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Bianca Castelbarco Albani
Leggi i suoi articoliPer comprendere il ruolo di Giuseppe Gallo nella storia dell'arte italiana non basta guardare alle sue opere. Occorre tornare a un luogo e a un momento preciso: il quartiere romano di San Lorenzo negli anni Ottanta, quando gli spazi dell'ex Pastificio Cerere diventano uno dei laboratori più vitali della nuova pittura italiana. È lì che prende forma una generazione destinata a ridefinire il rapporto tra immagine, materia e memoria dopo la stagione dell'arte concettuale, dell'Arte povera e delle ricerche analitiche. La mostra Gallo anni '80. Il centro del quadro è altrove, allestita a Palazzo del Vignola di Todi e curata da Melania Rossi, torna proprio a quell'origine, riunendo per la prima volta oltre cinquanta opere realizzate nel decennio in cui l'artista costruisce il proprio linguaggio.
Più che una ricognizione cronologica, l'esposizione propone una rilettura di un momento fondativo. Gli anni Ottanta rappresentano infatti il periodo nel quale Gallo elabora un lessico personale, capace di tenere insieme pittura, scultura, disegno e scrittura senza riconoscere gerarchie tra i linguaggi. È una ricerca che nasce in dialogo con la storia dell'arte ma rifiuta qualsiasi citazione nostalgica, preferendo trasformare il passato in una materia viva e continuamente riscrivibile. Il contesto del Pastificio Cerere è decisivo. In quegli atelier condivisi operano artisti come Nunzio, Pizzi Cannella, Ceccobelli e Dessì, protagonisti di una stagione che riporta la pittura al centro del dibattito italiano senza aderire né alla Transavanguardia né alle esperienze internazionali del Neoespressionismo. Più che un movimento compatto, quella di San Lorenzo è una comunità di ricerca, nella quale ogni artista sviluppa un percorso autonomo ma condivide l'idea che il dipinto possa tornare a essere uno spazio di pensiero.
Gallo occupa una posizione particolare all'interno di questa esperienza. La sua opera non nasce da un recupero dell'immagine figurativa, né da una semplice rivalutazione della manualità. Al contrario, costruisce un universo simbolico nel quale natura, filosofia, matematica, cosmologia e letteratura convivono come parti di una stessa costellazione. Ogni segno sembra alludere a un sistema di relazioni che supera il singolo quadro, facendo dell'opera un luogo di connessione più che di rappresentazione. Il titolo della mostra, Il centro del quadro è altrove, tratto da uno scritto dell'artista, sintetizza efficacemente questa visione. Per Gallo il centro non coincide con un punto geometrico o compositivo, ma con una soglia, una frattura, un luogo di passaggio. Nei suoi dipinti il significato non si concentra mai nel punto più evidente dell'immagine. Al contrario, sembra continuamente spostarsi, sottrarsi allo sguardo, invitando l'osservatore a costruire autonomamente il proprio percorso interpretativo.
È una concezione che distingue profondamente la sua pittura da molte ricerche coeve. Se una parte della pittura degli anni Ottanta punta sulla forza dell'immagine e sul ritorno della narrazione, Gallo sceglie invece l'ambiguità del simbolo. Le sue forme astratte sembrano continuamente sul punto di trasformarsi in figure riconoscibili senza mai diventarlo completamente. Silhouette, frammenti organici, profili, costellazioni e alfabeti visivi emergono e scompaiono nello spazio della tela, mantenendo aperta la tensione tra riconoscimento e mistero. La selezione riunita a Todi restituisce questa pluralità di registri. Accanto ai grandi dipinti trovano posto lavori di piccolo formato nei quali il rapporto tra gesto e pensiero assume un carattere più raccolto, quasi diaristico. Le sculture, invece, sviluppano un lessico autonomo, fatto di equilibri precari, innesti, sovrapposizioni e forme che sembrano appartenere a un'archeologia immaginaria. Oggetti enigmatici che evocano strumenti rituali, reperti o antichi oracoli senza appartenere a nessuna cultura specifica.
Anche il disegno occupa un ruolo fondamentale. Più che preparazione dell'opera, rappresenta uno spazio autonomo di riflessione, nel quale l'artista lascia emergere associazioni improvvise, giochi linguistici e immagini che sembrano nascere direttamente dal flusso del pensiero. È probabilmente qui che appare con maggiore chiarezza il dialogo costante tra parola e immagine che attraversa tutta la sua produzione. Negli stessi anni Gallo inizia anche il proprio percorso internazionale. L'incontro con il gallerista Gian Enzo Sperone apre rapidamente le porte delle principali istituzioni e gallerie europee, americane e asiatiche, contribuendo a far conoscere una ricerca che si distingue per la capacità di superare i confini della pittura tradizionale senza rinunciare alla forza del fare artistico. Rileggere oggi quel decennio significa anche interrogarsi sul ruolo che gli anni Ottanta hanno avuto nella ridefinizione dell'arte italiana. Per lungo tempo quella stagione è stata interpretata soprattutto attraverso la Transavanguardia. Esperienze come quella del Pastificio Cerere hanno mostrato invece l'esistenza di percorsi alternativi, nei quali la pittura tornava protagonista non come ritorno al passato, ma come luogo di elaborazione teorica e simbolica.
In questo quadro Giuseppe Gallo rappresenta una figura difficilmente classificabile. Pittore, scultore, poeta e disegnatore, attraversa linguaggi diversi senza mai rinunciare a un nucleo coerente di ricerca. La sua opera sembra continuamente oscillare tra il dato materiale e la tensione metafisica, tra il peso della terra e l'aspirazione cosmologica, tra la memoria arcaica e una visione del futuro. Non sorprende allora che una delle sue affermazioni più note, riportata anche nel percorso espositivo – «L'arte deve allevare un futuro, scavalcare il tempo e parlare agli dèi» – assuma il valore di un manifesto. Non indica una fuga dalla storia, ma la convinzione che l'opera debba sempre produrre uno scarto rispetto al presente, aprendo possibilità di senso ancora inesplorate. La mostra di Todi non restituisce dunque soltanto gli anni giovanili di Giuseppe Gallo. Riporta l'attenzione su uno dei momenti più fertili dell'arte italiana del secondo Novecento, quando una nuova generazione di artisti dimostrò che, dopo la crisi delle grandi avanguardie, era ancora possibile reinventare la pittura come luogo di pensiero. E suggerisce che, forse, il centro del quadro continua davvero a trovarsi altrove: non nella superficie dell'immagine, ma nello spazio mentale che essa continua ad aprire davanti a chi la osserva.
Bianca Castelbarco Albani
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