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Dietro le quinte: la ricerca sui colori antichi condotta dalla Glyptotek ha reso il museo uno dei leader mondiali in questo settore

© Foto Ana Cecilia González

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Dietro le quinte: la ricerca sui colori antichi condotta dalla Glyptotek ha reso il museo uno dei leader mondiali in questo settore

© Foto Ana Cecilia González

Quando l’abito era simbolo del potere: le magnifiche sculture della Ny Carlsberg Glyptotek

A Copenaghen il progetto espositivo, che ricostruisce la moda e i gusti dei Romani, si dispiega su una superficie di mille metri quadrati non solo integrando le collezioni di statuaria antica del museo con prestiti internazionali, ma anche rendendo merito alle ricerche condotte a proposito della policromia

Elena Franzoia

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Come ci si vestiva nell’antica Roma? Quali erano i colori e i profumi più amati e costosi, e come cambiava l’abito a seconda delle condizioni sociali? Per esempio, come vestivano gli schiavi e i bambini? E che gossip circondava il modo di apparire dei personaggi più in vista, come gli imperatori? Sono alcune delle molte e accattivanti domande cui risponde la più importante mostra sulla scultura antica mai realizzata nella Ny Carlsberg Glyptotek, «Potere e moda nell’Impero Romano» (fino al 29 marzo 2027). Curato da Cecilie Brøns, ricercatrice senior e archeologa classica, il progetto espositivo si dispiega su una superficie di mille metri quadrati non solo integrando le notevoli collezioni di statuaria antica del museo con prestiti provenienti da importanti istituzioni internazionali, ma anche rendendo merito alle approfondite ricerche condotte dal museo danese a proposito della policromia, realizzate dalla stessa Brøns in collaborazione con l’esperto di conservazione Jens Stenger. Inoltre, allo scopo di restituire in modo più completo gli aspetti sensoriali da sempre legati alla moda e di radicare le esperienze del mondo antico alla contemporaneità, sono state realizzate quattro postazioni olfattive in collaborazione con la ditta danese di prodotti per la cura del corpo Karmameju e sono stati coinvolti tre giovani stilisti danesi, che espongono le loro creazioni nella Sala da Ballo del museo. Pubblicato in inglese, il catalogo della mostra si compone di 11 contributi di studiosi universitari provenienti da Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Svezia e Danimarca. Abbiamo intervistato Cecilie Brøns.

Com’è nata l’idea della mostra e qual è lo specifico approccio curatoriale?
Alla Glyptotek studiamo da molti anni i colori dell’antichità e l’esperienza sensoriale suggerita dalle sculture antiche, compreso l’uso di tessuti, gioielli, profumi e altro. Questa ricerca ha fornito le basi scientifiche della mostra. I miei campi di ricerca in particolare sono proprio la policromia antica, i colori, i tessuti e l’abbigliamento. Il nostro obiettivo è offrire una prospettiva nuova e originale sulla scultura romana partendo dalla straordinaria collezione di ritratti del nostro museo, rendendola più vicina e accessibile al pubblico contemporaneo attraverso la dimostrazione della sua grande attualità. Il mondo antico può infatti fornire nuove intuizioni sul nostro bisogno di esprimere l’identità e sulla perdurante rilevanza dell’importanza conferita all’abbigliamento, soprattutto in relazione alla rappresentazione dello status sociale e dei rapporti di potere.

Su quale periodo dell’Impero romano vi concentrate?
La mostra si focalizza sul periodo compreso tra I e III secolo d.C., di cui la Glyptotek possiede una consistente collezione di opere. La mostra non si concentra sulle tipologie di ritratto o sullo sviluppo stilistico, ma esplora gli elementi visivi che compongono un ritratto comunicando l’identità, tra cui abbigliamento, colori, accessori e acconciature.

Com’è strutturato il progetto espositivo?
I temi principali sono 12: la policromia scultorea; il rapporto tra uomini, potere e moda; il porpora come colore del potere; la rappresentazione delle donne in una società profondamente patriarcale: matrone, dee e sacerdotesse; il rapporto tra schiavi e uomini liberi; l’abbigliamento di bambini e ragazzi; i pantaloni come simbolo dei popoli barbari; le calzature; i gioielli; le acconciature; i cosmetici e i profumi.

Quali le opere più significative?
Nelle nostre collezioni oltre ai ritratti di Augusto e Tiberio, fondamentali non solo per la comprensione della policromia ma anche del significato politico, sociale e simbolico della ritrattistica romana, spiccano le statue dell’attore e liberto Fundilio Doctus e della sua ex padrona Fundilia Rufa, provenienti dal santuario di Diana a Nemi, che consentono di esplorare l’identità sociale e le complesse relazioni tra liberti ed ex proprietari nella società romana. Sempre alle collezioni della Glyptotek appartiene anche la statua di un Parto inginocchiato in marmo pavonazzetto, proveniente probabilmente da un monumento di vittoria augusteo, che illustra come materiali, colori, abbigliamento e rappresentazione dei popoli conquistati contribuissero a comunicare la potenza militare romana e l’ideologia imperiale. Dal Museo Archeologico di Burdur, in Turchia, giunge invece il ritratto colossale dell’imperatore Settimio Severo proveniente da Sagalassos, mai finora prestato all’estero. Analogamente, mai concesse in precedenza dal British Museum di Londra sono  tre tuniche eccezionalmente rare (una da adulto con laticlavio viola, una da bambino e una da neonato con laticlavio) che offrono non solo un’eccezionale testimonianza di vita quotidiana, ma anche un importante elemento di confronto con gli abiti raffigurati nelle statue. Molto significative sono infine la colossale statua in porfido di imperatore romano in armatura, prestato dal Museo Nazionale della Danimarca, e alcuni flaconi di profumo provenienti da Cipro conservati nella Glyptotek, che consentono ai visitatori di superare la mera dimensione visiva riflettendo su come l’olfatto abbia contribuito alla creazione dell’identità.

Quali sono le scoperte e i restauri più rilevanti realizzati nell’ambito della mostra?
L’opera centrale è la statua-ritratto dell’imperatore romano Tiberio trovata nel santuario di Nemi, che è stata esaminata dai ricercatori di policromia della Glyptotek utilizzando diversi metodi scientifici. L’imperatore è raffigurato come una divinità romana e le nostre indagini dimostrano che il suo mantello era originariamente dipinto di un delicato colore rosa ottenuto da una miscela di lacca di robbia, ocra rossa, blu egizio e calcite. Queste scoperte dimostrano che l’estetica e le scelte cromatiche dell’antichità non corrispondono necessariamente agli stereotipi di genere moderni. Oggi, un sovrano seminudo vestito di rosa potrebbe sembrare sorprendente, ma per i Romani questa combinazione di colori trasmetteva una chiara affermazione visiva di potere, lusso e autorità divina. Inoltre, le nostre ricerche dimostrano che i molluschi della porpora potevano produrre un’ampia gamma di colori, con varie sfumature di rosa, viola, blu e rosso. Anche il ritratto dell’imperatore Augusto è stato esaminato dal team di ricerca del museo per determinarne la policromia originale. L’imperatore è raffigurato con i capelli completamente biondi e la carnagione leggermente rossastra. Come per la statua di Tiberio, anche in questo caso è stata creata una ricostruzione digitale.

«The Power of Fashion», Tiberio. © Glyptoteket

Visualizzazione della statua dipinta dell’imperatore Tiberio. © Glyptoteket

Elena Franzoia, 06 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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