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Guglielmo Gigliotti
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Circa quarant’anni fa Giuseppe Gallo (Rogliano, 1954) scrisse un testo dal titolo «Il centro del quadro è altrove». Fino al 15 novembre, presso il cinquecentesco Palazzo Vignola di Todi, una sua mostra sulla produzione pittorica e scultorea degli anni Ottanta, fa proprio quel concetto, e lo assume quale titolo generale, perché in quelle parole c’è una visione dell’arte che l’artista non ha mai tradito. Curata da Melania Rossi e promossa dalla Galleria Niccoli di Parma e dalla Galleria dello Scudo, l’esposizione riunisce 50 opere di un decennio che è «centrale», per quanto iniziale. Le opere in mostra costituiscono infatti a volte la prima tappa di un percorso di temi e modi su cui l’artista calabrese di nascita, e romano d’adozione, è circolarmente tornato, costruendo passo dopo passo un mondo espressivo che, più che avanzare, si è espanso in sé stesso. Artista-filosofo, artista-poeta, Giuseppe Gallo ama sin dal suo primo decennio di piena maturità artistica, gli anni Ottanta qui esposti, la messa in crisi di logiche scontate o razionali, e lo fa per salti, talvolta paradossali, nelle possibilità del non-senso. Scrive in catalogo Melania Rossi: «Gallo è un artista dal pensiero rapido e allo stesso tempo contemplativo, che ha costruito un personale universo popolato da motivi ricorrenti, in cui oggetti, soggetti e materiali assumono un forte valore formale e simbolico. Encausto, olio, bronzo, acquarello e carboncino sono i mezzi privilegiati attraverso cui manifesta la sensuale alchimia della materia, che si trasforma e resiste al tempo». L’universo di Gallo non è quindi lineare, e mostre come questa di Todi, per quanto rappresentative di uno spaccato temporale, riescono a restituire la complessità di un’opera che ricusa ogni definizione. Essa è infatti il frutto di combinazioni di elementi astratti e figurativi, tradizionali e moderni, grafici e coloristici.
A guidare il teatro dei segni e delle figure, è sin dagli esordi una vocazione narrativa fondata sul simbolo, sul riferimento fantastico e l’allusione ermetica, non intralciato, bensì perfettamente immedesimato nel senso vivido di una materia densa e stratificata, sovente in parte ferita e raschiata. Un’anarchia dello stile che è diventata il contrassegno di uno dei protagonisti della Scuola di San Lorenzo, ovvero della compagine di artisti sorta dalla confluenza, tra anni Settanta e primi Ottanta, di artisti negli ambienti dismessi del romano ex Pastificio Cerere. Il Pastificio era una fabbrica di pastasciutta, edificata nel quartiere popolare di San Lorenzo tra fine ’800 e primi del ’900, e attiva fino al 1959. Dopo oltre un decennio di abbandono, artisti hanno iniziato a trovare, in ambienti di magnifica archeologia industriale, tra macchinari e montacarichi, ideale ubicazione dei loro atelier. I primi a trasferirsi, a partire dal 1973, negli ambienti dell’ex fabbrica sono gli artisti che, dal nome del quartiere, si coaguleranno appunto nel Gruppo di San Lorenzo, e sono Nunzio, Bruno Ceccobelli, Marco Tirelli, Pizzi Cannella e Gianni Dessì, oltre a Gallo. L’ex Pastificio divenne così, a partire dai primi anni Ottanta, una polarità della vita artistico-culturale della capitale, assurgendo a episodio riuscito di rigenerazione e fertilizzazione urbana.
Giuseppe Gallo, «Il poeta», 1988. Foto Corrado De Grazia, Courtesy Archivio Giuseppe Gallo
Giuseppe Gallo, «SENZA TITOLO», 1986. Foto Corrado De Grazia, Courtesy Archivio Giuseppe Gallo
Fu in questo contesto e in questo ambiente culturale che prende forma nella mente di Gallo, giorno dopo giorno, un viaggio nella fantasticazione di forme e materiali che fecero dell’artista un viandante dell’assurdo, capace di oscillare, con piena naturalezza, tra il lirico e l’onirico, in sequenze di immagini pittoriche e scultoree intese come scenario di accadimenti enigmatici, sconfinanti nell’assurdo accettato come necessità. Il tutto condito con il gusto del paradosso e dell’ironia. Gallo è infatti anche ingegnoso inventore di calembour in titoli di opere, di mostre, o in testi teorici. Per esempio è giunto a scovare l’etimo di galleria nel suo nome, e quindi rappresentare questo concetto con l’allestimento in una galleria (era lo Scudo di Verona) di un pollaio (mancante però degli animali, rappresentati moralmente dall’artista). La mostra di Todi riunisce dipinti di grande formato che trovano il loro contrappunto in preziose opere di piccole dimensioni, dove l’astrazione lascia sempre intuire silhouette e figure cancellate, intagliate, nascoste. Sculture enigmatiche come antichi oracoli, in cui ogni elemento si innesta, emerge o si regge sull’altro a comporre rebus che giocano con l’idea del caso e dell’errore. I disegni raccontano invece l’animo più intimo dell’artista, il suo pensiero colto unito alla leggerezza dello sguardo: immagini sfuggenti, associazioni visive, giochi di parole. «Donna pagana» è una grande dittico del 1986, largo 3,70 metri e alto due, unito da una grande macchia rossa. Attorno quasi nulla, come sovente capita nelle raffigurazioni di Giuseppe Gallo, dov’è il vuoto, o il silenzio, a farla da padrone. Per quanto sia vuoto solo di immagine, non di pittura, che, anzi, è presente e stratificata. «Il poeta», olio ed encausto su tavola, alto due metri e lungo 1,2 metri, è un quadro del 1988 in cui campeggia, su fondo nero, una grande e oblunga silhouette ocra, con una mano rossa, un arabesco al posto dei piedi e due corna che si scorgono sulla testa: è il poeta-satiro, in cui riconoscere un aspetto dell’artista stesso. Nella piccola «Palla di cannone» del 1985, la bronzea sfera è «ferita» da un coltello, nell’evidenza di qualcosa che, nella vita, sa essere più dolente anche di un’arma da fuoco. Questo camminare sul limite tra le cose, le idee, e le emozioni, con spirito ora sardonico ora giullaresco, è caratteristica propria di Giuseppe Gallo, ovvero di un artista che, parafrasando il titolo della mostra al Palazzo Vignola di Todi, vede il centro delle cose sempre altrove, e la periferia ovunque. Gallo gioca con le immagini e l’immaginazione, attraversa stili e stilemi, contraddice primariamente sé stesso, ma una cosa rimane, dagli anni Ottanta, fedele: la tecnica tradizionale. Era e rimane un capofila di quella generazione che reagì alla smaterializzazione dell’arte concettuale.
Ha detto, in una recente intervista a questo giornale: «Abbiamo perso la cultura del fare, siamo nel periodo più oscuro della storia delle tecniche artistiche, come un medioevo delle pratiche. Io sono un figlio di un restauratore e sto in mezzo ai materiali della pittura da sempre. Dobbiamo diventare archeologi e restauratori. E se all’Accademia si studia l’avanguardia, l’artista maturo deve ritrovare i materiali e ridar loro nuova vita. Per questo le mie mostre sono sempre giovani, è come se ogni mostra fosse sempre la mia prima, anzi, ogni mostra è proprio la mia prima mostra. E io sono un artista giovane». In verità Gallo ha una lunga storia alle spalle, ma condotta con uno spirito ribelle. Le sue mostre in alcune tra le più importanti gallerie nazionali e internazionali, a principiare da quelle giovanili fatte presso Gian Enzo Sperone, fino alla mostra di quattro anni fa al Mart di Rovereto e questa di Todi, hanno sempre portato con sé spunti di riflessione ed elementi di provocazione che rappresentano, nel profondo, la caratteristica primaria e perdurante del suo essere artista.