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David Landau
Leggi i suoi articoliNegli ultimi anni Fondazione ICA Milano ha costruito una programmazione riconoscibile non tanto attraverso la ricerca di grandi nomi o di eventi spettacolari, quanto privilegiando pratiche artistiche capaci di interrogare alcuni dei nodi più complessi della contemporaneità. Le mostre inaugurate il 26 ottobre proseguono questa linea, mettendo in dialogo due artisti appartenenti a generazioni e linguaggi differenti ma accomunati da una riflessione sul modo in cui la memoria prende forma attraverso immagini, relazioni e narrazioni. Ai due piani della Fondazione trova spazio WHEN THERE IS NO MORE MUSIC TO WRITE, prima mostra personale in un'istituzione italiana dell'artista francese Éric Baudelaire, curata da Chiara Nuzzi e Alberto Salvadori. Nella Project Room viene invece presentata L'Addio, prima personale istituzionale italiana di Leonardo Devito, a cura di Chiara Nuzzi, che riunisce un nuovo corpus di dipinti e bassorilievi in ceramica realizzati appositamente per gli spazi della Fondazione.
Più che essere accomunate da un tema dichiarato, le due esposizioni condividono un medesimo atteggiamento nei confronti dell'immagine. In entrambi i casi essa non viene considerata come documento definitivo della realtà, ma come dispositivo attraverso cui il passato continua a essere rielaborato, trasformato e continuamente riscritto. La mostra dedicata a Éric Baudelaire rappresenta un passaggio significativo nel percorso dell'artista in Italia. Da oltre un decennio Baudelaire occupa una posizione peculiare all'interno della ricerca contemporanea internazionale, sviluppando un lavoro che intreccia cinema, fotografia, installazione e archivio senza mai aderire completamente ai linguaggi del documentario tradizionale. La sua pratica si fonda infatti sull'idea che ogni archivio sia inevitabilmente incompleto e che ogni ricostruzione storica costituisca sempre una costruzione narrativa.
Questo approccio trova una sintesi particolarmente efficace nel progetto When There Is No More Music to Write, sviluppato a partire dall'incontro con il compositore Alvin Curran, figura centrale della sperimentazione musicale internazionale e protagonista della straordinaria stagione romana degli anni Sessanta e Settanta. Baudelaire evita accuratamente la forma della biografia celebrativa. Curran non viene raccontato attraverso una successione cronologica di eventi né trasformato nel protagonista di un documentario tradizionale. La trilogia filmica del 2022 costruisce piuttosto uno spazio aperto nel quale immagini d'archivio, riprese in Super 8, registrazioni sonore e conversazioni si intrecciano seguendo la stessa logica dell'improvvisazione che caratterizza la pratica musicale del compositore americano.
È proprio questa scelta metodologica a costituire il cuore della mostra. Baudelaire non utilizza il cinema per spiegare un artista, ma per assumere la struttura stessa del suo pensiero. L'improvvisazione non è soltanto il tema dell'opera, ma diventa il principio che organizza il montaggio, il ritmo e la costruzione narrativa. Attorno ai film prende forma un archivio che rifiuta la tradizionale immobilità del documento. Materiali raccolti dallo storico della musica Maxime Guitton convivono con opere grafiche dell'artista e con un concerto di improvvisazione di Alvin Curran insieme ad Angelo Farro. L'archivio non appare come deposito del passato, ma come organismo in continua riattivazione, capace di produrre nuove connessioni tra storia, memoria e presente.
In questa prospettiva la mostra dialoga con una delle questioni più rilevanti della ricerca artistica contemporanea: la trasformazione dell'archivio da semplice contenitore di documenti a vero e proprio dispositivo creativo. Negli ultimi decenni numerosi artisti hanno utilizzato archivi, collezioni e materiali documentari come materia dell'opera. Baudelaire appartiene a quella generazione che non considera il documento una prova definitiva, bensì un punto di partenza per interrogare i meccanismi attraverso cui la memoria collettiva si costruisce. La collaborazione con Fondazione Prada rafforza ulteriormente questa lettura. Il programma cinematografico del Cinema Godard dedica infatti una rassegna ai film di Baudelaire, culminando il 25 ottobre con un dialogo tra l'artista e Alberto Salvadori. La mostra si estende così oltre gli spazi espositivi della Fondazione, costruendo un progetto diffuso nel quale cinema, archivio e confronto pubblico diventano parti di un'unica riflessione.
Se Baudelaire guarda alla memoria culturale e ai processi collettivi della produzione artistica, Leonardo Devito concentra invece la propria attenzione sulla dimensione individuale della trasformazione. Nato nel 1997, l'artista presenta a ICA un nuovo ciclo di dipinti e bassorilievi in ceramica che affronta uno dei momenti più universali dell'esperienza umana: il passaggio dalla giovinezza all'età adulta. Anche in questo caso il tema non viene affrontato in maniera autobiografica. Le opere costruiscono un racconto aperto nel quale esperienze personali, riferimenti letterari e immaginari condivisi confluiscono in una narrazione allegorica. Figure umane e animali, interni domestici, paesaggi sospesi e architetture essenziali compongono un lessico iconografico nel quale convivono memoria privata e dimensione simbolica.
Il titolo L'Addio non allude semplicemente a una separazione, ma a quella condizione di passaggio nella quale l'identità si ridefinisce continuamente. Lasciare la dimensione familiare, confrontarsi con l'incertezza dell'età adulta e costruire una nuova relazione con il mondo diventano elementi di una ricerca che utilizza la pittura come spazio narrativo piuttosto che come semplice rappresentazione. Devito guarda esplicitamente alla tradizione della pittura figurativa, ma lo fa evitando qualsiasi atteggiamento nostalgico. Le sue immagini recuperano la funzione narrativa della pittura europea senza trasformarla in citazione. Il riferimento ad autori come Kafka, Calvino e Buzzati contribuisce piuttosto a costruire un'atmosfera sospesa, nella quale il racconto rimane costantemente aperto e disponibile a nuove interpretazioni. Significativa è anche la scelta di far uscire le opere dai confini della Project Room. Dipinti e bassorilievi si distribuiscono lungo corridoi e spazi di passaggio, instaurando una relazione continua con l'architettura della Fondazione. L'immagine non si limita così a occupare una parete, ma modifica l'esperienza stessa dello spazio espositivo.
David Landau
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