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David Landau
Leggi i suoi articoliPochi artisti contemporanei hanno costruito un linguaggio riconoscibile quanto quello di William Kentridge. Basta una linea di carboncino, una figura che emerge e subito si cancella, un'animazione ottenuta attraverso la continua trasformazione del disegno, perché il suo universo visivo diventi immediatamente riconoscibile. Ma sarebbe riduttivo leggere la sua opera soltanto come una ricerca formale. Fin dagli esordi, il lavoro di Kentridge ha trasformato il disegno in uno strumento di riflessione politica e storica, facendo della memoria un processo instabile, continuamente riscritto, mai definitivamente pacificato.
La grande mostra che il Bozar di Bruxelles inaugura il 18 settembre, I am not me, the horse is not mine, rappresenta una delle più ampie ricognizioni dedicate all'artista sudafricano degli ultimi anni. L'esposizione ripercorre oltre quattro decenni di attività, dai primi lavori degli anni Ottanta fino alle opere più recenti, mettendo in relazione disegni, film d'animazione, incisioni, sculture, installazioni e video con il fondamentale capitolo della produzione teatrale e operistica, troppo spesso considerato separatamente rispetto alla sua ricerca visiva. Questa scelta curatoriale coglie uno degli aspetti più originali dell'opera di Kentridge. Le sue mostre non sono mai semplici raccolte di oggetti artistici. Sono dispositivi nei quali immagini, parole, musica, gesto performativo e movimento convivono all'interno di una stessa grammatica. Il teatro non costituisce un'attività parallela alla produzione visiva, ma uno dei luoghi nei quali il suo pensiero prende forma con maggiore evidenza.
La biografia dell'artista aiuta a comprendere questa posizione. Nato a Johannesburg nel 1955, Kentridge inizia la propria attività durante gli ultimi decenni dell'apartheid, in un contesto nel quale ogni scelta artistica inevitabilmente si confronta con la violenza del potere e con le profonde disuguaglianze della società sudafricana. Tuttavia, ciò che distingue il suo lavoro da molta arte apertamente militante è il rifiuto della rappresentazione diretta della denuncia. Le sue immagini non illustrano la politica: ne mettono in scena le ambiguità, le rimozioni e le responsabilità. È proprio il disegno a diventare il principale strumento di questa riflessione. Kentridge lavora per cancellazioni, ripensamenti e sovrapposizioni. Ogni foglio conserva le tracce dei gesti precedenti; ogni immagine porta con sé la memoria di ciò che è stato modificato. L'animazione nasce fotografando questi continui interventi sullo stesso disegno, trasformando il processo creativo nella materia stessa dell'opera. La cancellatura non elimina il passato: lo rende visibile. È una metafora potente del rapporto tra storia e memoria, nella quale nessun evento può essere definitivamente rimosso. Questo principio attraversa tutta la sua produzione. Le vicende dell'apartheid, il colonialismo europeo, le migrazioni, le guerre, le rivoluzioni, la costruzione degli archivi e la fragilità della memoria collettiva costituiscono temi ricorrenti di una ricerca che non propone mai interpretazioni univoche. Le opere di Kentridge rifiutano la chiarezza della propaganda e preferiscono abitare lo spazio dell'incertezza, dove immagini e significati rimangono costantemente aperti.
La retrospettiva del Bozar insiste con particolare attenzione sulla dimensione performativa della sua pratica. Una scelta significativa, perché restituisce la natura profondamente collaborativa del lavoro dell'artista. Registi, musicisti, scenografi, performer, tecnici e artigiani partecipano alla costruzione delle sue opere, trasformando ogni progetto in un processo collettivo piuttosto che nell'espressione di un'autorialità isolata. Non è casuale che una parte importante del percorso sia dedicata alle grandi produzioni teatrali e operistiche che hanno segnato la carriera dell'artista. Per Kentridge il palcoscenico rappresenta uno spazio nel quale il rapporto tra immagine, parola e musica può raggiungere una complessità difficilmente ottenibile attraverso il solo oggetto artistico. L'opera lirica, in particolare, diventa un luogo privilegiato per riflettere sul potere, sulla violenza e sulla costruzione della memoria storica.
Anche il titolo della mostra, I am not me, the horse is not mine, allude a questa instabilità dell'identità e della responsabilità. L'espressione, derivata da un proverbio diffuso nell'Europa orientale, richiama l'atteggiamento di chi prende le distanze dagli eventi per evitare di assumersene le conseguenze. È una formula che attraversa l'intera ricerca di Kentridge, sempre interessata ai meccanismi attraverso cui le società costruiscono il ricordo ma anche l'oblio, la testimonianza ma anche la rimozione. La scelta di Bruxelles come sede della mostra possiede inoltre un valore simbolico particolare. Il rapporto tra Kentridge e la città dura da oltre trent'anni. Fu proprio qui che nel 1995 debuttò Faustus in Africa!, la sua prima regia operistica, mentre il Bozar ospitò nel 1998 la sua prima mostra personale in Europa. La nuova esposizione assume così anche il carattere di un ritorno, confermando un dialogo ormai consolidato tra l'artista e una delle principali istituzioni culturali europee. Per l'occasione Kentridge non si limita a presentare opere esistenti. Occupa uno dei maggiori spazi espositivi del Bozar con interventi site specific e costruisce un articolato programma multidisciplinare che prolunga la mostra oltre il tradizionale formato espositivo. Ancora una volta emerge la sua idea dell'opera come processo piuttosto che come oggetto concluso. La retrospettiva arriva in un momento nel quale il lavoro di Kentridge appare sorprendentemente attuale. Le tensioni geopolitiche, le guerre, le migrazioni forzate e il ritorno dei nazionalismi hanno riportato al centro del dibattito artistico questioni che attraversano la sua ricerca fin dagli anni Ottanta. La sua opera continua tuttavia a distinguersi per la capacità di evitare qualsiasi semplificazione morale. La storia, nelle sue immagini, non è mai un racconto lineare di vittime e carnefici, ma un intreccio di responsabilità, omissioni e memorie conflittuali.
David Landau
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