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Franco Fanelli
Leggi i suoi articoliUn malore improvviso si è portato via ieri Franco Calarota, tra i maggiori galleristi italiani d’arte moderna e contemporanea. Classe 1943, scuola Christie’s, aveva fondato la Galleria d’Arte Maggiore a Bologna nel 1978, unendo la sua formazione come esperto di marketing culturale al gusto e alla passione del grande conoscitore.
La casa madre della galleria al numero 15 di via d’Azeglio, nel cuore del centro storico, era ed è il luogo dove si possono vedere alcuni tra i più bei Morandi in circolazione; e Severini, Campigli, de Chirico, scelti e proposti con la cultura e il garbo tipici del gallerista d’altri tempi che però vive e interagisce con un presente che impone la capacità di presentarsi sempre al massimo alle grandi fiere internazionali (dall’Armory Show, di cui Calarota è stato membro del comitato selezionatore, al Tefaf di Maastricht, da Art Basel a Frieze, ma ultimamente si era riavvicinato ad Arte Fiera, offrendo così sostegno al nuovo corso della rassegna) e di proiettarsi in una dimensione pubblica e museale, collaborando con le maggiori istituzioni museali europee e americane e con colleghi come lui innamorati della pittura.
Del 2015 è un abbinamento Giorgio Morandi-Robert Ryman alla Kohn Gallery di Los Angeles. Un «dialogo fra silenzi» riproposto, nello stesso anno in sede, tra l’artista bolognese e Spalletti. Poesia e filologia, pura contemplazione e rigore storico si alternano nelle sale della Maggiore: come nel 1993, quando i Calarota (accanto a Franco è sempre stata attiva la moglie Roberta, e poi anche la figlia Alessia) ricostruiscono la «sala delle Maschere» del Castello di Montegufoni, commissionata da George Sitwell a Gino Severini nel 1921; o come in occasione della pubblicazione del catalogo ragionato di Mattia Moreni nel 2016, a cura di Enrico Crispolti, uno dei molti, valenti studiosi che hanno accompagnato Calarota nella sua avventura di gallerista.
E mentre le stagioni espositive erano scandite dai grandi protagonisti del ’900 (Arman, Leoncillo, Warhol, Robert Indiana, e le tante «M» maiuscole del XX secolo, come Music, Magritte, Matta, Miró, Motherwell), e si intensificavano gli impegni istituzionali (determinante la collaborazione nel 2009 alla mostra «Giorgio de Chirico. La Fabrique des Rêves», la retrospettiva attesa da 25 anni a Parigi, allestita al Musée d’art Moderne de la Ville), Franco, Roberta e Alessia Calarota aprivano affascinanti squarci sul presente: dopo Paladino e Chia, ecco Bertozzi & Casoni e Sissi.
Con l’intensificarsi della partecipazione della figlia Alessia nascevano due home gallery, a Parigi nel 2008 e a Milano nel 2016. Quest’anno Franco Calarota aspettava con particolare trepidazione la Biennale di Venezia. Nel sestiere San Marco, con un affaccio sul Canal Grande, nel 2019 Palazzo Franchetti è diventato sede della collezione e delle mostre organizzate da Acp (Art Capital Partners), la sua ultima creatura. Il gallerista aveva tramutato con la sua famiglia un fondo di investimento partecipato da alcuni imprenditori italiani in una società che produce eventi culturali.
«Per queste cose ci vuole un pizzico di follia, ci spiegava, soprattutto in tempi come quelli che stiamo attraversando». In quell’occasione, in una frase, riassunse la filosofia di un gallerista conscio di quel ruolo non solo commerciale che storicamente la sua professione riveste: «Credo che il futuro delle mostre sarà imperniato su progetti culturalmente raffinati ma capaci di richiamare il grande pubblico».
Franco Calarota
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