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Un interno del Palazzo di Sa’dabad a Teheran danneggiato dall‘onda d’urto di un attacco nelle vicinanze

Foto @iran_memari (https://www.instagram.com/p/DWJALlMjSFX/?img_index=1)

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Un interno del Palazzo di Sa’dabad a Teheran danneggiato dall‘onda d’urto di un attacco nelle vicinanze

Foto @iran_memari (https://www.instagram.com/p/DWJALlMjSFX/?img_index=1)

Una mappa interattiva mostra i siti danneggiati nel conflitto in Iran

Creata da due archeologhe riporta finora 69 voci, ma mentre la guerra prosegue i casi verificati rappresentano molto probabilmente solo una minima parte della distruzione reale

L'impulso è arrivato, dolorosamente, dai recenti attacchi in Iran, ma l‘obiettivo a lungo termine è di sensibilizzare sui rischi e sul danno irreversibile che i conflitti armati causano al patrimonio globale condiviso e di esortare tutte le parti coinvolte a identificare e proteggere i siti culturali. Da queste premesse è nato il progetto «Il patrimonio culturale del Medio Oriente a rischio nei conflitti armati», condotto dalla Società di Archeologia Iraniana (Sia), in collaborazione con il Center for Ancient Middle East Landscapes (Camel) presso l’Università di Chicago. Si tratta di una banca dati geolocalizzata dei siti del patrimonio culturale e dei monumenti storici danneggiati durante i recenti conflitti armati e a rischio di ulteriori distruzioni e saccheggi. Ogni scheda include la posizione, lo stato, la categoria di minaccia, il significato culturale, la data del danno e una descrizione, oltre a immagini, laddove disponibili. I siti registrati confluiranno poi nella banca dati Endangered Archaeology in the Middle East and North Africa (Eamena) per la conservazione e la documentazione a lungo termine, un progetto con capofila l’Università di Oxford, la collaborazione di team delle Università di Durham e Leicester e il supporto dell’organizzazione filantropica londinese Arcadia, che dal 2015 registra le minacce ai siti del patrimonio in tutta la regione utilizzando il telerilevamento o il lavoro sul campo.

Come riporta Sarvy Geranpayeh su «The Art Newspaper», la mappa, lanciata il 22 marzo e ospitata sul sito web del Camel, è stata realizzata da Sepideh Maziar, ricercatrice senior e docente presso l’Istituto di Scienze Archeologiche dell’Univeristà Goethe di Francoforte, e da Mehrnoush Soroush, direttrice del Laboratorio del Camel nell’Università di Chicago. Nonostante le severe restrizioni alla comunicazione all’interno dell’Iran, la piattaforma include attualmente 69 voci verificate, con un settantesimo sito in fase di verifica. Un inventario in progress di luoghi che rappresentano la storia dell’Iran e le fragili testimonianze materiali di quella storia ora a rischio. Poiché l’accesso a internet e il giornalismo sul campo sono limitati, il gruppo di lavoro si è basato principalmente su informazioni open source, richiedendo la conferma da più fonti indipendenti prima di aggiungere un sito. Per Soroush, il cui lavoro include la mappatura archeologica, «non importa quale storia si voglia raccontare: le mappe aiutano a darle vita, aiutano a connettersi agli spazi»; l’interattività permette agli spettatori di «leggere, cliccare» e accedere alle informazioni sui singoli siti. «Pallini» rossi segnalano i luoghi che hanno subito le ferite maggiori; il giallo indica invece danni di minor entità.


Per Soroush la mappa funge da piattaforma visiva che sottolinea come il patrimonio culturale e l’identità dell’Iran siano a rischio. Per Maziar «quando viene distrutto il patrimonio culturale, una parte dell’identità e della memoria di una Nazione va perduta per sempre». Documentare i danni, ha aggiunto, non significa ignorare il tributo umano della guerra, ma preservare «la storia, l’identità e la memoria del nostro popolo per le generazioni future».

Tra le voci più recenti inserite nella mappa figura il complesso del Palazzo di Sa’dabad a Teheran, un sito che si estende su una vasta area nei pressi di Piazza Tajrish, nella zona nord della capitale, e comprende 18 palazzi e dimore ottocenteschi associati alla dinastia Qajar (1796-1925) e Pahlavi (1925-79).  Il 17 marzo i media locali hanno diffuso la notizia che tre strutture erano state gravemente danneggiate dalle onde d’urto di un attacco nelle vicinanze. Le immagini consultabili sulla mappa mostrano detriti sparsi all’interno e danni a soffitti, specchi, pareti, porte e finestre. 

Sia Maziar che Soroush hanno legami familiari in Iran e rapporti professionali di lunga data con il patrimonio archeologico e architettonico del Paese. Già alla seconda settimana di guerra, ricorda Maziar, erano emerse segnalazioni di danni a 58 siti, una notizia che aveva spronato lei e Soroush ad agire rapidamente. Meno di una settimana dopo la mappa era online.
In seguito gli organi d’informazione locali hanno riferito che secondo il Ministero iraniano del patrimonio culturale, del turismo e dell’artigianato il numero dei siti danneggiati era salito a 114.

Soroush e Maziar spiegano che i loro criteri di inclusione di un sito nella mappa sono volutamente prudenti, onde garantire che il progetto regga a un esame approfondito. Vi sono elencati quindi solo i siti presenti nel Registro del patrimonio nazionale del Governo iraniano. Un complesso danneggiato, inoltre, è registrato come una voce singola anche quando al suo interno sono interessate più strutture. La medesima cautela si applica alle valutazioni dei danni: quando non sono disponibili informazioni dettagliate, la piattaforma registra solo il livello minimo di danno supportato dalle prove. Una moderazione, spiegano le due ricercatrici, che non va scambiata per rassicurazione. Anche danni apparentemente superficiali possono accelerare il deterioramento se non vengono restaurati, portando potenzialmente a problemi strutturali più gravi.

Una volta che l’accesso a internet migliorerà rendendo possibile raccogliere ulteriore documentazione, Soroush prevede che «le cifre potranno aumentare in modo significativo, forse di diverse volte»..
 

 

 

Daria Berro, 26 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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