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Davide Landoni
Leggi i suoi articoliPrima di ogni evoluzione, quando ancora l’arte si avvicinava all’artigianato, la sua essenza era forse più chiara: fare secondo regole, per ottenere un risultato. Poi sono venute sovrastrutture estetiche, concettuali, filosofiche, culturali. Ma in fondo, parte della sua definizione originale non ha mai smesso di essere valida. Punto di vista che Palazzo Diedo − sede veneziana del Berggruen Arts & Culture − riafferma dal 4 maggio con una mostra dedicata alla Protocol Art. Intitolata «Strange Rules», l’esposizione è curata da Mat Dryhurst, Holly Herndon e Hans Ulrich Obrist con Adriana Rispoli. E, per la prima volta in Italia, pone l’attenzione su una pratica artistica che non mira solo a produrre immagini o oggetti, ma rende visibili le regole, le strutture e i sistemi che determinano il modo in cui la cultura viene generata, distribuita e percepita nell’era digitale. In quest’ottica, le regole di cui sopra coincidono spesso con algoritmi, modelli di intelligenza artificiale, protocolli informatici, piattaforme e infrastrutture tecnologiche. Il risultato di mostra è una ricognizione ampia di queste ricerche, poste a cavallo tra arte e scienza, rappresentate dalle installazioni site-specific e opere video, a cui si affianca, per approfondire i temi della Protocol Art, anche una pubblicazione di Marsilio Arte.
A livello espositivo, il piano terra è tutto dedicato a una nuova commissione di Mat Dryhurst (1984) e Holly Herndon (1980) in partnership con SUB, studio di architettura con sede a Berlino, specializzato nella progettazione di spazi pensati per riflettere e plasmare la cultura contemporanea. Intitolata «LUR (Public Gods)», l’opera si fonda sulla missione di quattro agenti - entità software autonome, basate su modelli di IA - che hanno un obiettivo comune: elaborare e scrivere un codice. I visitatori sono invitati a contribuire alla memoria collettiva che guida i delegati nella creazione di nuove applicazioni, entro i parametri stabiliti dagli artisti.
Se livello zero funge da hub per interventi time-based - conferenze, performance e proiezioni - è infatti al piano superiore che l’esposizione entra nel vivo. In «Picbreeder», Ken Stanley dà vita a una piattaforma online che utilizza algoritmi evolutivi per generare immagini. Gli utenti selezionano le variazioni visive che preferiscono, le quali evolvono in nuove generazioni attraverso le CPPNs (reti neurali che producono pattern compositivi). Il cortometraggio di Agnieszka Kurant (1978), «Workdoid», utilizza neurotecnologie sperimentali per mettere in scena una conversazione senza parole tra più menti. Concepita come una forma di telepatia digitale, in collaborazione con neuroscienziati del MIT, l’opera immagina uno spazio anteriore al linguaggio in cui gli esseri umani si incontrano attraverso una connessione neurale diretta, bypassando la parola e la visione.
Trevor Paglen (1974), fresco vincitore dell’LG Guggenheim Award 2026, espone Voyager, un’installazione immersiva di ipnosi individuale realizzata con il supporto dell’Intelligenza Artificiale, che ascolta le risposte verbali del partecipante, monitora il battito cardiaco e seleziona di conseguenza i percorsi narrativi da proporre. Poi il film di Fabien Giraud (1980), l’installazione multimediale di Ho Tzu Nyen (1976), la composizione musicale di Lorenzo Senni (1983) e il progetto site-specific di Avery Singer (1987). Fino ad arrivare alla grande scultura di Philippe Parreno (1964), The Diambulist Himself, realizzata per l’occasione e destinata a rimanere a Palazzo Diedo. Due cavi elettrificati, tesi sopra la testa come arterie infrastrutturali, convertono la stanza in un campo di tensione. Qui la luce non è mero strumento di visibilità, ma si fa respiro dell’opera, manifestazione del suo sentire e di conseguenza sistema che ridisegna continuamente la topologia emotiva della stanza attraverso le variazioni d’intensità.
Eterogenea anche la proposta di Berggruen, che raddoppia l’offerta veneziana con «Unfinished», mostra dedicata all’artista britannica Ceal Floyer, scomparsa nel dicembre 2025. L’esposizione (4 maggio-22 novembre), a cura di Ann Gallagher e Jonathan Watkins, si compone di video, fotografie, installazioni sonore, ready-made e sculture che tratteggiano la poetica di Floyer, che impiega spesso un umorismo derivante da slittamenti del punto di vista, giochi di parole, doppi sensi per evocare un’interpretazione paradossale del quotidiano. Dopotutto, un altro dispositivo critico utile a mettere in discussione le certezze su ciò che ci circonda.