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Camilla Sordi
Leggi i suoi articoliTra tutte le immagini che affollano il pantheon visivo di Yayoi Kusama, nessuna possiede una carica affettiva e concettuale paragonabile alla zucca (kabocha). Se per il grande pubblico è divenuta una vera e propria icona pop – declinata in sculture monumentali da Naoshima a Tokyo, fino a manifestarsi nelle vetrine del lusso e le bacheche dei social – nella geografia intima dell’artista la zucca rappresenta un vero e proprio autoritratto spirituale, un amuleto visivo indispensabile al suo benessere psicologico.
L’origine del legame risale alla primissima infanzia a Matsumoto, in Giappone, dove la famiglia gestiva un vivaio di sementi. Fu proprio tra quei campi che Kusama, ad appena dieci anni, sperimentò una delle sue prime allucinazioni: una zucca a grandezza naturale che le parlava con voce umana. In un ambiente familiare rigido e anaffettivo, segnato da traumi e ansie profonde, quel vegetale dalla forma tozza, generosa e imperfetta si trasformò immediatamente in un rifugio emotivo. A differenza delle sculture morbide dei primi anni americani – dove la proliferazione di forme falliche e inquietanti serviva a esorcizzare l’angoscia legata alla sessualità e al genere – la zucca offriva a Kusama una presenza rassicurante, dotata di una «solida modestia» e di una forza interiore radicata alla terra.
Con il passare del tempo la zucca è diventata il corrispettivo positivo della sua ricerca. Se le celebri reti (Infinity Nets) rappresentano per Kusama il vuoto che inghiotte la materia, la kabocha è invece il corpo pieno che accoglie la trama ossessiva dei puntini senza lasciarsi dissolvere. Ricoprirne la superficie di polka dots significa per l’artista applicarvi un manto protettivo, una patina di grazia che rende la forma assimilabile al suo spirito. Non è un caso se l’opera che segna il punto di non ritorno della sua carriera sia proprio Mirror Room (Pumpkin) del 1991 – poi portata con clamore al Padiglione del Giappone alla Biennale di Venezia del 1993 – in cui la scultura della zucca gialla e nera, collocata al centro di una stanza a specchi, si moltiplica all’infinito, trasformando un ricordo intimo di conforto infantile nel motivo centrale di una liturgia cosmica.
Fino agli ultimi anni, come dimostra la celebre All the Eternal Love I Have for the Pumpkins, Kusama non ha mai smesso di ritornare a questo motivo originario, moltiplicandone le forme luminose negli ambienti specchianti. La zucca rimane così il punto d'incontro ideale tra la leggerezza rassicurante delle sue fantasie e l'abisso delle sue allucinazioni, un oggetto quotidiano elevato a forma di meditazione spirituale, dove l'ossessione intima dell'artista trova la sua definitiva e più pura serenità.
Yayoi Kusama, «Aspiring to Pumpkin’s Love, the Love in My Heart» (2023)
Yayoi Kusama, «All the Eternal Love I Have for the Pumpkins» (2016)
Camilla Sordi
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