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Robert Mapplethorpe, «Derrick Cross», 1985

© Robert Mapplethorpe Foundation

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Robert Mapplethorpe, «Derrick Cross», 1985

© Robert Mapplethorpe Foundation

All’Ara Pacis l’ultima tappa del viaggio in Italia di Robert Mapplethorpe

Dopo gli appuntamenti espositivi a Venezia e a Milano, la mostra curata da Denis Curti arriva a Roma con una selezione di scatti realizzati dal fotografo americano durante i suoi soggiorni tra Capri e Napoli

Gianfranco Ferroni

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Tra Robert Mapplethorpe, il fotografo scomparso nel 1989, e Patti Smith, artista indomabile e regina della musica, il legame era fortissimo. All’Ara Pacis, dove arriva la tappa romana della mostra «Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza», Patti Smith c’è: non solo nelle immagini, ma perché verrà a visitarla di persona, dato che il 27 luglio, al Circo Massimo, è in programma un suo concerto organizzato dal Teatro dell’Opera in collaborazione con Vincenzo Berti e Gianluca Bonanno per Ventidieci, produzione Imarts-International Music and Arts. Con canzoni quali «Horses», «Easter», «Dancing Barefoot», «People Have the Power» e «Because the Night» nella mente, una visita all’Ara Pacis permette di gustare la sapienza di Mapplethorpe, quel ragazzo di Long Island, della stessa età di Patti, capace di attirare corpi, passioni e talenti. 

Chi erano i loro amici, negli anni Settanta? Andy Warhol, Lou Reed, Gregory Corso e Sam Shepard, innanzitutto. Quello romano rappresenta il capitolo conclusivo di un progetto espositivo che ha toccato prima Venezia, alle Stanze della Fotografia, e poi Milano, a Palazzo Reale. Nella tappa capitolina sono esposti i grandi capolavori che in questi mesi hanno conquistato i visitatori delle altre due città: i ritratti di personaggi famosi del mondo dell’arte, della letteratura, della musica, del cinema come Yoko Ono, Robert Rauschenberg, Donald Sutherland, David Byrne, Richard Gere. Oltre a Patti Smith, ecco Lisa Lyon. E poi fiori, i sensi delle persone che amava ritrarre, anche senza bisogno di esporli completamente. Bastava un dettaglio, un particolare, un segno di riconoscimento, anche se nascosto nella vita di tutti i giorni. Denis Curti, il curatore della mostra, evidenzia che «c’è un grande malinteso che accompagna da sempre il lavoro di Robert Mapplethorpe: quello di considerarlo un fotografo della provocazione, un artista dello scandalo legato alla New York underground degli anni Settanta e Ottanta. In realtà, se spogliamo le sue immagini dal loro contenuto più esplicito e geometricamente dirompente, ciò che resta è puro classicismo. Mapplethorpe non cercava lo scandalo fine a sé stesso; cercava la perfezione della forma. Che stesse fotografando un fiore o il corpo scultoreo di Lisa Lyon, il suo sguardo era guidato dalle stesse identiche regole: un’ossessione per l’equilibrio, per la simmetria, per la luce zenitale e per il rigore compositivo che affonda le radici nella scultura rinascimentale. La sua vera forza sta nell’aver applicato l’ordine e l’armonia della statuaria classica a temi considerati, allora, provocatori. Mapplethorpe non ha voluto scioccare il mondo, ha voluto elevare il corpo umano, ogni corpo, a una dimensione sacra e monumentale. Per questo, a distanza di decenni, le sue fotografie non risultano datate come molta arte di protesta dell’epoca: perché la bellezza classica è senza tempo, e Mapplethorpe era, prima di tutto, un grandissimo fotografo classico». In fondo sapeva rendere contemporanee le erme, senza censure. Per la tappa romana, ecco una selezione di scatti realizzati dal fotografo americano durante i suoi soggiorni in Italia, tra Capri e Napoli, su invito del suo gallerista Lucio Amelio che gli chiese di partecipare, dopo il terremoto che colpì Napoli nel 1980, a «Terrae Motus». Mapplethorpe aderì con slancio all’iniziativa insieme a tanti altri artisti, oltre sessanta tra i quali sono da ricordare Warhol, Cragg, Cucchi, Fabro, Kiefer, Kounellis, Paolini, Pistoletto, Rauschenberg, Schifano, Schnabel, Twombly e Vedova.

La mostra è progettata per essere fruibile ai visitatori attraverso diversi strumenti di accessibilità. Accompagnano e approfondiscono la mostra un’audioguida, a cura di Curti, il podcast «Mapplethorpe Unframed» disponibile su Spotify, Apple Music e sulle principali piattaforme, scritto e condotto da Nicolas Ballario, il catalogo pubblicato da Marsilio Arte, sulla produzione e l’evoluzione del linguaggio di Mapplethorpe attraverso 257 opere. Visite integrate, tattili e con traduzione in Lis, percorsi audio tattili e video Lis sottotitolati, posizionati nel percorso mostra, sono realizzati grazie alla collaborazione con Rai Pubblica Utilità, il Museo Tattile Statale Omero di Ancona, il Dipartimento Politiche sociali e Salute-Direzione Servizi alla Persona di Roma Capitale e la Cooperativa Segni d’Integrazione Lazio. È promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Marsilio Arte, organizzata da Zètema Progetto Cultura e Marsilio Arte, in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York. La mostra resterà aperta fino al 4 ottobre.

Robert Mapplethorpe, «Orchids», 1982. © Robert Mapplethorpe Foundation

Robert Mapplethorpe, «Statue Series», 1983. © Robert Mapplethorpe Foundation

Gianfranco Ferroni, 28 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

All’Ara Pacis l’ultima tappa del viaggio in Italia di Robert Mapplethorpe | Gianfranco Ferroni

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