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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliC’è una qualità particolare nei progetti che scelgono di misurarsi con luoghi saturi di storia: possono limitarsi a decorarne la superficie oppure decidere di entrarvi in attrito. La prima mostra promossa dalla Fondazione Bvlgari in occasione della Biennale Arte 2026 (dal 9 maggio al 22 novembre) appartiene senza esitazione alla seconda categoria. Nelle sale monumentali della Biblioteca Nazionale Marciana, uno dei luoghi più emblematici della tradizione umanistica europea, il progetto espositivo costruisce un confronto serrato con l’idea stessa di sapere, sottraendolo a ogni comfort celebrativo.
Fondata nel 2024, la Fondazione nasce come estensione organica dell’impegno culturale di Bvlgari evitando programmaticamente la retorica del mecenatismo ornamentale. Il suo campo d’azione si muove lungo una linea più ambiziosa e, per certi versi, più rischiosa: sostenere la produzione contemporanea come pratica capace di incidere sui modi in cui il sapere si costruisce, si trasmette e si trasforma. In questo senso, la scelta di inaugurare il proprio percorso curatoriale in un luogo progettato da Jacopo Sansovino, e storicamente deputato alla custodia appare come una dichiarazione di metodo. La Marciana, nata nel XV secolo attorno alla donazione del cardinale Bessarione, incarna un’idea di conoscenza come accumulo, ordine e continuità. È precisamente questa idea che le opere di Lara Favaretto e Monia Ben Hamouda mettono in tensione.
Ben Hamouda, nata nel 1991 e cresciuta tra Milano e al-Qayrawan, in Tunisia, appartiene a una generazione che ha interiorizzato il linguaggio come terreno di conflitto prima ancora che di comunicazione. La sua ricerca, nutrita da una formazione all’Accademia di Brera e da una biografia attraversata da stratificazioni culturali, si concentra su ciò che accade quando il segno perde la sua funzione di trasparenza. In «Fragments of Fire Worship», installazione collocata nel vestibolo della Marciana, il riferimento alla calligrafia islamica, eredità diretta della figura paterna, si traduce in una messa in discussione identitaria. I segni al neon che compongono l’opera sembrano alludere a un alfabeto, ma si sottraggono sistematicamente alla leggibilità: sono frammenti di una lingua che ha smarrito la propria funzione comunicativa per farsi gesto, traccia, quasi cicatrice luminosa. Il fuoco evocato dal titolo rappresenta allora ciò che illumina e insieme consuma. In questo cortocircuito, il sapere appare come una materia instabile, esposta alla perdita e alla trasformazione, lontana da ogni pretesa di fissità.
Se Ben Hamouda lavora per sottrazione, erodendo la fiducia nel linguaggio, Favaretto interviene sul dispositivo che più di ogni altro ha storicamente garantito la trasmissione del sapere: il libro. Nata nel 1973, con un percorso internazionale che l’ha vista presente in contesti come dOCUMENTA e numerose edizioni della Biennale veneziana, Favaretto ha costruito una pratica che oscilla costantemente tra costruzione e dissoluzione, tra gesto monumentale e consapevolezza della sua precarietà. «Momentary Monument – The Library», presentato nel Salone Sansovino nella sua settima e ultima iterazione, è esemplare di questa tensione. Il progetto si sviluppa attraverso una rete di collaborazioni con biblioteche, istituzioni e collezioni che hanno contribuito con donazioni di volumi, successivamente sottoposti a un processo di selezione che rifiuta criteri tradizionali, come rarità o prestigio, privilegiando invece la densità documentale.
Questi libri, disposti in una scaffalatura monolitica che si impone come presenza scultorea, sono resi consultabili ma sottratti a qualsiasi ordine canonico. A ciascun volume è associata un’immagine proveniente dall’archivio personale dell’artista, attivo dagli anni Novanta: un innesto che produce slittamenti semantici, connessioni impreviste, cortocircuiti visivi. La biblioteca si trasforma così in un ipertesto analogico, dove il sapere non è più trasmesso in linea retta, ma emerge per attrito, per prossimità. Nel corso della mostra, questo organismo è destinato a mutare, a ridistribuirsi, mettendo in discussione l’idea stessa di conservazione come atto definitivo. Favaretto introduce qui una riflessione cruciale ovvero che l’accesso indiscriminato ai contenuti non coincide con la loro comprensione, e che la memoria, lungi dall’essere garantita, è continuamente esposta al rischio di dispersione. È proprio nella relazione tra queste due posizioni, la scrittura che si fa illeggibile e il libro che perde la sua stabilità, che il progetto trova la sua forza critica.
Monia Ben Hamouda, «Theology of collapse (The Myth of Past)», 2024. View from MAXXI BVLGARI PRIZE IV, MAXXI - Museo nazionale delle arti di Roma, curated by Giulia Ferracci. Courtesy the Artist, Fondazione MAXXI, and ChertLüdde, Berlin. Photo: Luis Do Rosario
Dettaglio di «Molt (Woodridge-New York-Berlin-)», 2024 - 2025, di Lotus L. Kang. Courtesy the artist. Photo © Andrea Rossetti
La portata dell’iniziativa si amplia ulteriormente nel suo sconfinamento milanese, dove la ricerca di Ben Hamouda trova una nuova articolazione. Il 17 aprile, nel giardino del Bvlgari Hotel Milano, viene installata la scultura «Ya’aburnee (Untranslated Fragment I)», destinata a rimanere visibile per tutta la durata della Biennale. Il titolo, intraducibile per definizione, rimanda a un’espressione araba che condensa un desiderio paradossale e intensamente affettivo, quello di morire prima della persona amata per non doverne sopportare la perdita. Ancora una volta, il linguaggio si rivela insufficiente, eccedente rispetto a qualsiasi tentativo di equivalenza. Trasportata in un contesto come quello dell’hotellerie di lusso, l’opera si insinua in uno spazio codificato dalla rappresentazione e lo destabilizza, aprendo una dimensione emotiva e culturale che resiste all’assimilazione.
In parallelo, la presenza di Bvlgari alla Biennale si estende anche allo Spazio Esedra dei Giardini, con il padiglione della Maison affidato a Lotus L. Kang, artista canadese nota per ambienti installativi che lavorano su temporalità non lineari e stati di trasformazione continua. Questo ulteriore intervento rafforza la coerenza di una visione curatoriale che privilegia processi aperti, materiali instabili, forme in divenire, delineando un posizionamento preciso nel panorama internazionale.
«Essere partner Esclusivo per le prossime dizioni di Biennale Arte è un onore e per Bvlgari significa rinnovare un impegno concreto a sostegno dell'arte, intesa come dialogo, innovazione e ricerca di un linguaggio universale che trasmette bellezza. Un'occasione per celebrare il potere della creatività e riaffermare la dedizione di Bvlgari all’eccellenza artistica, tra ispirazione e maestria», ha dichiarato la Deputy CEO Laura Burdese.
Tra Venezia e Milano si disegna così una traiettoria concettuale: dal sapere come archivio al sapere come frammento, dalla conservazione alla trasformazione. In questo passaggio, forse, si coglie il nucleo più interessante del progetto: l’arte torna a interrogare non tanto ciò che sappiamo ma il modo in cui continuiamo, o smettiamo, di attribuire senso a ciò che resta.
Dettaglio di «Tract XXIV», 2025, di Lotus L. Kang. Courtesy the artist. Photo © Paul Salveson
Matteo Morbidi, Direttore della Fondazione Bvlgari