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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliUna collana senza chiusura. Si appoggia al collo con un gesto semplice, senza bisogno di chiedere aiuto. «La puoi indossare da sola, con facilità», racconta Hélène Poulit-Duquesne, amministratrice delegata di Boucheron, parlando del «Question Mark». Quando Frédéric Boucheron lo progetta, nel 1879, l’idea porta con sé anche un significato sociale: «dava libertà alle donne», spiega Poulit-Duquesne. La forma asimmetrica, che ricorda un punto interrogativo, segue il profilo del corpo; il meccanismo flessibile che la rende possibile resta però nascosto alla vista. Un’invenzione tecnica, certo. Ma anche un modo nuovo di pensare il rapporto tra il gioiello e chi lo indossa.
Quella libertà di movimento racconta già molto del modo in cui Boucheron ha concepito la gioielleria fin dalle origini ed è uno degli aspetti che attraversano la mostra «Boucheron: In Focus – A Monograph of a Visionary», realizzata in collaborazione con Christie’s e aperta a New York fino al 18 ottobre 2026. Da quel 1866, quando a ventisei anni apre la propria attività al Palais-Royal, Frédéric Boucheron costruisce un linguaggio riconoscibile, attento tanto alla lavorazione quanto al modo in cui le creazioni vengono presentate. Circa ottanta gioielli ripercorrono questa storia attraverso quattro direttrici – natura, couture, architettura e innovazione – mostrando come suggestioni provenienti da ambiti diversi siano diventate forme da indossare.
Nel laboratorio, Boucheron sperimenta soluzioni che mettono la tecnica al servizio della forma. «Question Mark», ideata nel 1879 e prodotta inizialmente tra il 1881 e il 1893, ne è un esempio: gli elementi articolati e il meccanismo a molla interno permettono alla collana di aprirsi e adattarsi senza una chiusura tradizionale. La flessibilità diventa parte integrante del progetto, mentre la ricerca sulla lavorazione contribuisce a definire una nuova concezione del gioiello. Nel 1889 alcune creazioni della maison ottengono il Grand Prix all’Esposizione Universale di Parigi, in un momento in cui le arti applicate e l’innovazione produttiva assumono un ruolo sempre più rilevante. Il rapporto tra forma e funzione attraversa infatti anche il dibattito artistico di quegli anni. Nel saggio «Ornament and Crime», pubblicato nel 1908, Adolf Loos sostiene che «l’evoluzione culturale equivale alla rimozione dell’ornamento dagli oggetti d’uso», criticando il tempo e il lavoro impiegati nelle decorazioni considerate superflue. Il gioiello, tuttavia, apre una questione diversa: in una collana come «Question Mark», infatti, la forma decorativa coincide con la struttura e con il funzionamento dell’oggetto. La linea non riveste semplicemente un supporto, perché permette al gioiello di muoversi, adattarsi e trovare una propria relazione con il corpo.
Questa ricerca si ritrova anche nel modo in cui Boucheron guarda alla natura. Foglie, fiori e tralci diventano elementi da osservare e rielaborare, in sintonia con la sensibilità dell’Art Nouveau, che tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento rinnova le arti decorative attraverso linee sinuose e forme organiche. Come racconta la maison, «Frédéric Boucheron amava la natura. Soprattutto, amava osservarla». Il fondatore si distingueva per l’attenzione verso le forme vegetali più spontanee e imperfette, lontane dall’ideale di una natura addomesticata e regolare. Un approccio che si traduce nei gioielli, dove foglie e tralci non sono semplici ornamenti, ma elementi studiati nei dettagli e restituiti attraverso la lavorazione orafa. Lo mostra la collana del 1881 ispirata all’edera, nella quale le forme vegetali entrano nella composizione e ne accompagnano l’andamento, mentre gli elementi flessibili consentono al gioiello di seguire il movimento di chi lo indossa.
Accanto alla natura, anche la moda offre a Boucheron un repertorio di forme da cui partire. Nastri, pieghe e drappeggi, elementi familiari nella costruzione dell’abito, diventano spunti per gioielli che dialogano con la scollatura e con la silhouette. Il rapporto tra couture e oreficeria si sviluppa così in entrambe le direzioni: il gioiello accompagna l’abito, ma contribuisce anche a definire il modo in cui viene percepito il corpo, attraverso volumi, proporzioni e linee che richiamano il linguaggio sartoriale. Anche l’architettura entra nel repertorio di Boucheron, introducendo un diverso modo di organizzare forme e volumi. Nelle creazioni legate al gusto Art Déco degli anni Venti e Trenta, le geometrie si fanno nette e le linee più definite, mentre la disposizione delle pietre preziose dialoga con le superfici metalliche e con i riflessi della luce. Il gioiello acquista così un rigore compositivo che richiama quello architettonico, dove ogni elemento concorre all’equilibrio dell’insieme.
Se natura, couture e architettura offrono linguaggi da tradurre in forme preziose, la ricerca contemporanea di Boucheron si spinge oltre, interrogando le possibilità dei materiali stessi. È il percorso intrapreso da Claire Choisne, direttrice creativa della maison, che con «Carte Blanche: Goutte de Ciel», nel 2020, accosta l’aerogel al cristallo di rocca e all’oro. La leggerezza, la trasparenza e la fragilità diventano caratteristiche centrali del progetto, aprendo una riflessione su ciò che definisce il valore di un gioiello, al di là della rarità delle materie impiegate. Oro e pietre preziose richiedono competenze specifiche e lavorazioni complesse; l’impiego di materiali inconsueti aggiunge a queste componenti la necessità di sperimentare nuove soluzioni tecniche. Il valore della creazione si misura così anche nella ricerca che la rende possibile, nel tempo dedicato alla lavorazione e nelle possibilità espressive aperte dalla materia.
Questa indagine prosegue nel 2026 con «Human Being», nuovo capitolo di «Carte Blanche». Alcune gocce di cristallo di rocca racchiudono strati di resina di origine vegetale, mentre l’onice viene inciso con un laser a femtosecondi per ottenere un motivo ispirato al pied-de-poule. Materiali e tecnologie concorrono a costruire un progetto che guarda anche alla dimensione umana, come spiega la stessa Choisne: «Era davvero importante rendere omaggio a tutti noi, all’umanità». La possibilità di trasformare un gioiello secondo le proprie esigenze, del resto, non appartiene soltanto alle ricerche più recenti. La collana «Silhouette», che può essere indossata in sei modi diversi, richiama a distanza di oltre un secolo la soluzione introdotta da «Question Mark». In entrambi i casi, il gioiello non impone un’unica modalità d’uso, ma lascia spazio alla scelta di chi lo porta. Cambiano le tecniche, i materiali e le forme, mentre resta l’attenzione per un oggetto capace di adattarsi alla persona. È proprio questa attenzione a fare da raccordo tra le prime sperimentazioni di Frédéric Boucheron e le ricerche contemporanee di Claire Choisne. Se nel 1879 il punto interrogativo disegnato da una collana apriva già una riflessione sul modo di indossare un gioiello, oggi nuove materie e possibilità di trasformazione ne rilanciano la portata, lasciando aperta una domanda: quanto può cambiare un oggetto prezioso quando a cambiare è il rapporto con chi lo indossa?
Collana «Ivy Question Mark», in oro bianco e smeraldo. © Boucheron