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Joseph Kosuth.

Credits Peter Lindbergh

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Joseph Kosuth.

Credits Peter Lindbergh

Il linguaggio non è mai neutrale, parola di Kosuth, luce in Laguna

La mostra personale di Kosuth alla Casa dei Tre Oci, «The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero», indaga il ruolo del linguaggio nell’arte contemporanea, trasformando parole e neon in strumenti concettuali

Nicoletta Biglietti

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Il linguaggio non è mai neutrale. È sempre situato, condizionato dal contesto in cui appare e dalle forme della sua ricezione, e il significato, dal canto suo, non è un dato stabile, ma il risultato di una relazione. È su questa consapevolezza che si fonda l’intera ricerca di Joseph Kosuth, che da oltre mezzo secolo assume il linguaggio come perno della sua pratica.

In questo quadro si inserisce la mostra alla Casa dei Tre Oci dal 28 marzo al 22 novembre 2026. Il titolo, «The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero», rende esplicita una tensione costante del suo lavoro: interrogare il valore, l’uso e la funzione del linguaggio nel sistema culturale contemporaneo. La mostra, curata da Mario Codognato e Adriana Rispoli e promossa da Berggruen Arts & Culture e Berggruen Institute Europe, si configura come un momento di ricognizione e di sintesi.

Nato nel 1945, Kosuth ha posto il linguaggio al centro della propria pratica, trattandolo non come semplice veicolo ma come struttura attiva. Le sue opere al neon rendono visibile la parola, trasformandola in presenza fisica e dispositivo concettuale. 

All’ingresso del palazzo sarà installata una nuova opera su larga scala, «A Chain of Resemblance» (2026), costruita a partire da un testo di Michel Foucault. L’opera analizza la produzione del significato come processo situato e rende evidente che il testo da solo non basta: è il contesto a determinarne la portata. In questo senso, la riflessione di Ludwig Wittgenstein, secondo cui il significato risiede nell’uso, attraversa l’intero percorso dell’artista. In «One and Three Mirrors» (1965) l’oggetto quotidiano perde la funzione abituale e ne assume una nuova, rappresentativa e analitica, dimostrando come il linguaggio non sia mai neutrale ma si costruisca nella relazione tra oggetto, immagine e definizione linguistica.

Opere come «The Fifth Investigation» (1969), «Text/Context» (1978–1979) e «Where Are You Standing?» (1976), realizzata per la Biennale di Venezia come parte del collettivo International Local con Sarah Charlesworth e Anthony McCall, spostano l’attenzione dalla forma all’enunciazione, chiedendo allo spettatore: chi parla, da dove, in quale sistema di relazioni. Durante la mostra, la riflessione di Kosuth si estenderà ulteriormente nello spazio pubblico veneziano con l’installazione del manifesto «The Seventh Investigation» (1970), ampliando il dialogo oltre il perimetro espositivo.

Neon e scrittura operano in modo complementare: la luce espone la proposizione, il testo la complica, e lo spettatore è chiamato a orientarsi tra codice visivo e codice verbale, verificando quale struttura produca senso e in quale misura, in un gioco costante tra percezione e concetto. Questo dialogo tra segno e interpretazione si inserisce nel rapporto di Kosuth con Venezia, dove ha partecipato a otto edizioni della Biennale di Venezia, rappresentando il Padiglione dell’Ungheria nel 1993 e ricevendo una Menzione d’Onore. Dal 1997 l’installazione permanente «The Material of Ornament» è esposta alla Fondazione Querini Stampalia, mentre «To Invent Relations (For Carlo Scarpa)» è stata commissionata per la Biennale di Architettura del 2016 e installata nell’Aula Magna Mario Baratto dell’Università Ca' Foscari Venezia.

Nicoletta Biglietti, 22 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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