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Jan Brueghel, «Allegoria della pittura», 1625-1630 ca.,’s-Hertogenbosch, Nordbrabants Museum, dalla collezione della JK Art Foundation

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Jan Brueghel, «Allegoria della pittura», 1625-1630 ca.,’s-Hertogenbosch, Nordbrabants Museum, dalla collezione della JK Art Foundation

I Brueghel portano la rivoluzione dei generi pittorici a Milano

Al Palazzo Reale riuniti i tre protagonisti (Pieter il Vecchio, Pieter il Giovane e Jan) della dinastia fiamminga per raccontare la nascita della pittura di genere nell’Europa moderna: dal paesaggio alle feste popolari, dalle scene di vita quotidiana alle nature morte

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

La mostra al Palazzo Reale di Milano «I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa» (dal 29 settembre al 31 gennaio 2027, catalogo 24 Ore Cultura), la prima in Italia su questo tema, si propone come ultimo capitolo di un più vasto progetto tripartito ideato da Bernard Aikema, inaugurato nel 2018, sempre in Palazzo Reale, con Albrecth Dürer e proseguito nel 2022 con Jeronimus Bosch, che si completa ora con questa indagine, ricca di capolavori dei maggiori musei italiani e internazionali, sui primi tre esponenti della lunga «dinastia» dei Brueghel (Pieter Brueghel in Vecchio, 1525-27 (?)-1569, il capostipite; Pieter Brueghel il Giovane, 1564-1638, il figlio maggiore; Jan Brueghel, 1568-1625, il minore) curata da Carlotta Striolo. 

Tutti e tre i progetti trovano il loro fondamento nel libro I Rinascimenti in Europa 1480-1620 (Scheiwiller, 2021), in cui Bernard Aikema, grande studioso del Rinascimento (è da poco uscita presso Irsa, Cracovia, l’edizione inglese riveduta del suo Giorgione Reframed) confutava la visione tradizionale, italocentrica e classicista, del Rinascimento, invitando ad ampliare lo sguardo all’intero scenario europeo, dove in quegli stessi anni fiorivano dei «Rinascimenti alternativi», non aulici né classicisti ma dai toni quotidiani e feriali, e perciò decisamente rivoluzionari. Accadeva specialmente nella storica regione del Brabante, che comprendeva il sud dell’attuale Olanda e il nord del Belgio, dove i Brueghel ne erano i campioni. Ma l’indagine su di loro diventa qui anche l’occasione per riflettere su un fenomeno che, spiega a «Il Giornale dell’Arte» Bernard Aikema, «prese forma proprio con loro, e che tuttora modella, tra l’altro, gli ordinamenti museali: parlo della nascita dei generi pittorici, che tanto peso avranno nel Seicento e nei secoli successivi: i paesaggi in tutte le loro declinazioni, le feste popolari, le scene di genere, le nature morte, specie di fiori. Si può dire che i tre Brueghel siano gli iniziatori del sistema delle arti che conosciamo tuttora». 

Pieter Brueghel il Vecchio, «I Proverbi fiamminghi», 1607, Lier, Stadsmuseum Lier

Pieter Brueghel il Vecchio, «Censimento di Betlemme», 1566, Bruxelles, Museo Reale di Belle Arti del Belgio

La dinastia del Brueghel, presto un vero e proprio brand, inizia con Pieter il Vecchio, che «dall’eccellente disegnatore di stampe che era, inventore di un gran numero di soggetti fortunati, ci dice Carlotta Striolo, diventò pittore relativamente tardi ma fu subito conteso dai migliori committenti. Già celebre in vita, dopo la sua morte iniziò una vera caccia alle sue opere, che entrarono in gran numero nelle collezioni asburgiche, prima fra tutte quella di Rodolfo II. Con Pieter il Vecchio, tuttavia, che poteva contare su committenti di alto rango, non esisteva una produzione seriale se non nelle stampe: fu Pieter il Giovane a creare il “brand Brueghel”, selezionando le invenzioni più richieste del padre, replicandole e diffondendole in Europa. Intanto, in un’Anversa che era ormai una capitale economica, si era molto ampliato anche il collezionismo, alle cui richieste Pieter il Giovane rispondeva».

Quanto al fratello, Jan Brueghel, artista dalla tecnica pittorica raffinata e dall’inventiva ben più ricca rispetto al maggiore (sua, tra l’altro, l’ideazione delle richiestissime nature morte di fiori), non ha goduto nel tempo della stessa fama: «Con le sue figure minuscole, i paesaggi fantasiosi, lo stile da miniaturista, Jan è più dotato del fratello, commenta Aikema. Viaggia sin da giovane e scende in Italia, dove incontra personaggi come il cardinale Federico Borromeo (per cui dipinge numerosi capolavori, conservati nella Pinacoteca Ambrosiana, da lui fondata) e la sua cerchia, che lo stimolano intellettualmente: il salto di qualità avviene per lui in Italia, infatti. E quando torna nelle Fiandre, carico di nuove idee, diventa pittore di corte degli Asburgo di Bruxelles. Jan ebbe grande seguito in tutt’Europa, da innovatore visionario qual era, ma in seguito fu sottovalutato. Era perciò doveroso accendere una nuova luce su di lui». 

L’Italia però (una novità della mostra) è presente anche attraverso un’altra «dinastia» di pittori, i da Ponte, cioè «Jacopo Bassano e i figli Francesco, Leandro e Giambattista, continua Aikema. Jacopo vide certamente le stampe di Pieter il Vecchio e sviluppò una pittura di temi popolari e di stile non classicista paragonabile a quello dei Brueghel». Senza dimenticare poi, conclude Carlotta Striolo, «i riverberi della pittura dei Brueghel non solo fra i fiamminghi come loro ma anche sui pittori del Seicento olandese, come Jan van Goyen, Adriaen van Ostade, Jacob van Ruysdael e altri, e persino su artisti spagnoli come Pedro de Orrente, pittore poco noto in Italia, di cui esponiamo “La partenza di Giacobbe”, 1639 ca, dal Museu Nacional d’Art de Catalunya, Barcellona». 

Ada Masoero, 28 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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