Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Artista italiano, «Testa e braccio destro restaurati di Arianna addormentata», 1540-80 ca., Firenze,Museo Archeologico Nazionale di Firenze

Su concessione del Ministero della Cultura - Direzione regionale Musei nazionali Toscana - Museo Archeologico Nazionale di Firenze © Foto Antonio Quattrone

Image

Artista italiano, «Testa e braccio destro restaurati di Arianna addormentata», 1540-80 ca., Firenze,Museo Archeologico Nazionale di Firenze

Su concessione del Ministero della Cultura - Direzione regionale Musei nazionali Toscana - Museo Archeologico Nazionale di Firenze © Foto Antonio Quattrone

«Broken»: una mostra in frammenti riflette la fragilità della condizione umana

«Siamo consci del fatto che si tratti di una mostra dal taglio diverso, complesso, perché qui non c’è un preciso contesto cronologico, monografico e neppure geografico, ma sappiamo anche che sarà molto spettacolare e visivamente potentissima» spiega Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi

Laura Lombardi

Leggi i suoi articoli

La mostra «Broken: il potere del frammento», organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze e dalla National Gallery of Art di Washington, è curata da C.D. Dickerson III, direttore del Center for Advanced Study in the Visual Arts, e da Andrew Sears, assistant curator of northern European paintings, entrambi della National Gallery of Art, in collaborazione con Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, che abbiamo intervistato.
 

Arturo Galansino, il tema è molto attraente e ha una sua ampia letteratura, ma la specificità di questa mostra mi pare risieda anche nel coinvolgimento del pubblico in una riflessione sui tempi attuali, di distruzioni e quindi ancora una volta di frammenti. In «Rovine e macerie» (2004) Marc Augé scrive che «la storia futura non produrrà più rovine. Non ne ha il tempo». Che cosa ne pensa? 
Trovo giustissima la riflessione di Augé. Nella storia le distruzioni delle opere d’arte, pur cambiando a seconda del contesto e dell’epoca, sono una costante ed è intorno a questo tema che ruota la mostra organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi e dalla National Gallery di Washington. A questo proposito va ricordato che il progetto nasce all’inizio di questo decennio, durante le proteste che hanno visto distruzioni e rimozioni di statue legate a un odioso passato di schiavismo e di segregazione razziale. Al di là di questi presupposti, la mostra si concentra su una ricca selezione di opere importantissime, provenienti da tutto il mondo e da tutte le epoche, che sono state appunto «broken» (rotte), ed esplora le ragioni che stanno dietro a queste rotture: filosofiche, estetiche, religiose, politiche, restaurative e naturali. Nei confronti delle opere danneggiate, infatti, gli atteggiamenti mutano a seconda delle culture e delle sensibilità: se Plinio il Vecchio già sogna sulle grandiose rovine del Colosso di Rodi, oggi molti artisti contemporanei creano opere che volutamente nascono come distrutte; oppure, tra Sette e Ottocento, troviamo un Winckelmann che predilige un restauro ricostruttivo dell’antico, in linea con un’idea di purezza ideale non corrotta dal tempo, e un Canova che si rifiuta di integrare i marmi del Partenone trovandoli insuperabili pur nel loro stato frammentato. Abbiamo inoltre scelto di presentare esclusivamente resti di sculture antropomorfe: in questo momento storico così drammatico in cui si moltiplicano le macerie, l’idea del corpo frammentato e il confronto con queste distruzioni evoca la fragilità della nostra condizione umana.

La mostra debutta a Firenze ma sarà in primavera a Washington. Ci sono opere specifiche che saranno solo in Italia: perché? 
Le due versioni della mostra son molto simili ma, vista la diversità degli spazi espositivi, c’è qualche differenza. La mostra fiorentina è più ampia e ha più opere di grandi dimensioni, soprattutto contemporanee: come quella in cortile di Mark Manders che evoca lo scavo archeologico, o il monumento che si autodistrugge e autorigenera di Julius von Bismark che riflette sulla caducità della storia, oppure l’installazione di Paul Pfeiffer dedicata al tema della fama, con il corpo fatto a pezzi, come una reliquia, della pop star Justin Bieber e riprodotto nello stile realistico delle statue devozionali del Barocco spagnolo. A Firenze, inoltre, una stanza intera sarà dedicata a Dahn Vo.

La mostra vanta grandissimi prestiti internazionali (oltre 50 istituzioni). Ciò significa che la credibilità della fondazione Palazzo Strozzi è forte. Come si costruisce un progetto come questo che peraltro, a differenza dei precedenti, non è monografico e vanta, anche nel catalogo con contributi di autori diversi, un taglio molto in linea con gli studi di cultura visuale? 
Abbiamo ottenuto prestiti davvero eccezionali per una mostra che ha un taglio piuttosto sperimentale e molto contemporaneo, quando sappiamo che sarebbe più facile ottenere tali prestiti per mostre di formato più tradizionale. Per noi è una sfida uscire da un formato classico che ha caratterizzato le grandi mostre storiche di Palazzo Strozzi, molto apprezzato dai nostri pubblici e dalla critica. Qui non c’è un contesto cronologico preciso, monografico e neppure geografico perché si percorrono i cinque continenti in 5mila anni di storia. Siamo consci del fatto che si tratti di una mostra dal taglio diverso, complesso, ma sappiamo anche che sarà molto spettacolare e visivamente potentissima. Confidiamo, insomma, nella forza del frammento. 

Una delle sezioni della mostra è rivolta alla ricostruzione dell’antico e quindi al restauro. Un argomento che tocca particolarmente la stessa Firenze, se pensiamo alle tante integrazioni cinquecentesche di sculture mutile. Com’è affrontato questo tema? 
Esponiamo, ad esempio, le integrazioni rinascimentali del «Laocoonte» e dell’«Arianna addormentata» che, tolte dalle sculture originali per ragioni di gusto, diventano così sculture a sé. Ma presentiamo anche opere in cui le aggiunte sono state mantenute, come nel caso della statuetta greca raffigurante una ragazza africana (Museo Archeologico di Firenze), integrata nel XVI secolo con altri materiali: esempi che ci portano a ragionare sulla storia materiale degli oggetti. Queste ricostruzioni continuano anche nel contemporaneo, come ne «Il cigno» di Francesco Vezzoli, che mette insieme in modo volutamente non filologico due pezzi romani, un busto femminile e una testa di Marco Aurelio, toccando così questioni attuali legate al patriarcato e all’identità di genere.

Michelangelo Buonarroti, «Bozzetto di nudo femminile», 1533, Firenze, Casa Buonarroti. Archivio Fotografico, Fondazione Casa Buonarroti © Foto Giusti Claudio Firenze

Lando di Pietro, frammento di Crocifisso, Testa di Cristo, 1338, Siena, Museo Aurelio Castelli, Basilica dell’Osservanza, Arcidiocesi di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino. Su concessione dell’Arcidiocesi di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino. Foto Bruno Bruchi

Laura Lombardi, 23 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

Laura Lombardi

Leggi i suoi articoli

«Broken»: una mostra in frammenti riflette la fragilità della condizione umana | Laura Lombardi

«Broken»: una mostra in frammenti riflette la fragilità della condizione umana | Laura Lombardi