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Uno schizzo dell’opera «Fountain of Exhaustion» di Pavlo Makov

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Uno schizzo dell’opera «Fountain of Exhaustion» di Pavlo Makov

Fuga da Kiev con il Padiglione ucraino nel bagagliaio

Maria Lanko è riuscita a lasciare Kiev in automobile, si è diretta in auto verso Venezia, portando con sé un pezzo dell’installazione «Fountain of Exhaustion» di Pavlo Makov

Stefano Miliani

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Per quanto Pavlo Makov ha potuto completarlo, il suo lavoro per il Padiglione ucraino alla 59ma Biennale Arte di Venezia viaggia nel bagagliaio dell’auto di una delle curatrici, Maria Lanko, che tra mille difficoltà è riuscita a fuggire in auto da Kiev.

La curatrice d’arte indipendente e ricercatrice, incaricata di curare insieme a Liza German e a Borys Filonenko la mostra di Makov che con l’opera «Fountain of Exhaustion» rappresenta il Paese, è la prova della volontà ucraina di non cedere. Ha il sostegno della Biennale ed è stata contattata dal nostro Ministero della Cultura.

Se l’artista, già intervistato da «Il Giornale dell’Arte», non è sicuro di poter arrivare in laguna per il vernissage (la mostra è dal 23 aprile al 27 novembre), Maria Lanko è sulla strada.

L’abbiamo raggiunta venerdì sera a Budapest, prima tappa fuori dall’Ucraina, da lì ha proseguito per Vienna, in direzione Venezia. Essere fisicamente in salvo non le ha certo placato l’angoscia per il suo Paese e per le persone sotto i bombardamenti.

Maria Lanko, com’è riuscita a scappare dall’Ucraina?
Ho viaggiato per nove giorni. Prima che la guerra iniziasse noi della squadra del Padiglione veneziano facevamo una sorta di battuta: se succede qualcosa, io che ho l’auto carico nel bagagliaio la parte dell’opera già pronta, parto per l’Ucraina occidentale, poi mi dirigo verso l’Unione Europea per mettere il lavoro al sicuro e infine verso Venezia. Sono partita senza un piano preciso, lungo il viaggio i miei amici cercavano via via una sistemazione: ogni giorno ero in un luogo diverso. 

Da dove è partita?
Da Kiev. 

Che cosa deve fare il mondo culturale contro l’invasione russa?
Vedo che una parte del mondo culturale e alcuni media si sono focalizzati molto sulla Russia, sugli artisti russi che soffrono a causa del comportamento delle istituzioni occidentali mentre loro non hanno colpa, perché nessuno vuole più ospitare il mondo artistico russo. Ciò ci ferisce molto perché non è l’arte russa che soffre, sono gli artisti ucraini che devono rifugiarsi dai bombardamenti. È un guaio leggermente diverso, non si possono accostare in una singola frase gli artisti russi e quelli ucraini. Chiederei ai media, al mondo culturale, all’arte contemporanea, di focalizzarsi su che cos’è l’arte ucraina, quali sfide affrontano gli artisti ucraini. Senza menzionare gli artisti russi, ciò rende il discorso inappropriato. 

Con una dichiarazione molto chiara la Biennale ha detto di non volere nessuna istituzione collegata in qualche modo al governo russo. L’ha letta?
Sì, naturalmente, ma è ambigua. Molte istituzioni russe non hanno il sostegno diretto del governo, ma la maggior parte della presenza degli artisti e delle istituzioni russe in Europa è sponsorizzata dagli oligarchi russi. Non è che devono sempre esibire bandiere per essere veri sostenitori dell’esercito russo. Questo è il problema che abbiamo con l’arte russa. Chiediamo il bando totale. 

Che cosa dovrebbe fare l’Unione europea per fermare la guerra?
Imporre il blocco aereo, immagino ne abbia sentito parlare. Gli ucraini vengono bombardati, parte dei miei familiari e dei miei parenti sono a Chernihiv, nell’Ucraina settentrionale, da giorni non hanno luce, riscaldamento e acqua, e anche a Kharkiv, da dove viene la maggior parte dello staff del Padiglione, che ha passato la settimana nei rifugi antiaerei durante i bombardamenti, un’esperienza terribile, spaventosa. Lasciando la città hanno visto razzi cadere di fronte all’auto: è terrificante. E siamo in Europa. Qua a Budapest mi sento strana perché la maggior parte della mia famiglia e del nostro staff è ancora in quell’orrore. Devo andare a Venezia perché sono la prima ambasciatrice del nostro staff che è riuscita a scappare. 

Che cosa prova ora? Paura? Angoscia? 
Non ho più paura, non come il primo giorno quando ho sentito i colpi dei bombardamenti. Ora provo rabbia e tristezza per le città che vengono distrutte. Un paio di settimane fa Kiev era la miglior città dove vivere e vorrei solo tornare alla mia cara città, nella mia comunità. Provo rabbia per una distruzione che credevo inimmaginabile in questo secolo, ma accade. Sento però una fortissima motivazione nelle persone che sono rimaste a Kiev. Ho appena sentito mia madre e una cara amica, chiedo sempre loro se vogliono partire e come posso aiutarle, ma sono calme e forti. 

Ritiene che Putin si fermerà solo quando avrà conquistato l’intera Ucraina? Oppure quando?
Non si fermerà mai se non quando l’Ucraina sarà distrutta come Stato indipendente. Né si fermerà all’Ucraina: è logico. Ma parte della Russia ricca e del governo non è molto felice di questa guerra, perché è devastante anche per il loro Paese. 

Sono già state prodotte opere significative sulla distruzione in corso?
Molti dei miei amati artisti reagiscono lavorando, stanno producendo disegni, poster, testi, lavori molto diversi, qualcuno è già stato esposto a Vienna. Li seguo per lo più su Instagram. Le raccomando per esempio Ekaterina Lisovenko, un’artista che crea opere molto forti contro la guerra. 

Come vede reagire gli ucraini?
All’inizio sembrava la fine della nostra vita: l’esercito più potente sta attaccando noi, che non siamo mai stati un Paese con armamenti. Ma le persone nel nostro esercito e nelle nostre città sono molto cariche, ho fiducia in loro, nella mia comunità. I cittadini fanno tante cose e mentre i soldati russi sembrano demotivati, noi siamo molto motivati.

Guerra Russia-Ucraina 2022
 

Maria Lanko in fuga da Kiev

Uno schizzo dell’opera «Fountain of Exhaustion» di Pavlo Makov

Una delle nuove opere di Ekaterina Lisovenko da Instagram

Stefano Miliani, 07 marzo 2022 | © Riproduzione riservata

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