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Giorgio de Chirico, «Enigma della partenza», 1914, Fondazione Magnani Rocca (particolare)

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Giorgio de Chirico, «Enigma della partenza», 1914, Fondazione Magnani Rocca (particolare)

Prima, durante e dopo la Metafisica: a Milano un omaggio polifonico

Tra Palazzo Reale, Museo del Novecento, Grande Brera-Palazzo Citterio e Gallerie d’Italia-Milano va in scena un dialogo tra i maestri del movimento con gli «eredi» internazionali e gli «allievi» multidisciplinari del XX e XXI secolo

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Per il grande progetto «Metafisica/Metafisiche» (dal 28 gennaio al 21 giugno) curato da Vincenzo Trione, che prende il via a Milano a pochi giorni dall’inaugurazione, il 6 febbraio, dei Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026, i massimi luoghi dell’arte che si aprono nel cuore della città spalancano i loro spazi ai sortilegi della Metafisica: non solo quella «storica» ma anche i frutti (tanti e succosi) che quel gruppo di artisti riuniti dalle vicende della vita, e della guerra, nella Ferrara del 1917, ha saputo generare in oltre un secolo di vita, giù fino ai nostri giorni. 

Il vasto progetto, promosso dal Ministero della Cultura e dal Comune di Milano e prodotto da Palazzo Reale, Museo del Novecento, Grande Brera-Palazzo Citterio, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma (dove la mostra si trasferirà a luglio) e Gallerie d’Italia con la casa editrice Electa, si dispiega da Palazzo Reale al contiguo Museo del Novecento, dalle vicine Gallerie d’Italia di piazza Scala alla Grande Brera-Palazzo Citterio, pochi passi più avanti.  

Sono 400 le opere riunite nel solo Palazzo Reale, muovendo da quelle del gruppo «ferrarese» (Giorgio de Chirico, Alberto Savinio, Carlo Carrà e Filippo de Pisis, cui presto si aggiunse Giorgio Morandi) per allargarsi poi, come un fiume che scorre verso la sua foce, non solo per l’apporto di altri grandi artisti italiani, europei e americani (da Mario Sironi e Felice Casorati ai surrealisti René Magritte, Max Ernst, Salvador Dalí, dal maestro della Pop Art Andy Warhol a protagonisti del secondo ’900 come Giulio Paolini, Jannis Kounellis, Fabio Mauri, Mimmo Paladino, Enzo Cucchi, Sandro Chia, Francesco Vezzoli e altri ancora), ma anche perché, oltre alla pittura, figurano la fotografia, l’architettura, il cinema, il teatro, il design, la moda, la letteratura, il graphic novel e la musica, aprendo prospettive inattese e sorprendenti. 

Al Museo del Novecento, negli Archivi Ettore e Claudia Gian Ferrari, va in scena il rapporto tra la «Metafisica e Milano». Sotto il segno del libro di Savinio Ascolto il tuo cuore città (evocato da tavole inedite di Mimmo Paladino), è documentato il rapporto di de Chirico, Savinio e Carrà con il Teatro alla Scala (in mostra bozzetti di scenografie e costumi degli anni tra i Quaranta e i Cinquanta) e con Triennale Milano, dove de Chirico realizzò la fontana dei «Bagni misteriosi». Nel caveau delle Gallerie d’Italia-Milano, museo di Intesa Sanpaolo, va in scena, fino al 6 aprile, un omaggio a Giorgio Morandi attraverso il reportage realizzato nello studio bolognese di via Fondazza da Gianni Berengo Gardin (scomparso nello scorso agosto), mentre poco oltre, nella Sala Stirling di Palazzo Citterio (dal 6 febbraio al 5 aprile), è William Kentridge a rendere omaggio ancora a Morandi con un’emozionante installazione a lui dedicata. A Vincenzo Trione abbiamo chiesto di illustrarci il disegno sotteso a questo progetto tanto vasto e articolato. 

Partirei dal titolo, che già annuncia la natura polifonica del progetto.
Il titolo è anche un evidente omaggio alla mostra pionieristica di Pontus Hultén a Palazzo Grassi «Futurismo & Futurismi» nel 1986, ma al tempo stesso allude ai tre piani sui quali la mostra si muove: si inizia nel 1917, quando il gruppo dei «fondatori» della Metafisica si trova a Ferrara, poi si seguono i modi attraverso i quali lo sguardo maturato a Ferrara diventa un modello per il Surrealismo, la Nuova Oggettività, il Realismo magico, con una disseminazione in Italia e in Europa fino agli echi extraeuropei, diventando un patrimonio comune delle arti del secondo ’900 secondo i due indirizzi degli spaesamenti dechirichiani e delle sospensioni morandiane. E infine si esplorano gli sviluppi, inattesi, di quel modello fuori dalla tela: per uno strano gioco del destino, il loro immaginario, che non era mai uscito dai margini dei quadri, viene riattivato, per esempio, in architettura dalle Città di fondazione mussoliniana fino all’architettura postmoderna di Charles Moore, Paolo Portoghesi, Aldo Rossi, e nella moda da Fendi, Armani, Etro o Virgil Abloh. Il percorso, tuttavia, si apre e si chiude con Giorgio de Chirico, il «Grande metafisico», protagonista della prima sala con le sue opere ferraresi e dell’ultima, dove ho chiesto a Francesco Vezzoli (di cui è in mostra anche un’installazione da un lavoro teatrale di de Chirico presentato al MoCA di Los Angeles) di allestire le opere neobarocche degli anni Sessanta e Settanta. Ho infatti voluto fare una «mostra di un’idea», senza addentrarmi in questioni filologiche: volevo che emergesse il loro modo di guardare il mondo e presentare opere di artisti che mostrano una filiazione diretta dalla metafisica. 

Quali sono stati i prestatori più generosi? 
Tutti i musei italiani lo sono stati, da quelli milanesi, come la Grande Brera e il Museo del Novecento, al Mart di Rovereto, la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma, e poi la Pierre and Tana Matisse Foundation di New York, la Fundació Gala-Salvador Dalí di Figueres e il Musée Picasso di Parigi. Molte di queste opere hanno storie interessanti da raccontare e ho voluto approfondirle, una per ogni sala: come il «Pomeriggio soave» (1916) di de Chirico della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, o la gabbietta di pappagallo, un oggetto realizzato a quattro mani, a Ferrara, da de Chirico e de Pisis o, ancora, un’opera raramente vista di Dalí (che indicava in de Chirico e Picasso i suoi soli maestri) con architetture dechirichiane attraversate da un’ombra non meno dechirichiana. O la «Natura morta» di Morandi da lui regalata a Francesco Arcangeli, che racconta la storia di un’amicizia prima strettissima poi drammaticamente spezzata.   

Fra i registi della sezione cinema vedo il nome di Tim Burton: con quale film?
È sorprendente, ma con Antonioni, Fellini, Sorrentino, Elio Petri, c’è anche Tim Burton, e per di più con un film come «Batman». 

Oltre al fitto public program, che cosa avete pensato per la città? 
Abbiamo pensato a un segno permanente per Milano: l’installazione luminosa, dedicata ad Alberto Savinio, realizzata da Joseph Kosuth sulla facciata laterale del Museo del Novecento, che resterà. 

Gabriele Basilico, «Fontivegge», 2007, Gabriele Basilico/Archivio Gabriele Basilico

Domenico Gnoli, «Architecture», 1955, collezione privata, Firenze. Courtesy Tornabuoni Arte © Domenico Gnoli, by Siae 2026

Ada Masoero, 22 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

Prima, durante e dopo la Metafisica: a Milano un omaggio polifonico | Ada Masoero

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