Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Uno, Atanasio Soldati, nato a Parma nel 1896, era pittore, esponente di punta di quell’astrattismo milanese-comasco che negli anni Trenta si aprì ai venti che giungevano dall’Europa; l’altro, Franco Fontana, nato nel 1933 nei pressi di Modena (la città dov’è scomparso, a 92 anni, alla fine dello scorso agosto), è stato un maestro della fotografia. Quando il primo morì, nel 1953, il secondo aveva appena vent’anni; così, malgrado le comuni origini emiliane, i due artisti non s’incontrarono mai. Eppure, accostando i dipinti dell’uno alle fotografie dell’altro, non si può non percepire una stupefacente affinità nell’uso del colore, nell’essenzialità delle forme, nell’equilibrio esatto che sovraintende alle loro composizioni, non meno che nel teso sperimentalismo che guida la ricerca di entrambi: Soldati pittore astratto quando in Italia (e non solo) dominava la figurazione novecentista; Fontana capace di portare la fotografia a colori, fino ad allora considerata un prodotto commerciale, nel territorio della migliore fotografia d’arte: due pionieri. Non l’aveva mai segnalato nessuno; lo fa ora la mostra «Atanasio Soldati-Franco Fontana: esplorazioni tra forma e colore. Dall’astrattismo all'avanguardia fotografica 1930-2017», presentata dal 7 ottobre al 23 dicembre dalla Galleria Gracis di Milano, che l’ha realizzata con la Galleria Photo & Contemporary di Torino.
Nel suo testo critico la curatrice, Francesca Tribò, ammette subito che questa mostra «nasce da un’intuizione, da una visione, dall’incontro inatteso tra due opere e due artisti», e riconosce che si tratta di un «dialogo silente», mai avvenuto nella realtà, ma quando si pongono a confronto due loro lavori come la piccola «Composizione» (1935), a olio su tela, del primo e lo scatto «New York» (1979) del secondo, o «Geometrie», l’olio di Soldati del 1945, e la fotografia di Fontana «Los Angeles» (1991), non si può non essere colpiti, oltre che dall’affinità formale, da una matrice comune sul piano concettuale: in entrambi s’impone infatti l’identica volontà di sottrarsi all’imitazione del reale (che pure resiste, in filigrana) per affidarsi a un processo mentale di «astrazione» (nel senso etimologico della parola) degli elementi costitutivi di ogni soggetto per restituirli al nostro sguardo dopo averli passati attraverso il filtro dei processi percettivi di ognuno.
In tal modo la realtà muta di segno e diventa, in entrambi, espressione mentale: di «regole divine della geometria», parlava Soldati, mentre guardava all’inattingibile sintesi di Piero della Francesca, e Fontana da parte sua sosteneva che è «attraverso il suo sguardo [che] il fotografo rende visibile l’invisibile; ed è allora che la fotografia diventa invenzione». Tanto che le loro composizioni, pur nella specificità di ognuno, finiscono per condividere lo stesso codice di segno quasi metafisico: tempo sospeso, silenzio, immobilità. Anche il colore è sottoposto nei loro lavori a un trattamento molto simile, non muovendosi mai nelle regioni della mimesi ma in quelle dell’invenzione, perché in entrambi esso diventa strumento interpretativo della realtà, caricata grazie a esso di valenze che attengono al mondo interiore di ognuno. Colori soggettivi i loro, che, intrecciati alle geometrie astratte delle composizioni, diventano per entrambi componenti costitutive, e non esornative, dell’immagine.
Se questa mostra s’inserisce nel solco delle esposizioni dedicate dalla Galleria Gracis ai grandi maestri del Novecento italiano, quella che seguirà, dal febbraio prossimo, sarà invece dedicata alla contemporaneità. Presenterà infatti un lavoro di Giulia Marchi (1976), da lei progettato e realizzato per quest’occasione.