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Biennale Gherdëina 10 a Ortisei, nel cuore delle Dolomiti

© Tiberio Sorvillo

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Biennale Gherdëina 10 a Ortisei, nel cuore delle Dolomiti

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Nel cuore delle Dolomiti Biennale Gherdëina 10 tra ecologia e comunità

La decima edizione della biennale d’arte contemporanea riunisce 27 installazioni che interpretano il tema del giardino in mezzo alla natura selvaggia e imponente tra Ortisei e Santa Cristina

Camilla Bertoni

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Biennale Gherdëina raggiunge la decima edizione e sembra conquistare ciò che dichiara nei suoi intenti: un respiro più internazionale, stringendo ancora saldamente il legame, com’è fin dalle origini, con il patrimonio culturale, tradizionale e artistico della regione lungo la quale si snoda la Val Gardena (Bolzano). La scommessa della manifestazione, quest’anno firmata da Samuel Leuenberger, dopo un lavoro paziente durato anni (è stata fondata nel 2008 dalla gallerista di Ortisei Doris Ghetta in occasione di Manifesta 7 e dell’apertura di Museion a Bolzano), è quella di diventare un punto di riferimento non solo per l’arte contemporanea e per un turismo curioso e slow, ma anche di riuscire a interessare sempre di più la popolazione locale all’evento perché ne sia parte integrante. E in parte raggiunge l’obiettivo, con il coinvolgimento degli artigiani locali e un public program ricco di appuntamenti (biennalegherdeina.org), e in virtù del fatto che fin dalla sua nascita Biennale Gherdëina ha affrontato, vero valore aggiunto della manifestazione, questioni etiche e ambientali che segnano la vita in valle, e non solo questa valle: qui gli artisti puntano a offrire, e in alcuni casi ci riescono, in maniera efficace e poetica insieme, concreti spunti di riflessione sul passato, sul presente e sui possibili sviluppi futuri di questo ambiente dolomitico, tra spopolamento, perdita di competenze tradizionali, trasformazioni economiche, effetti positivi e negativi del turismo, cambiamenti climatici e fragilità del prezioso contesto naturale patrimonio Unesco.

Sotto queste premesse, si è aperta sabato a Ortisei (Bz) la nuova edizione dedicata ai «(Future) Paradise gardens» (fino al 18 settembre): questo il tema scelto dal curatore, fondatore dello spazio espositivo no profit svizzero Salts, che conta diverse e durature collaborazioni con Art Basel e con la Fondation Beyeler. Ventotto gli artisti chiamati a interpretare il tema del giardino in mezzo alla natura selvaggia e imponente delle Dolomiti. Ventisette le installazioni diffuse tra Ortisei e Santa Cristina, raggiungibili con automobile, mezzi pubblici, bicicletta, mentre con una camminata in salita lungo un sentiero percorribile in circa 45 minuti si raggiunge Malga Pilat, da cui si ammira la curva dolce del passo Sella. Qui, nel bosco tintinna l’opera di Judith Neunhäuserer (Brunico, Bolzano, 1990) con i suoi frammenti di vetro ai rami degli alberi, tra i riflessi di luce che attraversano le foglie, dove si dispiegano le tracce del racconto della permanenza del fisico Enrico Fermi in Val Gardena. Meno incisivo il duo franco-belga composto da Bas Sets ed Eliane Le Roux la cui installazione, ugualmente mimetizzata nel linguaggio e nell’ambiente alpino, costruita utilizzando i pali per misurare la neve, punta alla visualizzazione del progressivo ritirarsi verso l’alto della linea del gelo.

Nonostante sia Ortisei il cuore della manifestazione, nella frazione di Santa Cristina, complice anche il raccoglimento delle quattro installazioni in un abitato più defilato e silenzioso, dislocate intorno alla piazza dove si trovano il piccolo cimitero e la biblioteca, il tema curatoriale emerge in maniera particolarmente coinvolgente e radicata nel contesto. Ana Prvački (1976, di origine serba e rumena, vive a Berlino) ha richiamato le forme delle vicine sepolture per lasciare ai bordi della piazza i suoi quattro «Bee Memorials», riproduzioni in quattro marmi diversi di alveari appoggiati sulla ghiaia. Nel vecchio deposito agricolo ligneo poco distante, si dipana la ricerca fotografica, tutt’ora in corso, di Walter Niedermayr (Bolzano, 1952) che nel centro di Ortisei firma anche un video con Marina Ballo Charmet sul giardino custodito dalle carcerate sull’isola della Giudecca a Venezia. La sua ricerca è centrata sulla pratica del costruire e dell’abitare nei paesi di montagna: l’allestimento riflette una storia segnata da vicende complesse, dove le proprietà si frazionano, sovrappongono, modificano, allargano, alzano e allungano, seguendo e riflettendo gli sviluppi dei nuclei famigliari, esprimendo condivisioni, ripartizioni, tensioni e negoziazioni vissute dalla comunità. Nell’adiacente edificio scolastico dismesso le fotografie di Kelly Tissot (Francia, 1995), scattate su vecchi oggetti, come giocattoli in legno o strumenti da lavoro, creano un dialogo silenzioso con le stanze abbandonate, costruendo un muto discorso dagli accenti malinconici e nostalgici. Nel sottotetto dello stesso edificio Jacopo Belloni (Ancona, 1992) allestisce un’articolata e toccante installazione dal titolo «Dormancy», quiescenza. Le macchine in rame, poesie di forme disegnate dall’artista, ispirate alla natura che fuori dalla stanza domina i sensi, distillano l’essenza di legno cirmolo liberando l’intenso profumo dalle proprietà tranquillanti. Intorno, cinque forme di vetro fuso come vecchie borse sono custodi di semi autoctoni in pericolo di estinzione: saranno seppellite nella valle e una ogni vent’anni estratta per riesumare il prezioso contenuto, in un processo che avrà una durata complessiva di cento anni e sarà affidato alle cure di un’associazione locale. L’opera sarà acquisita dalla GAMeC di Bergamo, una delle istituzioni con cui da Biennale Gherdëina ha costruito una partnership.

Biennale Gherdëina 10 a Ortisei, nel cuore delle Dolomiti. © Tiberio Sorvillo

Un’altra è Museion di Bolzano dove si trova la prima personale in un’istituzione museale italiana della cinese Evelyn Taocheng Wang (1981), che colloca alcune sue opere pittoriche e un video all’interno di un altro dei luoghi storici abbandonati: l’Hotel Ladinia nel centro di Ortisei. Qui, con un’operazione affettiva che ci sembra destinata a rimanere nell’ambito dell’utopia, Lydia Ourahmane (Algeria, 1992) riattiva il vecchio bar dove il pubblico è invitato a portarsi da bere e a giocare a scacchi sui tavoli fatti per l’occasione. «Non è teatro, ma vita che torna», assicura Leuenberger. L’Hotel Ladinia è riabitato anche da una bella scultura di Giulia Cenci (Cortona, 1988), gli interventi di Gregor Prugger (Ortisei, 1954) e Leonora Prugger (Bolzano, 1995), radicati nella tradizionale lavorazione scultorea del legno, l’installazione di Dorota Gaweda (Polonia, 1996) ed Egle Kulbokaitè (Lituania, 1987). Se questa è una delle operazioni centrali di recupero attraverso l’arte, non è però l’unica. Masatoshi Noguchi, originario del Giappone, dov’è nato nel 1988, ma che vive in Alto Adige dal 2021, interviene nella galleria ferroviaria dismessa, animato da uno sguardo che riesce a creare in uno spazio tutto sommato ostile un insieme armonico e coinvolgente, che ruota intorno alle stelle, alle stagioni e al calendario: sono i temi dipinti sulla volta, messi in dialogo con la cultura giapponese del giardino inteso anche come spazio di crescita personale. L’installazione di Augustas Serapinas (Vilnius, 1990), che altrove abbiamo visto più efficace, è una sorta di silenzioso monumento a un fienile destinato alla distruzione. Sorvolando sull’inutile buco scavato da Chanelle Adams (Stati Uniti, 1992), tra le opere che si incontrano dirigendosi verso la sala Trenker, sottolineiamo quella concepita da Gabriela Oberkofler (Bolzano, 1975) in un piccolo negozio sfitto: piante non più coltivate, come l’orzo, un tempo vitale, nei campi della valle, oggi attratta da altri trigger economici, sono tenute in vita artificialmente nelle teche che compongono una sorta di infermeria, attorniate dai bellissimi disegni ispirati all’opera dei Pitores locali, tra memoria, ecologia e interrogativi sul futuro.

Con il supporto del filosofo Michael Marder, all’osteria dell’Uva si dispone alle pareti il racconto di «The apple that dreamt of soil» di Pedro Abu Wirz (Brasile, 1981), i dipinti di Bosco Sodi (Mexico City, 1970) si rifugiano sugli alberi di piazza Sant’Antonio, si interroga Alice Bucknell (Londra, 1993) sulle tecnologie di rilevamento remoto e su come influenzino la nostra percezione, il bitume soffoca la scultura di Andrius Arutunian (Vilnius, 1991), mentre la strega dal doppio volto, intagliata nel legno da Sandra Knecht (Zurigo, 1968), ispirata alle leggende locali, sta sospesa sui passanti e invita al gioco, tra l’innocente e il minaccioso.
Sulle note deformate in slow motion di «Owner of a lonley heart», si chiude l’esposizione in Sala Trenker, con il lampione della Ddr di Álvaro Urbano (Madrid, 1983), le teche con i terrari di Leonardo Bürgi Tenorio (Basilea, 1984) e la scultura come un fiore deforme che collassa di Giulia Cenci. Le note si diffondono dall’ipnotico video «Green Grey Black Brown» della cinese Yuyan Wang (Cina, 1989) che monta immagini di repertorio: la densa viscosità del petrolio sembra chiudere senza speranza il rapporto tra l’uomo, le sue dinamiche estrattive e il paesaggio.

Biennale Gherdëina 10 a Ortisei, nel cuore delle Dolomiti. © Tiberio Sorvillo

Camilla Bertoni, 05 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

Nel cuore delle Dolomiti Biennale Gherdëina 10 tra ecologia e comunità | Camilla Bertoni

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