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Una veduta della mostra «Banksy Archive 01-The School of Bristol (1983-2005)» a Palazzo Fava, Bologna

Foto: Elettra Bastoni

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Una veduta della mostra «Banksy Archive 01-The School of Bristol (1983-2005)» a Palazzo Fava, Bologna

Foto: Elettra Bastoni

Da dove viene Banksy? Dalla Scuola di Bristol

A Palazzo Fava, a Bologna, attraverso 300 opere, compresi materiali d’archivio e documenti, si rintracciano gli artisti e le figure culturali che hanno conosciuto, collaborato e soprattutto aperto la strada all’ex anonimo artista inglese più famoso del mondo

Sembra l’uovo di Colombo, ma Banksy (Robin Gunningham-David Jone, Bristol, 1973) è ormai assurto a «mito» artistico del suo tempo e come tale, come accaduto per certi artisti del passato (Leonardo, Michelangelo, Tiziano), si tende a porlo fuori da ogni contesto, quasi fosse nato dal nulla. Ecco, allora, la mostra «Banksy Archive 01 - The School of Bristol (1983-2005)» che al contrario pone l’artista nel proprio tempo e analizza, con la cura di Stefano Antonelli e Gianluca Marziani (autori, nel 2022, di una sorta di catalogo generale dell’artista, ultima edizione rivista Giunti, Firenze 2025, pp. 240) in collaborazione con Giovanni Argan, l’ambito, l’archivio e la cultura urbana, in una parola l’humus, nel quale si è formato il celebre graffitista. A Palazzo Fava, nell’appuntamento promosso da Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, nell’ambito del progetto culturale Genus Bononiae e prodotta da Opera Laboratori di Firenze, fino al 2 agosto, attraverso 300 opere suddivise in 32 sezioni comprendenti anche materiali d’archivio e documenti del periodo 1983-2005, curate dagli stessi artisti (tra loro Felix Braun, Tom Bingle, John Nation, Kye Thomas, Richard Jones e Christopher Chalkley), è così possibile riscoprire le radici collettive e i diversi linguaggi che le hanno costituite e nelle quali appunto è maturato il lavoro di Banksy. Al centro di questa «School of Bristol», nel ruolo di coprotagonista importante, è proprio il luogo fisico, la cittadina dell’Inghilterra sudoccidentale sviluppatasi su entrambe le rive del fiume Avon. Storicamente caratterizzata da continue tensioni sociali e movimenti di protesta, nei decenni presi in considerazione dalla mostra Bristol diviene il terreno fertile in cui autori come Tom «Inkie» Bingle, poi tra i più stretti collaboratori di Banksy, Felix «Flx» Braun e Kyron «Soker» Thomas (DBZ Crew) precedono l’arrivo di figure quali Robert Del Naja (Brighton, 1965), frontman del gruppo musicale Massive Attack, e Nick Walker, insieme a molte altre accomunate tutte dalla critica visiva realizzata lungo le strade: è questo il vero contesto nel quale è nato e cresciuto Banksy, del quale sono esposti per la prima volta anche lavori legati alla collaborazione con DBZ Crew e una sua lettera del 1998, firmata «Robin Banks», con cui invitava il writer Soker a collaborare a un progetto. Abbiamo intervistato i curatori.

Una recentissima inchiesta di Reuters ha indicato in Robin Gunningham, poi divenuto David Jones, l’autore che anche sull’anonimato ha costruito la sua fama. Secondo voi la novità cambia qualcosa nelle strategie di marketing e nel futuro artistico di Banksy? 
È possibile che qualcosa cambi. In Gran Bretagna sussiste un dibattito pubblico sull’impunità di Banksy rispetto ad altri «eccellenti vandali» come Tox (Daniel Halpin), il writer più prolifico e più arrestato del Regno Unito. Banksy ne è consapevole e partecipa: lo scorso anno ha realizzato e pubblicato un’intervista proprio con Tox in un’edizione speciale di «The Big Issue», un free press distribuito da senzatetto, curata da 10Foot, altro eccellente vandalo anonimo. Nel 2011 Tox fu arrestato e condannato a due anni e tre mesi di carcere, il giudice commentò la sentenza così: «Non è Banksy. Non ha le sue capacità artistiche, quindi deve far comparire il suo nome il più possibile». Con il suo ultimo «colpo», ossia il dipinto sulle mura della Royal Court of Justice di Londra (realizzato l’8 settembre 2025 sul Queen’s Building e interpretato come una critica alla repressione giudiziario-politica, è stato cancellato poche ore dopo la scoperta), rischia molto e questo svelamento di identità potrebbe consentire alla giustizia di fare il suo corso. Tuttavia, è anche vero che Banksy è considerato un «national treasure» e in tutti questi anni sembra aver goduto di una certa tolleranza. 

Quali sono le finalità della mostra a Palazzo Fava? 
L’appuntamento nasce dalla necessità di restituire profondità storica e complessità critica a un fenomeno artistico che negli ultimi decenni è stato spesso ridotto a icona mediatica o a leggenda urbana. Prima di essere un nome globale, un marchio culturale e un dispositivo capace di attraversare musei, mercati e conflitti geopolitici, Banksy è stato un autore radicato in un contesto preciso: una città, una rete di pratiche, una genealogia di esperienze collettive. Questa ricerca si propone di indagare tale contesto con strumenti archivistici, filologici e storiografici, ricostruendo il periodo compreso tra il 1983 e il 2005 come periodo di emersione, sviluppo e affermazione della più conosciuta iconografia dell’autore inglese. È in questo contesto che prendono forma opere come «Girl with Balloon» (2002) e il «Lanciatore di fiori» (2003). 

Come avete organizzato il percorso? 
La premessa curatoriale postula l’esistenza di una Scuola di Bristol, i cui protagonisti sono tanto gli artisti quanto le figure culturali che hanno aperto la strada percorsa da Banksy, che hanno conosciuto e collaborato con l’ex anonimo artista britannico. Sono loro i cocuratori di questa mostra. La Scuola di Bristol da cui proviene Banksy è un campo dinamico di relazioni tra storia urbana, dissenso politico, culture musicali e sperimentazioni visive. Bristol, con la sua memoria coloniale e la sua tradizione di protesta, non costituisce un semplice sfondo, ma una matrice attiva con tratti molto specifici, in cui si sviluppa una peculiare scena dei graffiti degli anni Ottanta e Novante del ’900: un laboratorio collettivo in cui la città diventa la superficie di affermazione identitaria e di costruzione narrativa in cui affonda le radici il linguaggio di Banksy. Figure come John Nation, le sperimentazioni pionieristiche di Robert Del Naja (3D), Ian Dark (Z-Boys),Tom Bingle (Inkie), Felix Braun (FLX), Kye Thomas (Soker/Sokem), Jody Thomas, tra gli altri, definiscono un lessico che precede e prepara le successive sintesi a stencil di Banksy. Attraverso opere, materiali d’archivio, documenti inediti e studi accademici indipendenti, la mostra inserisce Banksy in una storia corale e il suo immaginario in una genealogia condivisa. 

Una veduta della mostra «Banksy Archive 01-The School of Bristol (1983-2005)» a Palazzo Fava, Bologna. Foto: Elettra Bastoni

Stefano Luppi, 09 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Da dove viene Banksy? Dalla Scuola di Bristol | Stefano Luppi

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