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Leggi i suoi articoliSaluzzo (Cn). D’ora in poi sarà il Centro Congressi Monastero della Stella ma, nel corso dei suoi oltre quattro secoli di storia, era la Chiesa della Confraternita della Ss. Trinità o della Croce Rossa e, prima dell’abbandono dei religiosi a fine Ottocento, del Sacro Cuore di Gesù. Giunte in città nel 1592, le monache Clarisse di Rifreddo all’inizio del Seicento fecero erigere il primo edificio di culto con annesso monastero cistercense intitolato a Santa Maria della Stella.
La chiesa fu probabilmente ampliata tra il 1698 e il 1701 su disegno di Fra’ Pio Giacinto Poncino, un ingegnere converso domenicano. Alterne vicende e cambi di proprietà ne segnarono poi la storia fino alla soppressione della residenza dei Gesuiti con relativa sconsacrazione. Dopo vent’anni di abbandono, nel 2007 la Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo ha acquistato l’immobile e avviato il complesso iter di recupero con un investimento di circa 5 milioni di euro per farne, oltre che la propria nuova sede, uno spazio di aggregazione per la comunità.
I lavori, iniziati nel 2015 e monitorati dalla Soprintendenza piemontese con la direzione di Valeria Moratti e Silvia Gazzola, hanno portato a esiti inattesi. Gli scavi archeologici preliminari (affidati a F.T. Studio di Peveragno) hanno rivelato resti di strutture e manufatti risalenti al periodo compreso tra il XIV e la fine del XVII secolo riconducibili alla porzione di abitato demolita in occasione della costruzione della chiesa, in particolare due fornaci per la produzione di mattoni.
Lo scavo ha consentito di ricomporre la sequenza costruttiva e la trasformazione dell’impianto monastico. Con gli interventi edili nel 2016 sono stati avviati i restauri delle superfici decorate affidati al Consorzio San Luca di Torino che si è occupato del risanamento dell’apparato decorativo della chiesa, sia interno sia di facciata. Le pesanti ridipinture ma, soprattutto, il lungo abbandono e la mancata manutenzione dell’edificio, avevano seriamente compromesso le preziose finiture barocche.
La preventiva campagna diagnostica ha permesso la caratterizzazione dei materiali, della natura del degrado e della successione delle fasi decorative, così da individuare la migliore metodologia d’intervento. La situazione conservativa era «da far paura», ha commentato il direttore del gruppo di restauro Michelangelo Varetto riferendosi alle ampie zone lacunose o comunque compromesse dai perduranti effetti dell’umidità.
Una volta completata l’estrazione dei sali cristallizzati mediante supporti a elevata assorbenza, si è proceduto alla rimozione delle molte ridipinture alteranti e sono stati ricostruiti ampi brani di modellato perduti al fine di restituire unitarietà di lettura, ma avendo cura di evitare una falsificante ricostruzione integrale degli strati di finitura. La grande scena dell’Incoronazione della Vergine in gloria con la Trinità, angeli e santi dipinta intorno alla metà del Settecento nella cupola ha ritrovato luminosità e definizione consentendo nuove ipotesi attributive: Sonia Damiano suggerisce di ricondurre l’impresa al pittore ticinese Giovan Francesco Gaggini.
Nei tre anni di restauro il Consorzio San Luca ha impiegato nel restauro 14 tra restauratori e collaboratori di quattro imprese consorziate, 3mila lame per bisturi, 150 pennelli e 2mila litri di acqua demineralizzata, per dare solo qualche numero dell’intervento. Non ultimo anche il restauro dell’altare ligneo policromo e della cantoria. Superfici luminose e policromie brillanti, ricchi modellati a stucco, strutture lignee dipinte e marmi di pregio sono i decori della «casa aperta per la città», come l’ha definita il presidente della fondazione bancaria Marco Piccat.
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