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Laura Lombardi
Leggi i suoi articoliAprendo nel marzo 2018 la sua collezione al pubblico al piano nobile del rinascimentale Palazzo Bartolini Salimbeni di Baccio d’Agnolo, in piazza Santa Trinita, con la curatela affidata a Bruno Corà, Roberto Casamonti aveva annunciato che la presentazione dell’ingente mole di opere messe insieme con passione nell’arco di circa quarant’anni si sarebbe svolta in due atti. La collezione, diretta da Sonia Zampini, raccoglie infatti lavori di artisti dalla fine dell’Ottocento fino al contemporaneo, con una selezione dettata da un gusto molto personale che, se ha condotto Casamonti a «intercettare» grandi figure del panorama artistico internazionale, non è stato per questo legato alle logiche del mercato.
Il collezionista si è lasciato infatti guidare dalla passione, dal feeling che provava per quelle espressioni artistiche, tanto da poter parlare, per la nuova parte esposta dal 26 maggio, di un «secondo Casamonti». Se il primo capitolo riguardava la linea che dal figurativo di fine XIX secolo porta al linguaggio astratto, il secondo muove dagli anni Sessanta del Novecento (ma ritroviamo anche grandi maestri del Surrealismo già incontrati, come Miró, con una «Femme» del 1977-78), fino all’oggi, con una varietà di proposte che compete con quelle di istituzioni museali attive in questo campo. Casamonti ha infatti voluto possedere testimonianze di ogni «movimento», in ambito davvero internazionale, e questo permette di seguire un filo che si dipana dalla rappresentanza praticamente integrale degli esponenti del gruppo dell’Arte povera: dallo specchio, «Persona in piedi» del 1962-63 di Pistoletto, ai «Quattro bacoli da seta» di Pascali fino alla mappa di Boetti «L’insensata corsa della vita» (1988), ma anche Merz, Zorio, Kounellis...
Per proseguire con l’Arte cinetica e programmata, l’Arte concettuale, il Nouveau Réalisme (un «Cimabue» di Arman del 1970, ma anche uno Spoerri del 2009), il New Dada con Rauschenberg e Dine, la Pop Art con Andy Warhol, Valerio Adami, Fluxus, la Scuola di Piazza del Popolo con Schifano, Angeli, Festa; e ancora, la Land Art con Long e Christo (con un progetto per l’impacchettamento del Pont Neuf del 1980) e i graffitisti Keith Haring (con un acrilico su pelle del 1983) e un «Untitled» di Basquiat del 1984). Poi la performance con Ontani, Marina Abramovic, Vanessa Beecroft (con «VB45» del 2001) e la Transavanguardia coi suoi maggiori protagonisti. Senza dimenticare De Dominicis, Parmiggiani, Marca-Relli, Isgrò, Kiefer; e ancora, l’«Eroded landscape» di Tony Cragg del 1988, la «Croce» del 1997 di Cattelan, il video «The encounter» (2012) di Bill Viola, l’«Untitled (Orange)» di Anish Kapoor del 2015.
A sinistra, Roberto Casamonti. A destra, la facciata del palazzo Bartolini Salimbeni. Foto: Neri Casamonti
Laura Lombardi
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«Siamo consci del fatto che si tratti di una mostra dal taglio diverso, complesso, perché qui non c’è un preciso contesto cronologico, monografico e neppure geografico, ma sappiamo anche che sarà molto spettacolare e visivamente potentissima» spiega Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi



