«Watson e lo squalo» (1778) di John Singleton Copley, Boston, Museum of Fine Arts. © 2024 Museum of Fine Arts, Boston

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«Watson e lo squalo» (1778) di John Singleton Copley, Boston, Museum of Fine Arts. © 2024 Museum of Fine Arts, Boston

Tre secoli di colonialismo alla Royal Academy

David Ekserdjian ci racconta come nel museo londinese si guardi al passato con una spasmodica attenzione per l’inclusione contemporanea

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David Ekserdjian

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Fino al 28 aprile le sale principali della Royal Academy ospitano la mostra dal titolo «Passati intrecciati, dal 1768 ad oggi. Arte, colonialismo e cambiamento». Il fatto che la Royal Academy sia stata fondata nel 1768 spiega la data iniziale, anche se il titolo non chiarisce di quali passati si tratta. Fortunatamente, la premessa della presidente Rebecca Salter al catalogo della mostra precisa in modo impeccabile che si tratta di una collaborazione tra curatori esterni e dipendenti di un’«istituzione storicamente e strutturalmente eurocentrica, composta di bianchi, che solo ora ha iniziato a muovere i suoi passi verso una decolonizzazione sempre più necessaria». L’inclusione dell’avverbio «ora» («now») sottolinea il fatto che il centinaio di opere esposte rappresenta una combinazione ben equilibrata di pezzi databili al ’700, ’800 e ’900 con creazioni contemporanee.

Nella prospettiva italiana, mi pare che la decolonizzazione, per non parlare dei suoi effetti sul vocabolario da utilizzare, non giochi un ruolo centrale nel discorso pubblico. Al contrario, nel Regno Unito, come negli Stati Uniti, e sempre di più dopo gli omicidi di Breonna Taylor e George Floyd da parte della polizia americana nel 2020, prevale un sentimento di vergogna storica che continua ancora oggi.

La fine dell’Impero britannico e l’abolizione della schiavitù («enslavement/slavery» è una parola che da noi non si usa più) non hanno cancellato le ombre dei peccati originali, ma, ancora peggio, il razzismo di oggi resta un immenso problema. Sul piano linguistico, «Nero» con la «n» maiuscola («Black»), è la parola preferita qui e ovunque: sono quasi svenuto quando nelle mie ricerche per questo articolo mi sono imbattuto nel sito internet del Detroit Museum of Arts che riporta il dipinto di John Singleton Copley, in mostra con il titolo di «Head of a Man», catalogato come «Head of a Negro» (parola assai offensiva).

Parimenti, da molto tempo, è vietato dire «pellerossa» («Red Indian») e inoltre l’espressione «nativo americano» (Native American), poco tempo fa considerata politicamente corretta, è stata rimpiazzata dalla formula «prime nazioni» (First Nations). Chissà quanto durerà anche questa definizione prima di diventare a sua volta inaccettabile? La conseguenza di questo punto di partenza è inevitabilmente una selezione motivata soprattutto da scelte ideologiche e solamente dopo dall’ambizione di poter riunire tesori artistici.
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Detto questo, quando si entra nella prima delle 12 sale della mostra, il primo oggetto che incontriamo è un vero capolavoro. Si tratta del «Busto di uomo» del J. Paul Getty Museum di Los Angeles modellato in pietra che reca la data 1758 e la firma dello scultore inglese Francis Harwood e celebra la dignità eroica dell’effigiato. Per il resto, la qualità dei ritratti annovera splendide tele di Joshua Reynolds e Thomas Gainsborough fino a produzioni molto minori: non ci sono dubbi sul fascino di due piccoli ritratti del sovrano di Haiti, re Henry Christophe, e del figlio, principe Victor, eseguiti da Richard Evans verso il 1816, anche se il merito è da attribuire all’identità del committente effigiato e non al talento, purtroppo modesto, del pittore. Il cavallo nel secondo quadro rappresenta un palese omaggio a un ritratto famoso di Van Dyck, «Carlo I d’Inghilterra» al Louvre, e infatti tra le opere storiche in mostra è tipica nel suo rapporto con l’arte del passato. Curiosamente, qui i due esempi più impressionanti di questa tendenza a guardare indietro sono nello stesso tempo trionfalmente moderni.

Alla mostra annuale estiva della Royal Academy del 1778, John Singleton Copley ha goduto di un successo folle con «Watson e lo squalo» (1778). A prima vista colpiscono gli effetti di realismo drammatico, ma osservandolo con calma si riconosce che l’atteggiamento del protagonista nudo nell’acqua è pienamente classico, mentre il suo compagno con l’arpione pare ispirarsi al «Cristo risorto» di Michelangelo nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma. Un anno dopo, sempre nella mostra annuale estiva della RA, fu la «Morte del generale Wolfe» di Benjamin West a commuovere tutti i cuori, e anche in questo caso il modo di rappresentare il vincitore della battaglia morente circondato da un gruppo di figure riverenti lo rende una traduzione laica dell’iconografia del Compianto di Cristo morto. La presenza di un «Nero» (Black) al centro della barca che viene in aiuto di Watson, come il «First Nations man» (rappresentante delle prime nazioni) che contempla Wolfe nel dipinto di West, giustificano la loro inclusione nella mostra. Però, sarà importante sottolineare il fatto che gli Antichi Maestri in questa mostra non si limitano a ritratti e scene di storia. Ci sono anche paesaggi e marine, i primi senza eccezioni idillici, motivati dal desiderio di immaginarli come giardini dell’Eden dove gli abitanti non sentono il bisogno di vestirsi, mentre le visioni dell’Atlantico di Turner si concentrano invece sui pericoli del mare.

La speranza lodevole degli organizzatori è che la mostra aprirà una sorta di dialogo tra i moderni e gli antichi, ma confesso di temere che molti visitatori passeranno la maggior parte del loro percorso sugli Antichi Maestri (ne sono colpevole anch’io). Passando alla scelta degli artisti contemporanei, forse non deve sorprendere se siano tutti persone di colore. È anche giusto dopo secoli di esclusione, ma l’aspetto meno positivo è il fatto che non incoraggia un dialogo con i loro coetanei bianchi. Visitando la mostra, come in tutti i musei o esposizioni d’arte a Londra, non ho potuto non notare che mentre molti dei custodi erano di colore, solo una piccola percentuale dei visitatori lo era. Forse un bel giorno non sarà più così.

David Ekserdjian, 04 aprile 2024 | © Riproduzione riservata

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