo evidente il limite dell’automazione e riaffermando il ruolo dell’interprete.
Il duo Operator. Foto Amanda Demme