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Carol Guzy, «Separated by ICE» (particolare)

© Carol Guzy, ZUMA Press, iWitness, for Miami Herald

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Carol Guzy, «Separated by ICE» (particolare)

© Carol Guzy, ZUMA Press, iWitness, for Miami Herald

World Press Photo: la foto dell’anno è una drammatica separazione familiare

Carol Guzy, per il Miami Herald, ha documentato il trattamento riservato dall’Ice ai migranti all’interno dello Jacob K. Javits Federal Building di New York

Camilla Bertoni

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È uno scatto avvenuto il 26 agosto 2025 all’interno dello Jacob K. Javits Federal Building di New York la «Foto dell’Anno 2026» del World Press Photo: un’immagine drammatica che immortala, in uno dei pochi edifici federali dove è ammesso l’ingresso dei fotografi, il momento in cui avviene, da parte degli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), la separazione di Luis, migrante ecuadoregno, dal resto della sua famiglia dopo un’udienza del tribunale dell’immigrazione.

Per la moglie e i tre bambini di 7, 13 e 15 anni, Luis era l’unica fonte di sostentamento. «Separati dall’Ice» è stata scattata per il «Miami Herald» da Carol Guzy (Zuma Press, iWitness). La selezione del contest, che ha 71 anni di vita e che premia il miglior fotogiornalismo e la miglior fotografia documentaria al mondo scattata nell’anno precedente, è avvenuta in una rosa di oltre 57mila proposte presentate da quasi 3.800 fotografi provenienti da 141 Paesi.

«Questo riconoscimento, ha commentato Carol Guzy, mette in luce l’importanza cruciale di questa storia nel mondo. Siamo testimoni della sofferenza di innumerevoli famiglie, ma anche della loro dignità e resilienza che trascende l’avversità, mi ha toccato profondamente. Il coraggio di aprire le loro vite alle nostre macchine fotografiche ci ha permesso di raccontare le loro storie. E questo premio appartiene certamente a loro, non a me».

«Questa immagine, è il commento della direttrice esecutiva del World Press Photo, Joumana El Zein Khoury, mostra il dolore inconsolabile di bambini che perdono il padre in un luogo costruito per la giustizia. È una testimonianza cruda e necessaria della separazione familiare in seguito alle politiche di riforma degli Stati Uniti. In una democrazia, la presenza della macchina fotografica in quel corridoio diventa un atto di testimonianza: racconta una politica che ha trasformato i tribunali in luoghi di vite distrutte. È un potente esempio di quanto sia importante il fotogiornalismo indipendente».

Due inoltre i finalisti del World Press Photo Contest 2026: «Emergenza umanitaria a Gaza», del fotografo palestinese Saber Nuraldin (Epa Images), è stata scattata il 27 luglio 2025. È l’assato a un camion di aiuti umanitari entrato nella Striscia di Gaza dal valico di Zikim da parte di un gruppo di palestinesi, nel tentativo di procurarsi cibo. Una scelta motivata dalla giuria per la sua capacità di mettere di fronte alla realtà della situazione, documentando la portata e l’urgenza della carestia nel secondo anno di guerra a Gaza, dove la distruzione circonda la scena. La seconda foto si intitola «I processi delle donne Achi» ed è di Victor J. Blue, per «The New York Times Magazine». Ritrae Doña Paulina Ixpatá Alvarado che è una delle querelanti tra le donne indigene Maya Achi fuori dal tribunale di Città del Guatemala il 30 maggio 2025: una giornata che ha segnato un successo storico con la condanna a 40 anni di carcere di tre ex membri delle pattuglie di autodifesa civile per stupro e crimini contro l’umanità. Gli stessi quarant’anni durante i quali un gruppo di donne Maya Achi di Rabinal ha continuato a vivere nelle stesse comunità degli uomini che le avevano violentate, ma che dal 2011 hanno rotto il silenzio dopo una battaglia legale durata 14 anni.

Camilla Bertoni, 24 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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