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Elena Franzoia
Leggi i suoi articoliOCA-Oasy Contemporary Art and Architecture, progetto di arte ambientale ideato da Emanuele Montibeller sull’Appennino Pistoiese, si arricchirà nei prossimi mesi di tre nuove installazioni. Inaugurato nel 2025 all’interno dell’Oasi Dynamo di San Marcello Piteglio, il percorso sarà visitabile dal 25 aprile al 7 novembre e proporrà nuove opere del collettivo fuse* («Vanishing Horizon», ispirato ai buchi neri) e di Stefano Boeri («Deus Sive Natura – What I Believe», ispirata all’800mo anniversario della morte di San Francesco).
Vero protagonista è però l’artista belga Arne Quinze, che firma l’installazione «Ceramorphia» e a cui lo spazio espositivo di OCA dedica, con la cura di Montibeller, la prima grande mostra personale in Italia, «I’m a Gardener». Al centro del lavoro di Quinze appare il rapporto tra uomo e ambiente naturale. «Mi considero un giardiniere, afferma infatti l’artista di Gand. Essere un giardiniere non è separato dal mio lavoro di artista, anzi, ne è il nucleo centrale. Per oltre trent'anni ho coltivato un giardino vivo e in continua evoluzione intorno alla mia casa e al mio studio. È un ecosistema funzionante dove fiori selvatici, piante autoctone e siepi rampicanti crescono in contraddizione, eccesso e imprevedibilità. Questo giardino è il mio laboratorio: un luogo di osservazione, resistenza e apprendimento continuo. Il mio lavoro è infatti un processo di profonda esplorazione del funzionamento della natura e della sua immensa diversità. La mostra e l'installazione per OCA non sono progetti isolati, ma uno sguardo diretto su questo processo: dalla mia pratica di giardinaggio, dove osservo l'evoluzione della natura attraverso le stagioni, alla mia pittura e scultura in atelier. Allo stesso tempo, sono profondamente consapevole della relazione problematica tra uomo e natura. All'interno dello spazio espositivo di OCA sfumo il confine tra interno ed esterno. Riporto la natura tra quattro mura. Diventa una dichiarazione, che sfida l'idea che possiamo vivere separati da essa. In un'epoca in cui tutto tende alla standardizzazione e all'omologazione, scelgo di muovermi all’opposto verso diversità, complessità e quella che considero la bellezza suprema».
Una alterità che si esprime anche attraverso l’uso di materiali apparentemente fragili come il vetro e la ceramica. «Ciò che mi interessa non è la fragilità, ma l'intero spettro della natura: dal brutale e grezzo al delicato e quasi divino. Argilla e ceramica sono profondamente connesse alla terra. Parlano di radicamento, suolo, origine. Il vetro rappresenta invece il divino, l'immateriale, il soffio di luce. È un materiale di trasformazione, che lavoro in collaborazione con i maestri vetrai muranesi di Berengo Studio. Quando la luce lo attraversa, il vetro si attiva, vibra, rivela dimensioni nascoste. I metalli esprimono un'altra dimensione essenziale della natura: la sua forza, la sua brutalità e le sue cicatrici. Il bronzo fosforoso e l'alluminio trasmettono tensione, resistenza e durata. Parlano di rottura e pressione, di paesaggi plasmati dal tempo e dall'impatto. In questo senso, incarnano la pura intelligenza fisica della natura, la sua capacità di costruire e distruggere simultaneamente. Questo impulso ibrido guida la mia pratica multidisciplinare odierna, che spazia dalla pittura a olio alla ceramica, dal vetro di Murano al bronzo fosforoso, dalle sculture in alluminio alle installazioni pubbliche monumentali».
Ma quale è l’approccio di Quinze alla grande, storica antitesi natura-artificio? «Non lo vedo come un contrasto, risponde, ma come continuazione dello stesso dialogo. Quando installo opere nella natura, le vedo come un ritorno al loro ambiente naturale. È da lì che provengono. Al centro di “Ceramorphia” c'è il mio ruolo di osservatore. Spesso mi siedo in ginocchio nel mio giardino, guardando verso l'alto le piante, i fiori, le strutture della natura. Oggi di solito guardiamo invece la natura dall'alto in basso. Trasponendo la diversità della natura in sculture, cerco di ribaltare questa prospettiva. Voglio che le persone tornino ad apprezzare la natura, anziché ignorarla. “Ceramorphia” è fatta di argilla, una sostanza primordiale che guida il processo creativo. Quando invece le mie opere sono inserite in un contesto urbano e minerale, diventano parte di un processo di rinaturalizzazione, agendo come germogli che spuntano dal cemento».
Kengo Kuma, «Dynamo Pavillion», 2025. OCA Oasy Contemporary Art. © Mattia Marasco
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