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Elena Franzoia
Leggi i suoi articoliModerni thaitiani che guardano incuriositi un quadro di Gauguin, carismatiche donne nere dalle improbabili armature, un’Ofelia contemporanea che scivola sull’acqua avvolta in un sudario di plastica. Sono alcune delle immagini esposte dal 16 aprile al 6 settembre al Museo Rietberg di Zurigo nella mostra «Quasi un Paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea».
All’origine di questo grande progetto collettivo c’è un workshop organizzato un anno fa dal museo, che aveva invitato artisti, ricercatori e curatori a indagare la sua vasta collezione di fotografie scattate in Africa e Asia tra fine ’800 e inizio ’900. Gli esiti del workshop, che destrutturando le narrazioni dominanti ha posto nuovi interrogativi e proposto nuove interpretazioni, sono stati raccolti in un filmato proiettato in mostra, mentre le fotografie originali costituiscono il fil rouge che attraversa il progetto espositivo e ispira gli artisti selezionati, provenienti esclusivamente da continenti extraeuropei o discendenti dalle tante diaspore, spesso forzate, che li hanno caratterizzati. «La colonizzazione si è sviluppata in tutto il mondo parallelamente alla diffusione della fotografia, spiegano infatti al Rietberg. La macchina fotografica ha agito come uno strumento capace di rappresentare i popoli colonizzati come “altri”, come diversi. Queste immagini furono riprodotte in massa in riviste e cartoline, diventando parte integrante della memoria visiva collettiva».
Accompagnata da un catalogo edito da Spector Books, la mostra presenta quattro sezioni espositive: «Mutazioni», «Confronto», «Cura», «In the Photo Fantastic». «Venti noti artisti esplorano lo stato attuale di questo patrimonio fotografico agendo come archivisti, controsguardo al punto di vista coloniale, forze protettive e potenti narratori che danno voce a storie nascoste, affermano ancora dal museo. Composte da fotografie, tessuti, film e sculture, le loro opere espandono i confini del medium fotografico e intrecciano domande legate all’identità personale e alle memorie collettive. Queste opere rivelano un potere di guarigione che trascende i contesti storici specifici e può toccare ciascuno di noi». «La ferita coloniale potrebbe non guarire mai del tutto», precisa a questo proposito l’artista di madre haitiana Sasha Huber, cresciuta e formatasi a Zurigo, oggi tra le voci più influenti di un’indagine sulle derive del colonialismo che intreccia arte contemporanea, oppressione storica e attivismo politico. «Eppure, se la riconosciamo e la curiamo attraverso l’arte, un’arte che offre narrazioni storiche più complete e più giuste, e che dà forza alle persone che vivono le conseguenze della schiavitù, essa può contribuire a una guarigione collettiva che attraversa generazioni e comunità». Huber è non a caso tra le protagoniste della sezione «Cura», che sottolinea come storicamente la fotografia abbia spesso rappresentato sfruttamento, diseguaglianze e ingiustizie.
Gli artisti cercano qui di offrire un «risarcimento» a questi squilibri intervenendo sulle immagini in modo empatico e protettivo. Huber in particolare nella serie «Tailoring Freedom» interviene con una spillatrice sulle fotografie di metà Ottocento del naturalista svizzero-americano Louis Agassiz, che fece fotografare schiavi neri nudi allo scopo di sostenere la sua teoria della «gerarchia delle razze». Con uno straniante effetto estetico, le graffette creano un abito-armatura che protegge i soggetti rappresentati, sottraendoli allo sguardo colonialista. Un caso analogo è quello della newyorkese Mary Enoch Elizabeth Baxter, artista multimediale, attivista dei diritti black e sostenitrice della riforma carceraria, essendo lei stessa stata costretta a partorire in prigione incatenata a un letto durante un periodo di detenzione. Nota rapper con lo pseudo di Isis Tha Saviour, Baxter presenta a Zurigo la rielaborazione di una fotografia del 1882 del pittore statunitense Thomas Eakins, che fotografò più volte una bambina nera nuda offrendo inquietanti ed evidenti suggestioni sessuali.
Yuki Kihara, «First Impressions: Paul Gauguin», 2018. © Yuki Kihara, per gentile concessione dell’artista e Milford Galleries
Omar Victor Diop & Lee Shulman, «The Anonymous Project presents: Being There 54», 2023. © Omar Victor Diop & Lee Shulman, per gentile concessione degli artisti e Galerie MAGNIN-A