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Giovanni Pellinghelli del Monticello
Leggi i suoi articoliMilano. Longari Arte Milano apre i suoi spazi di via Bigli, da poco riallestiti, per Uno sguardo su Tefaf 2016, visitabile su appuntamento fino il 10 giugno: esposti gli objets–de-vertu e le opere d’arte dal Medioevo al Neoclassico presentati all’ultima edizione di Tefaf a Maastricht, con la consueta attenzione per la scultura di alta epoca in pietra e legno accanto a dipinti ed oggetti d’oreficeria, opere in cera, alabastro e terracotta.
Tra i «pezzi forti» presentati a Maastricht, tre sono opere di scultura. Primo il busto in pietra serena, raffigurante Apollo (1520-25) di chiara derivazione classica (e in particolare dall’«Apollo saettante» e «Artemide» del Museo Archeologico di Napoli provenienti dal Tempio di Apollo a Pompei), non pretestuosamente attribuito allo scultore fiorentino Niccolò Pericoli detto il Tribolo, data la fortuna del tema apollineo fra gli artisti fiorentini di Quattro e Cinquecento e la cultura umanistica della corte medicea. Quest’attribuzione al Tribolo trova conferma nella corrispondenza con altre opere dello scultore (celebrate le figure della Fede e della Speranza realizzate per il monumento funebre di papa Adriano VI nella chiesa di Santa Maria dell’Anima a Roma) ed è ipotizzabile che fosse parte di una delle fontane che resero celebre il Tribolo, ingegnere idraulico oltre che scultore.
Il recente restauro ha riportato alla luce la doratura del Cristo Redentore, piccola scultura in argento sbalzato, inciso e dorato di Nicola Gallucci da Guardiagrele (circa 1385-entro il 1462), orafo abruzzese formatosi con Ghiberti. Accanto all’indubbio legame tecnico con le sette croci processionali realizzate da Nicola, l’opera si segnala per alcuni tratti originali: la cascata di pieghe sinuose della veste, la bellezza classicheggiante della testa, con capelli e barba ripartiti con studiata simmetria, la fronte corrugata e gli occhi sporgenti, la precisa e minuziosa decorazione a graffito dell’orlo della tunica, l’agile leggerezza e il movimento aggraziato della figura con il piede che emerge appena da sotto la veste, che tutti la conducono a una fase più̀ matura e tarda dell’orafo, verso la metà del XV secolo, dimostrando la sua sapienza tecnico-artistica e la probabile appartenenza di questo Cristo Redentore a un gruppo più̀ vasto e complesso purtroppo disperso.
Della fine del XV secolo o inizio del XVI secolo, l’Imago Pietatis in legno policromo e dorato, di linguaggio e stile nella tradizione figurativa lombardo-veneta di quegli anni, la cui iconografia di origine bizantina del Cristo defunto, eretto in posizione frontale nel sepolcro, gli occhi chiusi e le braccia incrociate, era infatti assai diffusa nei domini veneziani sia di Laguna sia di Terraferma. La scultura lignea si segnala per la conservazione di buona parte della policromia originale, la pronunciata muscolatura, il volto compatto e la dimensione reale e concreta della figura, che emerge asimmetricamente e con forza dal sarcofago.
È opera di scultore lombardo il Capitello con foglie di acanto, leoni e protomi umane risalente al XII secolo, tratto da un unico blocco di marmo bianco insieme alla mensola retrostante con cui si innestava a muro. Di dimensioni ridotte, è ipotizzabile che il capitello appartenesse ad una colonnina di portale o di bifora e l’ineguale rifinitura dei suoi lati (finitura maggiore per il lato sinistro in cui, sopra il primo ordine di foglie d’acanto dalle forme frastagliate e appuntite, emerge una protome umana schiacciata dalle zampe posteriori di due leoni simmetrici dalle criniere arricciate, a simboleggiare il contrasto fra il Bene e il Male) indica il punto di vista privilegiato dell’opera, funzionale alla collocazione. La scioltezza delle foglie d’acanto, non stilizzate come nei capitelli dell’XI secolo, colloca l’opera al XII secolo e mostra punti di contatto con sculture e capitelli di coeva produzione lombarda: quelle della facciata di San Simpliciano a Milano o delle chiese di San Michele e di Santa Maria del Popolo a Pavia.
Brilla infine la pittura del Settecento con un dipinto di Antoine Pesne (Parigi, 1683-Berlino, 1757), ritrattista di scuola francese, formatosi all’Académie Royale in Italia, poi idolatrato dalle corti tedesche del Rococò e chiamato a Berlino dal re Federico I di Prussia come direttore della Akademie der Kunst. Il ritratto del 1735 circa, celebra il maresciallo barone e conte del Sacro Romano Impero Johann-Matthias von der Schulenburg (1661-1747), illustre per la sconfitta inflitta ai Turchi che assediavano la veneziana isola di Corfù nel 1716, vittoria celebrata con una statua del generale, un vitalizio di 5.000 ducati l’anno e un’opera di Antonio Vivaldi, la Juditha Triumphans. Trasferitosi a Venezia a Palazzo Loredan, Schulenburg si dedicò al collezionismo, raccogliendo opere di Raffaello, Correggio, Giorgione, Giulio Romano e Gian Benedetto Castiglione, acquistando i resti delle collezioni dei Gonzaga dell’ultimo duca di Mantova Ferdinando-Carlo e divenendo patrono e committente di molti artisti dell’epoca: Gian Antonio Guardi, Giambattista Pittoni, Giovanni Battista Piazzetta, Francesco Simonini e per lui Canaletto dipinse una «Veduta di Corfù». La Quadreria Schulenburg per testamento andò al nipote Adolph-Friedrich von der Schulenburg perché la esponesse en bloc nel Palais Schulenburg a Berlino (completato nel 1739, poi acquistato dal principe Antoni-Henryk Radziwiłł, cognato del re di Prussia e gran patrono di Paganini, Beethoven e Chopin, poi dal 1869 sede della Cancelleria dell’Impero Tedesco e infine del Terzo Reich e perciò molto danneggiato nella battaglia di Berlino dell’aprile 1945 e poi distrutto definitivamente dall’Armata Rossa). Fu invece dispersa dall’erede (fra i più importanti compratori Federico II di Prussia) e le ultime 150 opere vendute all’asta a Londra nell’aprile 1775.

Niccolò Pericoli detto il Tribolo (attribuito), Apollo (1520-25)

Imago Pietatis, fine del XV secolo o inizio del XVI secolo, legno policromo e dorato

Scultore lombardo, capitello con foglie di acanto, leoni e protomi umane, XII secolo

Nicola Gallucci da Guardiagrele (circa 1385-entro il 1462), Cristo Redentore, argento sbalzato, inciso e dorato
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