Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Redazione GdA
Leggi i suoi articoli«Il mondo dell’uomo nelle mie immagini si rivela come un piano senza fine immerso in una sorta di luminosa lontananza sospesa nel tempo. L’evidenza degli elementi in primo piano cerca di non invadere e non chiudere mai l’enigmatica ampiezza del campo visivo; e così fa in modo che lo sguardo si possa aprire lentamente alla percezione degli eventi che sono rappresentati il più delle volte lungo l’ultima profondità della scena, o addirittura sulla soglia dell’orizzonte». Così Giovanni Chiaramonte, fotografo di fama internazionale, morto oggi 18 ottobre a 75 anni, provava a descrivere la propria poetica.
Figura legata a Luigi Ghirri (i due amici nel 1977 fondarono insieme la prima casa editrice italiana di fotografia, la Punto e Virgola) è stato, oltre che artista, curatore, saggista, docente e nel 2021 è stato accolto come membro, il primo fotografo, nell’Accademia Nazionale di San Luca.
Come gli altri fotografi della sua generazione, Ghirri compreso, ha guardato all’arte concettuale e alla fotografia americana. Dalla prima si è distaccato alla fine degli anni Settanta (aveva debuttato nel 1974 alla Galleria Diaframma di Milano), ma ha continuato ad avere come punti di riferimento fotografi d’oltreoceano come Minor White, Robert Adams e soprattutto Joel Meyerowitz.
Numerosissime le pubblicazioni, anche internazionali: Dolce è la luce (Edizioni della Meridiana, 2003), Berlin, die Stadt, die immer wird (Schirmer/Mosel, 2009), L’altro. Nei volti nei luoghi (Ultreya/Triennale, 2011), The Measure of the West (con Alvaro Siza, McGill University Press, 2018), Realismo infinito (Electa, 2022).
Giovanni Chiaramonte
Altri articoli dell'autore
A otto anni dal crollo del ponte Morandi, una mostra al Palazzo Ducale di Genova trasforma i reperti del viadotto in un archivio visivo della memoria collettiva. Le fotografie di Gigi Cifali, realizzate sui frammenti conservati per il procedimento giudiziario, interrogano il rapporto tra tragedia, responsabilità pubblica, manutenzione delle infrastrutture e impatto ambientale del costruito.
Dopo aver contribuito a costruire l'espansione internazionale di Art Basel, Marc Spiegler con una lucida analisi sul New York Times invita le gallerie a ripensare il proprio modello. In un mercato stagnante, tra costi crescenti, collezionisti più selettivi e il ridimensionamento delle mega-gallerie, il futuro potrebbe passare meno dalla globalizzazione e più dalla capacità di coltivare comunità locali, relazioni dirette e identità riconoscibili.
Nel lusso contemporaneo la visibilità non basta più. Con l’acquisizione di Bacchus, Mazarine Group scommette su un modello in cui contenuti, eventi, cultura e relazioni convergono in un’unica piattaforma globale. Un’operazione che riflette una trasformazione più ampia: la crescente centralità delle community di collezionisti, mecenati e ultra-high-net-worth individuals nella costruzione del valore dei brand internazionali.
La cultura viene presentata come un vero motore di sviluppo economico e sociale, capace di generare valore se integrata in strategie di lungo periodo tra impresa, arte e istituzioni. Nel convegno all’Accademia Nazionale di San Luca a Roma, Barbara Tagliaferri (Deloitte Italia) sottolinea la necessità di un approccio che crei connessioni tra settori diversi. L’obiettivo è favorire innovazione e crescita sostenibile



