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Franco Fanelli
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Rembrandt: pochi botti e qualche rarità
I visitatori dell’attesa retrospettiva di Hercules Seghers, che si aprirà il 7 ottobre al Rijksmuseum di Amsterdam, potranno con ogni probabilità scoprire il vero primo stato della «Fuga in Egitto», incisa intorno al 1653 da Rembrandt: la matrice dell’opera, infatti, era stata prima lavorata dal suo meno fortunato collega e conterraneo, che vi aveva raffigurato l’episodio biblico di Tobia e l’Angelo. Rembrandt, entrato in possesso del rame, non si fece molti scrupoli, eliminando a colpi di raschietto e brunitoio le due figure, e inglobando la grande ala dell’Angelo nelle fronde a destra cha fanno da sfondo all’incedere della Sacra Famiglia, lasciando però intatto il paesaggio a sinistra.
Che si sia trattato di «un affascinante dialogo tra due generazioni», come un po’ eufemisticamente recita la scheda in catalogo dell’asta battuta da Christie’s il 5 luglio scorso o più probabilmente di un pragmatico atto di riciclaggio di un materiale prezioso, sta di fatto che l’opera nella versione rembrandtiana è una delle poche che, con 66.200 euro, abbia superato la stima massima in una vendita in cui è sostanzialmente mancato il botto. Vero è che tra le 50 incisioni rembrandtiane provenienti da una collezione privata britannica mancavano gli ormai rari fogli in grado di scatenare a quote più alte i compratori.
Si è trattato dunque di un’asta anche per autentici collezionisti amatori, quelli in grado di cogliere la straordinaria modernità compositiva del «San Gerolamo a fianco di un salice» (1648), «ritratto di un tronco» nonché magistrale brano naturalistico, acquaforte e puntasecca con barbe ancora in grado di conferire ulteriore plasticità ai nodi dell’albero e ai cespugli sottostanti. Il foglio ha ottenuto 144.100 euro (contro una stima massima di 140mila).
Tra i risultati di maggior rilievo, i 172.400 euro ottenuti da «Cristo al ritorno dal Tempio con i suoi genitori» (1654, stima 95-140mila euro), per un’opera di cui solo 12 esemplari sono apparsi in asta negli ultimi trent’anni. E siccome nell’incisione, come in altri settori del mercato di opere seriali, la rarità è conferita anche dall’anomalia, la craquelure nel cielo del «Mulino a vento», risultato di una non perfetta tenuta della cera in fase di morsura (un inconveniente destinato a sparire con la progressiva usura della matrice nelle successive stampe), anche questa volta ha esercitato il suo fascino, portando a 115.900 euro (stime 70-95mila) la gara per l’aggiudicazione del foglio.
Sono infine «bastati» 250mila euro per «Donna con la freccia» (stime 180-290mila, l’opera più quotata in catalogo), un nudo di schiena tipica testimonianza dell’attività dell’«officina Rembrandt», laddove una modella in una posa di repertorio da inserire in composizioni più vaste poteva a volte divenire, attraverso l’acquaforte, l’intima pagina di un diario di lavoro da tramandare e divulgare.
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