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Antonio Pepe
Leggi i suoi articoliL’occhio clinico è una devianza, non la norma. Una di quelle che di comodo si dicono deformazioni professionali: anomalie appunto. E alla fine, noi problematici dell’arte, per capire chi ci sta di fronte va a finire che ne analizziamo il gusto. Per fare prima vi consiglio di entrargli in casa. Precisiamo, con il suo consenso si intende. Come voleva Praz: «Dimmi come abiti e ti dirò chi sei». In una di queste bizzarre visite di mutua confidenza estetica mi è parso subito chiaro che il grado di mentalizzazione del collezionista oltrepassasse notevolmente i valori standard. Casa V.R. (V e R sono le iniziali anagrafiche del collezionista che preferisce restare anonimo) è quindi un ottimo esempio dei curiosi processi mentali che muovono gli acquisti e l’allestimento, il più delle volte inconsci, istintuali, o più raramente, come in questo caso, misurati.
Conscio del rischio che una visita si trasformi in un’incursione personale, il padrone di casa ha escogitato una difesa all’ingresso, del tutto inconsueta. Una stanza a pianta ottagonale, un ex fornace con chiare reminiscenze simbologiche, per lo più secolarizzate. «Questo ambiente è pensato per accogliere, ma anche per selezionare. Volevo creare uno spazio che fosse ospitale ma che permettesse, qualora avessi deciso di non lasciare accesso al resto della casa, di fermarsi qui a dialogare convivialmente, senza necessariamente respingere». Qui è la sensibilità dell’ospite l’oggetto del test. Intanto il bianco inquisitorio delle pareti è rinforzato dalla luce che piomba dalla ciminiera-lucernario. Al centro, in asse con la canna fumaria, ascende vorticosa a memoria di una fiamma la poltrona Tatlin in velluto rosso. Tutt’intorno, a incrostazione, opere di pittori a cavallo tra il decimonono e il successivo, un manuale di modernismo locale. Prima prova superata, l’ascensore sale assieme a noi e la conversazione continua: «Si sente spesso dire che il collezionismo è condivisione, ma la casa si condivide con la gente che apprezza». Torniamo così al senso dell’ottagono (al battistero) e alla benedizione dell’entrata. Reminiscenze dei suoi studi antropologici forse, oppure una mia forzatura. «Quelli all’ingresso sono i quadri con i quali ho iniziato a collezionare, con i “nostri” pittori locali, ma a quel tempo la mia casa era inadatta e come sai la collezione si muove anche in funzione di quella». La nuova abitazione è invece progettata dal proprietario a misura della raccolta, nel rispetto degli spazi vitali di uno e dell’altra. «Una caratteristica che amo è il volume delle stanze, mi dà respiro. Ecco perché ho scelto un salotto a doppia altezza. Mi piacciono anche le pareti mosse ma ho preferito rinunciarci, dovevo appenderci i quadri. Il segreto è sempre agire con calma. Ogni elemento va dosato con pazienza, mantenendo l’idea di una casa accogliente prima di tutto. L’aspetto conviviale oggi deve essere recuperato, per questo ogni tanto organizzo qui dei piccoli eventi per un ristretto numero di persone, una ventina al massimo. Solo amici, gente che condivide la mia passione, tra le chiacchiere e la musica. Personalmente voglio conoscere chi frequento. Poca brigata casa beata, si diceva una volta». Dalla porta dell’ascensore al divano passa intanto metà del Novecento, tra numerosi pezzi di Mario Sironi, Casorati e Dudreville, che spalleggiano altre chicche: un ritratto del Malerba rimane negli occhi. Decine e decine di quadri, acribia e buon gusto accomodati in un ambiente nato per valorizzarli e, al contempo, ammortizzarne le difformità. Le cornici, tutte via. La luce, studiata nella costellazione di faretti sul soffitto. «Le appliques sono i nemici peggiori che ci siano in tal senso, altre volte lo sono i grandi finestroni. Non è facile illuminare bene un’opera creando comunque un ambiente soffuso, tranquillo». Ancora: sculture del novecento, di bronzo e di marmo, e decò, mobili e poltrone di design, anche contemporaneo. Qualche vaso, tappeti a tinte naturali. «Ho preso recentemente una scultura molto bella che non ho potuto inserire nell’allestimento per non appesantire. Se uno riempie a esubero poi si arruola l’esercito di terracotta, dobbiamo evitare». Un repertorio di arredo degli anni Venti-Quaranta, «il periodo dei telefoni bianchi per intenderci. Posso dire che questo è il mio gusto, dalle opere d’arte ai tendaggi, ho scelto tutto. Ormai le case sono realizzate con lo stampino, impersonali e preconfezionate. Non sono scelte che biasimo, per carità, ma non mi ci trovo. È come indossare un vestito scelto e fatto per altri». La conversazione si sposta nel salone a doppia altezza dominato da un secolare custode di quasi 4 metri, un Casorati titanico perfettamente armonizzato in palette. Nell’angolo della stanza una decina di tele di Anselmo Bucci, tra le più celebri dell’artista, «I giocolieri», «Le oche del Campidoglio», l’«Odéon».
Ancora, a sentinella tra le camere, dieci, venti e oltre Bucci a piantonare i colleghi. Un rapporto privilegiato forse da assonanze di carattere intellettivo, o motto di spirito (il nostro, come Bucci, ha uno humor affilatissimo e un ammaliante urbanità). D’altronde poi chi si somiglia si piglia sempre, e il nostro ne ha pigliati in media uno all’anno. «Sono 25-30 anni che colleziono. Inizialmente ho cercato, anche per economia, di collezionare al meglio di come ho potuto, facendo i salti mortali. Se lo fai con passione, e non per un algido aspetto finanziario, tante volte il passo è leggermente più lungo della gamba. Un vecchio amico mi diceva “i quadri più belli che ho sono quelli che ho pagato di più”. Forse ora il computo è un po’ sbilanciato ma non ho interesse a ragionare per liste di nomi. De Chirico, ad esempio, non ne ho neanche uno perché non mi piace. Ubaldo Oppi, un pezzo unico. Funi, se capitasse quello bello magari… (spoiler: recentemente è capitato. Un’opera tra le più celebri in assoluto). Bucci importanti non è più facile trovarli. Evidentemente quando li ho presi era il momento giusto per farlo. Ora Luca ha intenzione di svuotarmi la casa, me ne porterà via più di venti». Quando leggete la «refurtiva» è già confiscata e potete goderne nella bellissima mostra monografica al Mart di Rovereto, visitabile fino alle chiuse di settembre, a cura di Beatrice Avanzi e Luca Baroni. Anche qui, evidentemente testa cerca testa, e poi la trova. Rubetti cita a memoria gli scritti di Anselmo Bucci, dalle epistole ai passi più ilari del Pittore volante. Scopro così che l’artista è argomento della sua tesi di laurea in storia dell’arte. Sì, un’altra, ne ha conseguite cinque. Già dicevamo all’inizio a proposito della cultura esperita nella collezione. C’è un controllo di testa, di una testa diabolicamente geniale. In casa ha creato un angolo dedicato ai quattro elementi, sculture triplicate a specchio. Un intero piano per la biblioteca: «HIC MORTUI VIVUNT AC LOQUUNTUR» a caratteri cubitali. Un locale attiguo, più unico che raro, rivela la piena intimità della persona; e non mi riferisco al Francis Bacon in camera da letto. Lui la chiama la «stanza della riflessione», una sorta di cappella privata per intenderci, completamente vuota se non per cinque opere alle pareti. Qui si ragiona di filosofia, l’ennesima laurea. «L’arte comporta studio. Lo studio, una visione diversa».
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