Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Elezioni politiche del 18 aprile 1948 a Milano

Fotografia di Publifoto. Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo

Image

Elezioni politiche del 18 aprile 1948 a Milano

Fotografia di Publifoto. Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo

A Milano ottant’anni di emancipazione attraverso fotografie d’archivio

Tra corpi, diritti e memoria visiva, la mostra alle Gallerie d’Italia diventa anche una riflessione su chi ha il potere di rappresentare

Sara Benaglia

Leggi i suoi articoli

Incontro Marilisa al bar delle Gallerie d’Italia di Milano. Capelli raccolti, blazer grigio dalle spalle molto larghe, pantaloni bianchi, scarpe basse con un intreccio esagerato. Beviamo un caffè. Ridiamo. Siamo venute a vedere una mostra sulle donne. La parola, in quel momento, non mi crea problemi.

«LIBERE! 1946-2026. Le conquiste delle donne» (fino al 3 febbraio 2027), ideata e curata da Renata Ferri, comincia il 2 giugno 1946. Il voto. Poi il lavoro, le fabbriche, le piazze, il femminismo, il divorzio, l’aborto. Ottant’anni di storia italiana raccontati attraverso i corpi delle donne. Entriamo.

Le fotografie arrivano soprattutto dagli archivi: Publifoto Intesa Sanpaolo, Contrasto, Paola Agosti, Marcella Campagnano. Una cinquantina di immagini. Il solo Archivio Publifoto ne conserva circa sette milioni.

Sette milioni. Cinquanta. Una mostra comincia sempre da ciò che lascia fuori.

Renata Ferri è una photo editor. Da decenni guarda immagini, le sceglie, le scarta, le avvicina. Costruisce pagine. Qui la pagina si è fatta sala. Il montaggio editoriale è diventato spazio. La cosa mi interessa. Una mostra trattata come le pagine di una rivista dice qualcosa sulla mostra. Dice molto di più sulla rivista. E sulla sua capacità di produrre realtà.

Guardiamo. Che cos’è una donna? Domanda elementare. Quasi imbarazzante. Cosa c’è di più evidente di una donna?

Paul B. Preciado suggerisce di diffidare proprio di questa evidenza. Il problema non è trovare una definizione abbastanza esatta di uomo o donna. È sottrarsi all’obbligo politico di dover corrispondere a una delle due. Il corpo è un archivio politico vivente, attraversato da tecnologie, linguaggi, istituzioni. La domanda contiene già la sua violenza.

Laura Tripaldi scrive che chiedere «che cos’è una donna?» non è un esercizio astratto. Le risposte producono conseguenze. Possono distribuire diritti, stabilire accessi, limitare libertà, legittimare violenza.

Allora proviamo a spostare la domanda. Perché vogliamo sapere che cos’è una donna? E soprattutto: come facciamo a riconoscerla? «LIBERE!» deve farlo in qualche modo. Per raccontare le conquiste delle donne deve prima decidere quali corpi, quali storie, quali immagini appartengano a quel nome. Riconoscere. Selezionare. Mostrare.

La fotografia conosce bene questa operazione. Ha documentato l’emancipazione femminile mentre contribuiva a fabbricare l’immagine della donna: lavoratrice, madre, ragazza, militante, moglie, corpo desiderabile, corpo riproduttivo, corpo libero. La macchina registra. La macchina classifica.

Un gruppo di donne protesta davanti alla sede RAI a Milano1967. Fotografia di Giuseppe Guzzetti-Publifoto Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo

Davanti alle fotografie di Gianni Berengo Gardin avverto questa ambiguità con particolare precisione. I corpi femminili mi appaiono disponibili allo sguardo che li fotografa. Sessualizzati, anche quando il sesso non è il soggetto dell’immagine.

Poi Paola Agosti. Cambia tutto. Le donne stanno con altre donne. Si guardano. Si toccano. Occupano lo spazio insieme. Il corpo smette di essere soltanto qualcosa da guardare. Diventa relazione.

È Renata Ferri a mettere queste immagini abbastanza vicine perché la differenza diventi visibile. Questo è editing.

Continuando a camminare noto un’altra cosa. Le donne di questa storia sono quasi tutte bianche. E allora torno al titolo. «Le conquiste delle donne». Quali donne? Ogni archivio contiene ciò che qualcuno, prima di noi, ha deciso di fotografare, pubblicare, descrivere, comprare, conservare. Ogni nuova selezione lavora dentro quella decisione. Anche quando prova a correggerla. L’archivio non conserva semplicemente il passato. Conserva le sue gerarchie. Sui muri, intanto, l’Italia progredisce. Il voto. Il lavoro. Il divorzio. L’aborto. L’autodeterminazione.

Molte donne sorridono. È strano. Diritti arrivati tardi, dopo conflitti durissimi, assumono nello spazio espositivo il ritmo ordinato di una conquista dopo l’altra. Una cronologia. Una progressione. Quasi un lieto fine.

1946. Poi 1968. 1970. 1975. 1978. Ora noi.

La storia, naturalmente, non ha questa velocità. Alcuni corpi avanzano. Altri vengono rallentati. Un diritto viene conquistato. Il suo esercizio può aspettare anni. Una donna entra nell’immagine. Un’altra rimane fuori campo.

Il presente è dietro una tenda in vinile nero. «Del corpo delle donne»: sette artiste, ventitré minuti di immagini in sequenza. Fotografie e video, una colonna sonora che insiste più del necessario. Ancora il corpo. Ancora “le donne”.

E mi viene una domanda stupida. «LIBERI! 1946-2026. Le conquiste degli uomini». Faremmo mai una mostra con questo titolo? L’assurdità della frase basta. Abbiamo ancora bisogno della parola «donne». E la parola continua a non bastare.

«iO Donna» commissiona. Ferri seleziona. Publifoto conserva. Gallerie d’Italia espone. Intesa Sanpaolo finanzia. La filiera dell’immagine. Anche il denaro ne fa parte. Permette a un archivio di essere acquisito, conservato, digitalizzato; a una fotografia di uscire dal deposito; a una mostra di prendere forma e incontrare un pubblico. Chi sostiene l’esposizione custodisce anche una parte della memoria visiva da cui prende forma. La committenza è una condizione dell’immagine.

Rimane «iO Donna». Una rivista femminile. Moda. Bellezza. Corpi. Desiderio. Successo. Certo. Ma anche uno spazio protetto mentre molti di quei diritti continuano a essere conquistati. Un luogo dove le donne commissionano fotografie, pagano scrittrici, scelgono immagini, dirigono, producono immaginari. E gli immaginari hanno conseguenze. Possono costruire uno stereotipo. Possono costruire una carriera. Possono farmi desiderare una versione più libera, ambiziosa, potente di me. A volte tutto questo accade sulla stessa pagina.

Usciamo. Io e Marilisa attraversiamo Brera a piedi. Continuiamo a parlare. Siamo due donne, suppongo. La notte mi sveglio. Penso a quella parola. «Donne». Una parola necessaria? Una categoria impossibile.

Corteo in occasione della Festa della Donna a Milano, 8 marzo 1969. Fotografia di Publifoto. Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo

Sara Benaglia, 02 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Sara Benaglia

Leggi i suoi articoli

A Milano ottant’anni di emancipazione attraverso fotografie d’archivio | Sara Benaglia

A Milano ottant’anni di emancipazione attraverso fotografie d’archivio | Sara Benaglia